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Sul nucleare accordo trovato con Teheran.
Di rino (del 26/11/2013 @ 15:41:10, in ATTUALITÀ, linkato 766 volte)
Di Cristofaro Sola

A quanto pare, il gruppo dei cosiddetti 5+1 è riuscito a raggiungere un primo accordo sul nucleare iraniano. Il “First Step Understandings”, è articolato in alcuni punti che servono a mettere in chiaro cosa potrà e cosa non potrà fare l’Iran in materia di corsa al nucleare. Sicuramente, l’Iran dovrà sospendere le attività di arricchimento dell’uranio oltre la soglia-limite del 5%. Ciò significa che, al di sotto della percentuale che fissa il discrimine tra energia nucleare da destinare a scopi pacifici e quella invece prodotta per finalità belliche, Teheran è libera di procedere indisturbata. Inoltre, l’Iran dovrà procedere alla neutralizzazione delle scorte già arricchite al 20%, secondo un procedimento che i locandieri disonesti conoscono bene: diluendo il prodotto fino a portarlo alla soglia consentita del 5%. Ciò vuol dire che Teheran non è costretta a rinunciare a ciò che ha, dovendosi limitare a trasformarlo. Non potrà installare nuove centrifughe. Potrà, però, continuarne la produzione per la quantità limitata alla sostituzione di quelle vetuste o danneggiate. Dovrà sospendere la ricerca sullo stock di uranio arricchito al 3,5%. In compenso non sarà costretta a neutralizzarlo potendolo convertire in ossido. Nel reattore di Arak non sarà incrementata la produzione di plutonio, ma l’impianto resterà funzionante. Agli ispettori dell’Agenzia atomica dell’ONU, AIEA, sarà consentito il diritto di visita agli impianti di Natanz e Fordow e di monitoraggio quotidiano su tutte le attività del ciclo produttivo dell’uranio arricchito: dalle visite alle miniere, ai “mulini” di lavorazione, agli impianti di assemblaggio delle centrifughe e a quelli di stoccaggio. La funzione ispettiva, però, non sarà insindacabile. Ad affiancare l’ AIEA vi sarà una commissione congiunta formata da rappresentati di tutte le parti contraenti l’accordo, Iran compreso.

In contropartita il Paese del Golfo Persico ottiene la sostanziale riduzione delle sanzioni per un primo periodo di prova di sei mesi. L’allentamento dell’embargo consentirà a Teheran di incrementare le esportazioni per un controvalore stimato di 1,5 miliardi di $. Inoltre, saranno scongelati circa 7 mld di $ di fondi bloccati presso Stati esteri. Liquidità alle casse iraniane giungerà dall’incasso di 4,2 mld di $ di proventi da transazioni su prodotti petroliferi.

L’establishment politico iraniano non ha celato la grande soddisfazione per come le cose si sono messe nella nottata ginevrina. Per il presidente di recente nomina Rohani è un successo incredibile. Già! Perché quello che si è presentato al negoziato non è certo un paese in piena vigorìa. Anni di embargo ne hanno minato, dalle fondamenta, la solidità. Tuttavia, in un quadro macroeconomico fortemente negativo, non sarebbe stato difficile, per le potenze chiamate al negoziato, chiedere all’Iran qualcosa di più di ciò che è stato chiesto in fase di trattativa. Avrebbero, ad esempio, potuto pretendere da Teheran la sospensione di ogni attività in ordine alla costruzione di missili a lungo raggio. Avrebbero potuto esigere da Rohani un’esplicita dichiarazione di rifiuto del terrorismo come arma di lotta per affermare la supremazia di una parte in danno di altri. In particolare, avrebbero potuto chiedere ai dirigenti iraniani che dicessero convintamente basta al sostegno strategico-finanziario di gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas, perpetrato allo scopo di sabotare ogni possibile iniziativa di pace nella regione mediorientale. Avrebbero potuto cogliere l’occasione per annunciare una revisione della politica interna di dura e totale repressione dei diritti umani. Avrebbero potuto spendere qualche parola a proposito del trattamento riservato alle minoranze presenti in territorio iraniano: azeri, kurdi, baluci e arabi sunniti. Appunto, avrebbero potuto. Ma non l’hanno fatto. è pur vero che i leader iraniani hanno dalla loro un potente elemento a discolpa. Possono sempre dire: “nessuno ce l’ha chiesto. Perché avremmo dovuto farlo?”. Ineccepibile argomentazione.

In effetti, ciò che non convince di questo accordo, più del contenuto, è il modo con cui si è giunti alla soluzione. L’impressione è che le potenze mondiali non cercassero altro che un punto d’appoggio per chiudere il contenzioso con Teheran. Avevano solo bisogno che i rappresentanti della repubblica islamica dichiarassero una generica disponibilità a non dotarsi di armi nucleari perché i grandi della Terra si precipitassero a concedere di tutto, e di più. Alcuni osservatori hanno paragonato l’accordo di Ginevra con quello sottoscritto nel febbraio 2007 con la Corea del Nord a seguito dei “colloqui delle sei Nazioni” per il disarmo nucleare. Si trattò di una debacle di cui conosciamo gli esiti. In realtà, attesa la portata ideologica delle affermazioni prodotte dai dirigenti iraniani, inversamente proporzionale all’arrendevolezza delle controparti, l’accostamento ad altro evento storico più simigliante sembrerebbe con Monaco del 1938. Anche in quell’occasione, riunite intorno a un tavolo vi erano delle potenze sulla carta più forti rispetto allo Stato posto sotto accusa.

Tuttavia, la risposta degli Stati interessati all’evoluzione della situazione iraniana non si è fatta attendere. Israele, attraverso le dichiarazioni del suo primo ministro Netanyahu, ha ribadito la propria assoluta contrarietà alla soluzione adottata a Ginevra definendola “un errore storico”. Il leader israeliano è tornato a riaffermare che lasciare che l’Iran arricchisca l’uranio è come “mettere nelle mani del Paese più pericoloso del mondo, l’arma più pericolosa del mondo”. Per il governo di Gerusalemme il fatto di aver abbandonato l’unica modalità di pressione internazionale alternativa allo scontro bellico: l’embargo, pone di fatto Israele, che non è vincolata all’accordo, nelle condizioni di decidere in assoluta libertà se e quando colpire l’Iran, qualora dovesse verificare attraverso proprie fonti che i contenuti dell’intesa raggiunta siano solo un bluff concepito da Teheran per aggirare l’ostilità della comunità internazionale. Ma in allarme c’è anche il regime Saudita, che corre ai ripari rispetto a una situazione di mutato equilibrio nel quadro dei rapporti di forza tra potenze regionali. è notizia recente che la monarchia di Riyad ha investito ingenti capitali per acquistare un “pacchetto” di armamento atomico già operativo dalla potenza nucleare del Pakistan. è chiaro che la mossa saudita s’inquadra nella politica che re Abd Allāh sta conducendo da tempo per fronteggiare le mire iraniane nell’ area geopolitica del Golfo  Persico.

Se, dunque, l’intento dei negoziatori di Ginevra era quello di stabilizzare la situazione sullo scacchiere mediorientale, si può ben dire che, al momento, sia stato conseguito l’obiettivo contrario. Ora sono tutti in allarme perché non si fidano delle reali intenzioni dei governanti di Teheran. Ma ciò che oggi appare come un elemento nuovo è che Egitto, Arabia Saudita e Israele non si fidano più dell’America di Obama. E questo sì, è un grosso guaio per l’immediata e futura stabilità del Medioriente.
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