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Hassan Rouhani. La comprereste un auto usata da uno così?
Di rino (del 07/10/2013 @ 15:58:42, in ATTUALITÀ, linkato 3825 volte)
di Cristofaro Sola

La cronaca di questi giorni conduce a interrogarsi sul futuro di uno dei maggiori players oggi in campo sulla scena globale. Il riferimento è all’Iran e al suo ruolo nello scacchiere mediorientale. Nel mentre, tutta l’area del Mediterraneo meridionale ha rischiato di andare in fiamme per effetto degli sciagurati esiti delle “primavere arabe”, qualcosa si è mossa anche su di uno dei lati della piramide istituzionale della Repubblica Islamica dell’ Iran. Le consultazioni elettorali per la scelta del nuovo presidente, tenutesi lo scorso 14 giugno, hanno portato alla vittoria Hassan Rouhani. Ha vinto, quindi, un uomo d’apparato con esperienza di negoziatore. In passato il suo incarico più importante è stato di capo delegazione nel negoziato per la prosecuzione del programma nucleare iraniano con gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Unico candidato religioso presente alla competizione giacché proveniente dalle fila del clero sciita, ha comunque in tasca una laurea conseguita alla Glasgow Caledonian University. Figura di politico anomala, perché considerato un conservatore pragmatico con aperture moderate e riformiste. In ultima analisi, facendo ricorso alle categorie del partitismo di casa nostra, lo si potrebbe definire un centrista. Le sue tattiche di gioco sono inclusive, al punto che per lui hanno fatto campagna elettorale personalità notoriamente riformiste quali gli ex presidenti Mohammad Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani e lo stesso candidato ufficiale del fronte moderato Mohammad Reza Aref, benché regolarmente ammesso alla competizione elettorale, si è ritirato in suo favore.

In realtà, la vittoria di Rouhani ha sorpreso non poco gli osservatori internazionali. Dopo anni di strapotere del blocco oltranzista-conservatore, incarnato dall’inquietante personaggio che è stato Mahmud Ahmadinejad, era ipotizzabile una continuità nella successione, ispirata alle linee guida dell’azione politica del presidente uscente: antisionismo radicale; antiamericanismo senza se e senza ma, associato all’idea forte della distruzione globale dell’Occidente nella prospettiva del completo trionfo dell’Islam sulla globalità degli infedeli; sostegno incondizionato ai nemici storici di Israele, di cui si ritiene ineluttabile l’eliminazione, quale Stato sovrano, dalla geografia del Medioriente; accelerazione del programma nucleare iraniano a scopi offensivi. Alla resa dei conti, però, l’intransigenza antioccidentale di Ahmadinejad è costata al suo paese anni di crescente impoverimento, come conseguenza delle sanzioni economiche irrogate dalla Unione Europea e dagli USA. L’effetto del blocco delle esportazioni di petrolio e dei prodotti petrolchimici è stato quantificato, da un rapporto del 2012 dell’Istituto Italiano per il Commercio Estero, in una perdita dell’ 80% delle potenziali entrate. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il tasso di crescita dell’economia dell’Iran, nel 2013, precipita allo 0,09%. Secondo fonte EIU, dell’agosto 2012, la previsione della variazione percentuale reale del PIL si attesterebbe a -1,1. La contrazione della liquidità ha provocato la sensibile diminuzione dell’import anche di beni di prima necessità. Lo standard produttivo valutato, nell’ottobre 2012, a 2,77 milioni di barili estratti al giorno, di cui solo 1 milione destinato all’export, è calato nel 2013 a 700.000 barili, con una perdita netta di entrate giornaliere per 140 milioni di dollari. Anche la stabilità monetaria interna ne ha pesantemente risentito. Il Rial, che è la divisa iraniana, ha subito una consistente svalutazione rispetto al dollaro, passando dal valore di cambio di 13.000 Ri/1$ nel 2011 a 24.816 Ri/1$ al 5 ottobre 2013. Il rapporto di interdipedenza tra il valore della moneta e l’andamento dell’inflazione, ha determinato, nell’ultimo periodo, un’esplosione di quest’ultimo indicatore, calcolato intorno al 40% su base annua, diretta conseguenza del deprezzamento del Rial. è dunque, presumibile che in assenza di una sostanziale inversione di tendenza dell’economia, il tasso d’inflazione sia destinato a salire ulteriormente. A peggiorare le cose, rendendo più complicati e rischiosi i rapporti economici con la Repubblica Islamica, è intervenuta la decisione della Swift, la società interbancaria che regola il sistema finanziario globale, di escludere l’Iran da tutte le transazioni. Conseguenza a valle della crisi economica è stata l’impennata del tasso di disoccupazione, registrato nell’ultimo anno della presidenza di Ahmadinejad. Il Centro Iraniano di Statistica ha stimato che, nell’ultimo quinquennio, un iraniano su 4 ha perso il lavoro.

Attesa, quindi, la condizione di Paese grande produttore di petrolio, il secondo nella classifica dei Paesi associati nell’OPEC con il 10% delle riserve mondiali di greggio (fonte: Ministero Affari Esteri Italia – Enit), la crisi economica è interamente radicata nel terreno della politica e delle relazioni internazionali. L’ isolamento a cui l’Iran di Mahmud Ahmadinejad si è autoconsegnato costituisce la causa prima della debolezza dei principali indicatori macroeconomici. Il riflesso nella tenuta della coesione sociale ne è semplicemente una conseguenza.

è probabile, allora, che il successo, già al primo turno, di un candidato outsider dal profilo dialogante, stia proprio nell’impossibilità della popolazione iraniana di reggere a lungo una condizione di progressivo immiserimento. Alla società civile erede dell’antico Regno di Persia, come pure alla guida suprema, vertice istituzionale della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Khamenei, deve essere parso chiaro che soltanto stabilendo un serio dialogo con l’Amministrazione Americana, il Paese avrebbe potuto risollevarsi dalle sabbie mobili della crisi economica in cui l’oltranzismo radicale dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, l’aveva precipitato.

Ora, Rouhani, dal giorno del suo insediamento avvenuto lo scorso agosto, ha vestito i panni del politico aperto e capace di dialogare con tutti, anche con gli avversari storici. Egli ha detto di volersi impegnare per ottenere la revoca delle sanzioni e il ristabilimento di corretti rapporti commerciali con gli altri Paesi, salvo poi a definire la presenza israeliana a Gerusalemme come “occupazione sionista” e in quanto tale “ la vera piaga che il mondo islamico dovrebbe cancellare”. Non solo. Ha anche dichiarato che gli USA devono continuare ad essere il tradizionale avversario del suo paese, sebbene si debba concepire una forma di rivalità che sia funzionale agli interessi nazionali iraniani. Assolutamente sconcertante. Sa bene però, il signor Rouhani, che non può pretendere “botte piena e moglie ubriaca”. Egli, per raggiungere il suo obiettivo prioritario: l’abolizione dell’embargo commerciale, dovrà dare risposte convincenti, a cominciare dalla questione della corsa al nucleare a cui l’Iran parrebbe non voler rinunciare, a finire alle questioni di politica interna riguardanti il libero esercizio dei diritti civili da parte della popolazione, nonché la liberazione dei detenuti “politici” e dei giornalisti, prigionieri del regime. In quest’ottica, la dichiarazione iraniana per l’appoggio alle politiche ONU di messa al bando delle armi chimiche, è stata giudicata dagli osservatori internazionali un buon primo passo. Ma è evidente che un sol passo non sia di per sé sufficiente ad annullare tutte le diffidenze che permangono quando si tratta di Iran.

L’amministrazione Obama ha concesso un’ importante apertura di credito alla nuova presidenza iraniana accettando di riprendere i negoziati sul programma nucleare dell’Iran con il gruppo dei 5+ 1, a cominciare dal prossimo 15 ottobre a Ginevra. Ma Obama intende anche conoscere le reali intenzioni del neo presidente sul futuro dei rapporti con Israele. Se, cioè, l’Iran del nuovo corso desideri avviare un dialogo con lo Stato ebraico oppure se la pregiudiziale sul diritto dei musulmani all’eliminazione dell’entità sionista sia ancora un pilastro della politica estera di Teheran. Molto del futuro iraniano dipenderà dalla risposta che a questa domanda Rouhani saprà dare.

Chi, però, più di ogni altro manifesta dubbi sull’effettiva volontà di Teheran a cambiare rotta, è il governo israeliano che continua a tenere puntati verso il territorio iraniano i suoi missili a lunga gittata Jericho-3. Il passato di Rouhani, il suo curriculum, e anche il tono ambiguo di sue recenti dichiarazioni, non farebbero ben sperare. Al contrario, inducono le “menti pensanti”- quelle che non sono colpite dalla sindrome del “tutti pazzi per Rouhani” soltanto perché ha detto, lanciando “l’offensiva del sorriso” alle Nazioni Unite: “ Non siamo una minaccia, il nostro nucleare è pacifico, possiamo raggiungere un accordo con gli Stati Uniti - a mostrare assoluta cautela nel valutare le prime uscite del neo presidente. In effetti, per Benjamin Netanyahu, la pratica “Rouhani” non si può considerare chiusa, perché non si è mai aperta. L’ambiguità sorniona del nuovo presidente ha spinto il premier israeliano a dichiarare con toni perentori che solo “quando i dirigenti iraniani cesseranno di invocare la distruzione dello Stato ebraico, allora la delegazione isreliana ascolterà i loro discorsi.” L’altro fronte su cui l‘ Iran svolge una parte da protagonista è quello della guerra civile in Siria. In realtà, Teheran copre nella vicenda un doppio ruolo. Il primo, diretto, si configura nella sua posizione di Lord protettore, insieme con la Russia, del regime di Bashar Al –Assad. Il secondo, indiretto, si concreta nel sostegno che esso assicura alle milizie libanesi Hezbollah, impegnate anche loro nella guerra civile al fianco delle truppe dell’esercito regolare di Damasco. La partita siriana, per Teheran, ha valore strategico, perché rappresenta l’opportunità di provare a distanza di sicurezza il braccio di ferro con la componente sunnita dell’islamismo, interdittore da sempre delle ambizioni dell’Iran sciita nella regione mediorientale. Non è un caso, infatti, che le maggiori dinastie del petrolio, insieme con la Turchia, diretto competitor siriano, siano tutte schierate dalla parte dei ribelli. Inoltre, Teheran prova, con la partecipazione al conflitto, a ritagliarsi uno spazio di manovra politica proporzionato al ruolo, storicamente ambìto, di potenza ultraregionale anche in assenza, al momento, del possesso di quell’armamento nucleare che le conferirebbe ben altro peso strategico. A rafforzare la posizione iraniana nella partita siriana ha contribuito il fatto che l’amministrazione Obama, dopo aver urlato ai quattro venti l’intenzione di intervenire militarmente contro Bashar Al Assad, reo per gli americani di aver fatto uso di armi chimiche in un assalto, avvenuto lo scorso 21 agosto, a una roccaforte dei ribelli individuata nei sobborghi di Damasco, abbia poi accettato la soluzione negoziata proposta dalla Russia, dando alla comunità internazionale l’impressione di essere un molosso con un gran vocione, utile per abbaiare, ma con nessuna voglia di mordere.

Il vero nodo, dunque, sta proprio nel capire cosa l’Iran intenda fare rispetto alla politica di proliferazione nucleare da tempo perseguita da tutti i governi che si sono succeduti. Non è questione accademica. Al contrario, su questo interrogativo ruota il futuro non soltanto della regione mediorientale, ma dell’intero quadrante mediterraneo. è di tutta evidenza che Israele non resterà a guardare l’escalation nucleare di Teheran. Il premier Netanyahu è stato chiarissimo sul punto. In occasione del messaggio augurale per il capodanno ebraico, il Rosh HaShanah, ricorrenza caduta il 4 settembre del nostro calendario, egli ha affermato, senza giri di parole, di non ritenere accettabile che il più pericoloso regime del mondo si doti dell’ arma più pericolosa al mondo: “essi devono essere fermati”. Dunque, la posizione della leadership israeliana non presta il fianco a ulteriori interpretazioni. Il governo di Gerusalemme esorta la comunità internazionale a frenare la rincorsa iraniana al nucleare, diversamente saranno gli stessi israeliani a pensarci.

è tempo, dunque, che l’Occidente chieda conto al regime iraniano delle sue reali intenzioni. Ma che non ci si limiti alle parole. E’indispensabile che ad esse seguano comportamenti concludenti. Se così non dovesse essere dovremo arrenderci all’idea che in Iran nulla sia cambiato. E che non vi sia niente e nessuno di cui fidarsi. A maggior ragione, non ci si può fidare dei sorrisi suadenti dell’imbonitore di turno.

Hassan Rouhani è un chierico che ha per stella a illuminare il suo cammino l’ombra lunga del defunto Ayatollah Khomeini, di cui fu discepolo e sodale. Scettico, allora, sulle buone intenzioni dichiarate dal signor Rouhani? Certo che sì! Personalmente non credo alla solidità dei buoni propositi di chi attribuisce il merito della propria vittoria elettorale agli effetti di un’intransigente religiosità. Di sicuro c’è che proprio non la comprerei un auto usata da uno così.