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Cosa c'è dietro la strage di Nairobi?
Di rino (del 26/09/2013 @ 18:14:36, in ATTUALITÀ, linkato 936 volte)
di Cristofaro Sola

L’attentato compiuto a Nairobi dal gruppo fondamentalista islamico Al Shabaab, che ne ha rivendicato la responsabilità, sollecita alcune riflessioni. Al Shabaab in italiano vuol dire “ giovani”. In realtà si tratta di un gruppo insurrezionale di matrice somala il quale ha avuto, negli ultimi anni, una sua parte nelle vicende del Paese del Corno d’Africa. Non v’è dubbio che si tratti di una cellula terroristica, visto che Al Qaida l’ha riconosciuta come tale formalmente.

Perché questa banda di terroristi operante a livello locale avrebbe deciso di compiere un’azione criminale di così ampia portata fuori dai confini somali? Potrebbe esser plausibile l’ipotesi per cui l’attentato sarebbe una vendetta scatenata contro i kenyoti, a loro volta artefici, nell’ottobre del 2011, di un’operazione bellica a scopi di antiterrorismo condotta nell’area strategica della Somalia meridionale. L’operazione, denominata in codice “Linda Nchi”, era stata programmata e portata a temine dalle forze di sicurezza del Kenya per fronteggiare una situazione divenuta ormai insostenibile. Da tempo, infatti, le milizie islamiche somale, in concorso con le bande di pirati, agivano oltre confine nella zona costiera kenyota, a forte vocazione turistica, mettendo a segno rapimenti di cittadini stranieri, in particolare europei, a scopo estorsivo. L’area di maggiore impatto dell’attività criminale di queste bande è stata l’isola di Lamu, con la sua incantevole laguna, definita dagli operatori turistici la Venezia swahili dell’Oceano Indiano.

La loro azione prolungata stava mettendo letteralmente in ginocchio il Kenya, il quale punta sul turismo quale fattore propulsivo di rilancio dell’economia nazionale. Per questa ragione, secondo i fautori dell’intervento armato, il fatto che la sua frontiera settentrionale, confinante con la Somalia meridionale, fosse divenuta l’area più instabile dell’intero Corno d’ Africa, ha obbligato il governo di Nairobi a tentare la carta dell’escalation militare, allo scopo di porre argine a una situazione di crisi altrimenti non sostenibile. L’operazione di contrasto armato, però, non ha raccolto unanimità di consensi. Molti osservatori l’hanno giudicata un grave errore politico. L’invasione del territorio somalo infatti, secondo questi ultimi, avrebbe aggravato la crisi tra i due Paesi senza risolvere alla radice i pur gravi problemi posti a sfondo dell’intervento militare.

La questione è indubbiamente complessa, giacché vi sono molteplici argomenti che si prestano a favore dell’una o dell’altra tesi. In realtà, va riconosciuta ai sostenitori dell’inefficacia dell’intervento armato come fondata l’obiezione secondo cui l’azione di forza avrebbe costituito il pretesto per una contromossa ritorsiva, progettata e compiuta in grande stile. E, purtroppo, così è stato. Resta il fatto, però, che fenomeni tanto radicati in contesti sociali ad alto rischio richiedono, per la loro neutralizzazione, interventi di bonifica che annichiliscano i terroristi sia dal punto di vista della reattività bellica, sia dal punto di vista delle interazioni e delle connivenze con il tessuto socio-economico di riferimento.

Dunque, questa abbozzata sarebbe la spiegazione più vicina alla realtà, per quanto avvenuto neli giorni scorsi a Nairobi. Tuttavia, è possibile ipotizzare un’altra cornice nella quale collocare l’azione terroristica al Westgate Shopping Mall. L’Al Shabaab che stiamo imparando dolorosamente a conoscere in queste ore in realtà è cosa molto diversa dall’organizzazione storica che, sotto lo stesso nome identificativo, si è distinta nella guerra civile somala al tempo delle Corti islamiche. Al Shabaab è stata un potente strumento nelle mani di spregiudicati trafficanti provenienti dai ranghi della criminalità comune, che avevano trovato conveniente porre i loro traffici illeciti sotto l’ombrello protettivo della causa islamica. Dopo la cacciata da Mogadiscio, nel 2006, grazie all’intervento militare etiopico, di fatto l’organizzazione, che nel frattempo aveva perso i suoi capi, si era sciolta. Con il sostegno della “longa manus” eritrea, l’organizzazione terroristica si è rapidamente ricostituita, sostituendo ai quadri somali dispersi le nuove leve del fondamentalismo jihadista, provenienti anche dai Paesi dell’Occidente. La lista dei terroristi coinvolti nell’assalto di Nairobi lo conferma. Quindi, mentre la prima Al Shabaab era sostanzialmente una banda di criminali, la seconda organizzazione nata dalle sue ceneri è, a tutti gli effetti, una cellula terroristica di certificata matrice qaedaista.

è, però, accaduto negli ultimi tempi, a cominciare dal 2011, che la diversificazione di linee strategiche, ancora presente all’interno di Al Shabaab, sia andata crescendo fino a provocarne la spaccatura. Le due anime dell’organizzazione si sono divise sulle strategie da adottare dopo la disfatta nella gestione del Paese, intervenuta a seguito della carestia che lo ha colpito nell’estate del 2011. La situazione di crisi aveva condotto i miliziani di Al Shabaab a lasciare Mogadiscio senza opporre alcuna resistenza decretando la vittoria delle forze che si riconoscevano nel Governo Federale di Transizione. La cellula, che si era ricoperta di gloria agli occhi di tutti i fanatici, gli assassini e gli invasati che circolano a piede libero per il pianeta, con l’ assalto, il 23 agosto 2010, a un hotel di Mogadiscio, nel quale erano state trucidate trentatré persone, tra cui quattro parlamentari, aveva mostrato la propria totale incapacità a relazionarsi alle istanze reali della popolazione. Da qui l’abbandono del campo. Intanto, le sconfitte subite, accompagnate dall’eliminazione per mano nemica dei suoi capi più pericolosi, il più importante dei quali Fazul Abdullah Mohammed, responsabile della logistica di Al Shabaab e fedele adepto di Al Qaeda, dovevano spezzare in due tronconi l’organizzazione. L’uno, formato dalle componenti jihadiste più pragmatiche, si è dichiarato disponibile al dialogo con le forze del governo regolare, che nel frattempo riprendeva con successo la “road map” di normalizzazione del Paese, stabilita con gli accordi della Conferenza di Londra del maggio 2012, eleggendo progressivamente, con metodo democratico, l’assemblea Costituente, il Parlamento e, il 10 settembre 2012, un nuovo presidente della Repubblica di Somalia. L’altro troncone, formato dai cosiddetti lealisti di Al Qaeda, ha inteso invece continuare la lotta contro il nuovo assetto istituzionale di Mogadiscio, sostenuto dalla Comunità Internazionale, determinando di fatto un vulnus nell’iter di pacificazione del Paese. Gli integralisti islamici hanno puntato sul fatto che Mogadiscio non è l’intera Somalia. Al contrario, un’ampia area geografica del Paese, collocata nella parte meridionale, proprio al confine con il Kenya, è costituita da una maggioranza di popolazione di fede islamica (quindi, interessata all’applicazione della Shari’a, più che all’esercizio democratico nella gestione della cosa pubblica.

Ora, negli ultimi tempi le componenti moderate di Al Shabaab hanno dialogato con il GTF prima e con il nuovo governo legittimo dopo, per essere integrate nel processo di normalizzazione della Somalia. Le forze di stabilizzazione dell’Unione Africana, presenti in territorio somalo per la missione di pace “Amison”, hanno giudicato negativamente l’avvicinamento della giovane leadership alle frange integraliste provenienti dal gruppo Al Shabaab. In effetti, la Comunità Internazionale non si fida e teme che la sbandierata pacificazione sia un “Cavallo di Troia” per rimettere in gioco i qaedisti di Al Shabaab, questa volta in forma di elemento agente dall’interno del sistema.

Ma se la spaccatura nel cuore di Al Shabaab fosse reale, allora l’attentato di Nairobi potrebbe essere interpretato come un disperato, quanto abietto, tentativo dell’ala oltranzista del movimento di dimostrare “urbi et orbi” la propria esistenza in vita. Per paradosso, la verifica circa la concretezza del percorso terroristico intrapreso dall’ala combattente rispetto all’altra componente, finirebbe per accreditare quest’ultima come forza realmente dialogante per il processo di pace della Somalia. C’è da fidarsi? è presto per dirlo. è necessario che si “posi la polvere” alzata da questa efferata azione criminale, per comprendere come stiano le cose. Soprattutto c’è da capire se e quanto Al Qaeda abbia deciso di puntare sulla vicenda dell’instabilità somala, per rilanciarsi sulla scena internazionale, in modo fragoroso. In questo caso non stupirebbe la scelta di colpire la capitale kenyota come segnale di avvio di un’offensiva su più larga scala contro obiettivi occidentali. è già accaduto. Si ricorderà che, prima del drammatico colpo inferto agli USA l’11 settembre 2001, vi era stata un’ondata di devastanti attentati contro sedi diplomatiche statunitensi, il più grave dei quali fu proprio compiuto proprio a Nairobi, il 7 agosto 1998. L’esplosione fece 212 vittime e oltre 4.000 feriti. Ora, è lecito aggiungere una domanda alle tante possibili ipotesi che sono in questo momento sul tappeto: dobbiamo interpretare anche questo attentato come il segnale anticipatore di un evento di dimensioni apocalittiche? Se così fosse, sarebbe importante conoscere cosa indicano i sensori di rilevamento, sparsi sui territori a rischio dalle “intelligence” di tutto l’Occidente.

Nell’operazione di contrasto le forze militari kenyote sono state affiancate da consiglieri esperti di antiterrorismo dell’IDF, l’Israel Defense Forces, provenienti da Tel Aviv. Israele ha una consolidata tradizione di relazioni amichevoli con il Kenya, risalenti già a prima della leggendaria operazione “fulmine”, il blitz compiuto il 4 luglio 1976 dalle forze di sicurezza israeliane all’aeroporto della città ugandese di Entebbe, dove un gruppo di terroristi tratteneva, a seguito di un dirottamento, i 244 passeggeri, in maggioranza israeliani, e i 12 membri dell’equipaggio di un aereo dell’Air France. Gli advisors ebraici, dunque, hanno tutta l’esperienza necessaria per assicurare che il blitz delle forze di sicurezza consegua l’obiettivo della salvezza di quanti più ostaggi sia possibile. Inoltre, sarebbe auspicabile la cattura ancora in vita di almeno una parte dei terroristi coinvolti. Solo così gli inquirenti kenyoti, insieme agli esperti delle potenze occidentali presenti a Nairobi, potranno tracciare un quadro chiaro degli eventi accaduti e stabilire con certezza il vero movente dell’azione terroristica.

è, dunque, una situazione fluida che non offre certezze se non per una cosa soltanto: questa volta la “primavera araba” con quello che è accaduto non c’entra un bel nulla. Per fortuna.