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Il problema primo, base di ogni altro, è di carattere interno: rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una forma, creare in sé stessi un ordine ed una dirittura.

(Julius Evola)
 
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Si avvicina il tempo delle scelte
Di rino (del 12/12/2013 @ 13:57:21, in ATTUALITÀ, linkato 1224 volte)
di Cristofaro Sola

L’evolversi della politica interna italiana ci consente di avere un quadro molto chiaro di ciò che accadrà fra qualche tempo. Non saprei dire se l’elezione di Renzi alla segreteria del PD determini l’automatica fine dell’esperienza del governo Letta e delle sue “piccole intese”. è possibile ritenere che si vada al voto in primavera, ma non è affatto certo. Anzi, se dovessi scommettere punterei una grossa cifra sul galleggiamento di questo dicastero che, dopo la “mossa” di Berlusconi tesa a renderlo asfittico, ha assunto un profilo simile a quello dei governi balneari della “Prima Repubblica”, con l’aggravante di essere fuori stagione. In realtà, appare certo che il Paese sia entrato sì in una fase di clima pre-elettorale, ma non sarebbe per le auspicate consultazioni nazionali. Piuttosto, nel piatto c’è la disputa della partita europea. E questo, a mio parere, non deve affatto dispiacere, perché, forse per la prima volta nella storia della vicenda elettorale continentale, si presenta l’occasione di dire con chiarezza agli elettori degli altri Paesi quale Europa noi italiani vorremmo consegnare alle future generazioni. Soprattutto, i nostri concittadini hanno la possibilità di esprimersi con un tratto di penna su ciò che non vogliono più. Possono levarsi e dire a piena voce che un’Europa fatta a immagine e somiglianza delle politiche particolaristiche del “fronte Nord” dei Paesi “dell’area euro”, guidati da un’ intransigente Germania, non va bene. Possono dire che l’Austerity, voluta dalle autorità centrali per assicurare stabilità alla moneta unica funziona ed è virtuosa fin quando reca benessere e prosperità agli amministrati. Quando, invece, quelle stesse politiche filtrate attraverso l’assoluta rigidità delle regole formali provocano disagio sociale diffuso, inducono alla sfiducia per il futuro, annichilendo la naturale vocazione di ogni essere umano a progredire nella sua condizione di cittadino e di produttore, è necessario che esse vengano interrotte e si cambi strada. La storia del nostro continente ci ha insegnato che, sottoponendo le popolazioni degli Stati alla pressione di ingiuste costrizioni o di governi oppressori, esasperando le condizioni di vita della gente comune, consentendo il dilagare della miseria, si è giunti a vivere il dramma delle esplosioni rivoluzionarie, dove sangue e terrore hanno fatto da contrappeso all’arroganza dei potentati di tutti i generi. Molto si è combattuto e molto si è sofferto nelle contrade d’Europa. E il solo fatto di trovarci nella modernità dello Stato liberale-costituzionale, a impronta democratica, non basta di per sé a renderci immuni dal ritorno di un discusso passato. Parossismo? Può darsi. Enfasi letteraria? è possibile. Tuttavia questa riflessione incrocia fatti inoppugnabili.

Nell’Europa degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi di sistema indotta delle regole europee sta crescendo un sentimento autenticamente “anti”. Tale sentimento ha trovato modo di canalizzarsi verso nuove forme organizzate di offerta politica. In Grecia, il partito di “Alba Dorata” guidato da Nikólaos Michaloliákos, ha portato nelle ultime elezioni nazionali del giugno 2012 un gruppo di 18 deputati a sedere nel Parlamento greco. I cardini della politica di Alba Dorata sono la lotta alla disoccupazione, la lotta all’austerity voluta dall’Europa e la lotta all’immigrazione. In sostanza, un movimento politico a vocazione totalitarista si presenta e raccoglie voti su una piattaforma programmatica che difficilmente può esser bollata come irricevibile da quanti soffrono degli stessi problemi a cui soggiace da qualche anno il popolo greco. In Ungheria, invece, il Partito Jobbik (17% dei seggi al Parlamento nazionale), per bocca di un suo non isolato rappresentante, ha proposto di stilare liste di ebrei che rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale. Soltanto qualche giorno fa nella Slovacchia centrale è stato eletto governatore della regione Banska Bystrica, Marian Kotleba, esponente del nazionalismo estremista del partito “La nostra Slovacchia”, noto per le sue battaglie anti-rom; Kotleba è stato messo all’indice per aver definito “criminali” i rom del suo Paese. Confesso che, personalmente, ho definito molto peggio i giovani rom (l’etnia mi è stata comunicata dai Carabinieri che hanno individuato il gruppo di malviventi) che lo scorso mese, penetrando nella mia abitazione, hanno provveduto a ripulirci dei nostri averi e dei ricordi di una vita.

Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il sentimento antieuropeo si sia radicalizzato nella parte meridionale e orientale del continente. In effetti, ancor prima che l’estremismo politico incominciasse a raccogliere frutti nelle aree della crisi, movimenti xenofobi hanno consolidato la loro presenza all’interno delle rappresentanze parlamentari di quasi tutti i Paesi del progredito Nord dell’Europa. In Finlandia, un quinto dei seggi parlamentari è andato al partito dei “Veri Finlandesi”. Nella scettica Gran Bretagna ottiene consensi il partito anti-europeista Ukip guidato da Nigel Farage, che noi ricordiamo bene per il fatto che, senza mezze misure, ci ha sbattuto in faccia una verità che non ci piace ascoltare: che l’Italia negli ultimi anni è diventata una colonia della Germania. In Austria, alle ultime elezioni dello scorso settembre, il Fpoe, il partito xenofobo di Heinz-Christian Strache, successore di Joerg Haider, ha riscosso un notevole consenso elettorale. In Olanda il partito di estrema destra PVV, attraverso il suo leader, Geert Wilders, da tempo punta la sua politica sulla proposta di referendum per far uscire l’Olanda dall’area euro. Le argomentazioni a sostegno sono elementari: a fronte di benefici pari a € 800 procapite, ogni cittadino olandese subisce una perdita pari a € 2.700, causata dalla necessità di contribuire al salvataggio degli altri partner insolventi. Messa così, una causa referendaria sarebbe una passeggiata per i proponenti.

Ma il Paese dove sta montando un’onda anti-europeista significativa è certamente la Francia. I sondaggi indicano il partito patriottico di Marine Le Pen, il “Front National”, al primo posto nel gradimento degli elettori. Marine ha idee chiarissime sull’Europa. Il suo programma si fonda su quattro pilastri: la fine dello spazio di Schengen, l’addio all’euro, il patriottismo economico e la superiorità del diritto nazionale sulle direttive europee. In caso di vittoria alle elezioni nazionali sarà lei a dire alla UE: “prendere o lasciare”, perché, sostiene Marine, “la maggioranza dei miei compatrioti non vuole morire in questo magma informe chiamato Europa”. E le vuoi dare torto?

In questo scenario fluido anche in Italia qualcosa di interessante accade. A parte le scontate posizioni populiste della Lega e, oggi, del Movimento 5stelle, altri soggetti si candidano a drenare il voto di protesta che potrà uscire dalle urne europee. All’estrema destra è annunciata la presenza in campo di CasaPound, la cui performance elettorale stupirà molti osservatori e analisti politici. Sono giovani e sono attivissimi nel sociale. Sarebbe un grave errore sottovalutarli rappresentandoli in maniera caricaturale, “tutto caschi, saluto romano e manganelli”. Per queste fondate ragioni, il fatto che Berlusconi si sia liberato dei legacci che lo costringevano al sostegno forzoso all’imbelle governo dei “reduci” della Democrazia Cristiana, indica che si guarda a una campagna elettorale giocata tutta all’attacco. Sarà il momento giusto per raccontare agli italiani la verità su quello che è successo, dalla sciagura dell’ultima guerra di Libia in avanti. Se occorre, bisognerà saper fare autocritica per gli errori commessi e per le debolezze, troppe, mostrate. Ora la Destra può depurarsi di quella desinenza centrista che, con la crisi strutturale in atto, non ha alcun senso che la si continui a declinare nelle forme del moderatismo politico. L’immiserimento complessivo della società, accompagnato dal crescere di un progressivo senso di perdita e di sfiducia per il futuro, fa sì che il ceto medio riscopra un piglio radicale, e forse estremista, certamente sopito negli anni dell’illusione ottica del benessere raggiunto e consolidato per l’eternità. L’uomo della strada avverte la minaccia della concorrenza di interessi estranei che gli proviene da un mondo globalizzato, ben oltre il dominio dell’economia e dei mercati. E intende farvi muro.

Ora, se l’offerta politica della Destra ritrovata saprà essere convincente, se saranno dette cose chiare e fondate sul rapporto di forza con la Germania e con le democrazie del Nord, all’interno delle dinamiche d’indirizzo della strategia unitaria della UE, se sarà risvegliato l’orgoglio nazionale in funzione costruttiva e di recupero delle posizioni perdute, sarà reso un immenso servigio al Paese e alla causa della democrazia. Diversamente, vi è il concreto rischio che alla massa degli astensionisti si uniranno coloro che esprimeranno un voto di pura e semplice protesta. E allora cosa accadrà? Succederà che quei voti saranno posti su un binario morto. Il resto dei voti si concentrerà al centro sui due maggiori raggruppamenti, cioè sul Partito Popolare Europeo e sul Partito Socialista Europeo. Saranno queste due realtà, dirette principalmente da leader di provenienza settentrionale, a decidere sul nostro futuro. E come sempre saremo soltanto noi, popolo delle classi medie e meno abbienti, i destinatari delle nuove obbligazioni che intenderanno porre in capo ai già esangui Stati nazionali.

Se la Destra italiana intende restare nell’area politica del PPE, allora è indispensabile che vi permanga avendo però un peso decisionale di qualche rilievo. Diversamente, dirsi a tutti i costi Popolari europei per essere trattati da paria, francamente non credo abbia senso compiuto.
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