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 Apollo... di Admin
 
Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui!

(Ezra Pound)
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 27/06/2014 @ 09:45:00, in ATTUALITÀ, linkato 618 volte)
di Mario Mancini

Ormai non c'è da meravigliarsi più di nulla. Non c'è limite alle nefandezze che ci tocca sentire e - quel che è peggio - ci tocca subire, con la conseguenza che ci tocca pagare. Mi spiego meglio. Siamo arrivati ad un punto dove la pressione fiscale è diventata insopportabile. Si parla di miliardi di tasse come se fossero bruscolini. Si parla di miliardi di evasione fiscale come se fosse la cosa più naturale al mondo. Si parla del malaffare, oltreché di uomini di affari, di uomini politici (che poi politici non sono, ma scaldano solo le poltrone dei politici), che con artifici e raggiri (in campo penale si configura il "reato di truffa", art. 640 c.p.) anche maldestri (vedi, tra gli altri, rimborsi spese per acquisti di tartufi, creme da barba, pannolini per signora, mutande verdi etc.) truffano lo Stato e quindi noi. A questi sprechi, eclatanti, vanno aggiunte tutte le spese per mantenere le operazioni umanitarie nel mondo (rectius guerre), spese sempre a carico della comunità.

A tutte queste spese "indispensabili" dobbiamo aggiungere le varie trattenute fiscali quali: il cinque per mille per le Onlus e l'otto per mille per le varie Chiese, tra le quali la Chiesa cattolica, che, nella fattispecie, fa la parte da leone, rastrellando svariate centinaia di milioni dalle imposte che, ovviamente, escono dalle tasche dei contribuenti.

Ora non sto a polemizzare sui vari spot televisivi che la Chiesa fa passare quotidianamente (e non credo che vengano trasmessi a titolo gratuito...). Mi chiederete il perché di tutto questo panegirico (credo ben noto ai più). La risposta è semplice, nel senso che leggendo un settimanale a tiratura nazionale ho notato un trafiletto dal titolo “Ma quante diocesi in bancarotta”. Riporto qui una parte dell'articolo riguardante la diocesi di Terni, che rende l'idea più di ogni altra spiegazione: ...Ancora più grave la situazione a Terni dove la diocesi ha debiti per circa 20 milioni (di euro) sui quali indaga la magistratura italiana che ha arrestato l'economo e il direttore tecnico della curia. La Cei si è impegnata a coprire 10 milioni di debiti, con anticipazioni sulle somme dovute per l'8 per mille, mentre lo IOR coprirà la cifra restante (...).

In poche parole, questa parte di debiti della curia di Terni li paga la Chiesa con i proventi dell'otto per mille, che a loro volta sono proventi che escono dalle tasche dei contribuenti italiani. Chissà quante curie di Terni ci sono in Italia! Chissà quante curie di Terni non verranno mai giudizialmente alla luce. Chissà quante malefatte continuerà a perpetrare alle spalle degli ignavi italiani il malaffare della Chiesa!

Vale la spesa di continuare a versare alle casse del Vaticano (stato straniero) tutta questa valanga di quattrini? Qui prodest?
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Di Admin (del 23/04/2014 @ 15:31:29, in ATTUALITÀ, linkato 813 volte)
di Cristofaro Sola

Si scrive su molti quotidiani di quanto Putin piaccia alle destre. è così? Può darsi. Nella cosmogonia della Destra italiana, in particolare, c’è stato sempre spazio per il mito dell’uomo forte. L’attrazione che il fascismo esercitò sulla gran parte della popolazione italiana era connessa alla figura dell'“uomo forte” al comando, molto più di quanto avessero realmente inciso le idee guida dell’ideologia fascista.

Bettino Craxi si tende a ricordarlo per la vicenda di Sigonella invece che per le estenuanti “guerre di movimento” ingaggiate, per oltre un decennio, con i suoi alleati di governo. E cosa si dice oggi di Renzi? Le vecchie volpi della comunicazione preferiscono porre l’accento sulla novità del personaggio, per non dover pronunciare l’aggettivo che hanno in punta di lingua: forte.

Il leader delle nuova Russia non fa mistero di considerarsi un portatore di valori tradizionali. La sua personalità rimanda, sebbene in una versione adattata alla odierna realtà, all’archetipo del “Re del Mondo” della Tradizione nelle cui mani si riassume una sorta di potere pontificale, che fonde l’elemento della Pace con il principio di Giustizia. Il leader russo, per molti versi, si presenta agli occhi delle correnti iniziatiche che hanno profondamente irrorato il campo del Pensiero occidentale, pre e post illuminista, come una figura polare, un centro intorno al quale ruota un mondo. è la mitologia del “defensor civitatis”, tornato a vivere nel nostro tempo storico, per sostenere la conservazione di valori tradizionali altrimenti attaccabili da una modernità massificante e nichilista. In realtà, ciò che fa breccia nel cuore degli uomini e delle donne di destra è proprio l’orgoglio che il leader mostra nel dichiararsi portatore di princìpi non negoziabili come nessun altro leader del nostro emisfero oserebbe fare. Putin non è simpatico, e non credo faccia alcunché per esserlo. Ha il suo mondo nel quale trovano posto, con pari dignità, l’esaltazione della forza fisica, l’accentuata caratterizzazione di genere, la passione per la natura e la ricerca della bellezza nella Creazione. Vi è in lui una religiosità a tratti pagana, che lo lega alla terra e alla stirpe. Anche la fede, che sembra possedere, incrocia un principio identitario non derogabile, nel quale l’individuo Putin si sente a proprio agio.

Uno fatto così, a questo Occidente conquistato dai relativismi di tutti i tipi, imbevuto di “pensiero debole”, di fatto incamminato sulla strada postmoderna della società liquida, appare come un alieno, un reperto della preistoria venuto alla luce per effetto dello scongelamento dei ghiacci siberiani. Per questo piace solo agli uomini della Tradizione. E non è un caso. Nel tradizionalismo ideologico albergano sentimenti di assoluta devozione per la espressione concettuale della forza. Si può dire che nel pensiero politico della destra radicale sia presente un’estetica della forza che si trasmuta in potere della decisione, secondo la declinazione schmittiana. Questa idea sarebbe probabilmente piaciuta molto a qualche antenato del pensiero tradizionale.

Sarebbe, dunque, salutare per le destre italiane guardare con maggiore riguardo alle mosse politiche e ideologiche del leader Putin, cercando una volta tanto di non disporsi a uso di zerbino per obbedire, passivamente, ai “desiderata” che giungono dalla parte occidentale dell’emisfero boreale. Da quel centro polare di ideologia consumistica, di riduzione dell’“homo philosophicus” a “homo consumptor”, da quella società che non sa fare a meno del suo credo inviolabile: il liberismo selvaggio declinato con il turbo-capitalismo. Non dimentichiamo che la patria del demone dell’economia, sovrano incontrastato dell’età oscura, del Kaliyuga, è a Ovest, là dove l’astro supremo tramonta. Là, il turbo-capitalismo ha somministrato il suo veleno in maggior dose. Ma ha contaminato anche la nostra civiltà al punto che il nostro Paese sta vivendo una lenta agonia dalla quale è difficile tornare. Allora guardiamo a Oriente. è là che il sole sorge, dall’alba dei tempi. Da quell’orizzonte sorgerà ancora l’astro della Tradizione.
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Di Admin (del 20/02/2014 @ 18:28:47, in ATTUALITÀ, linkato 629 volte)
di Riccardo Fucile

Chi perde il lavoro e non riesce a pagare l'affitto è costretto a lasciare la casa per morosità. I più fortunati si fanno ospitare da parenti e amici, ma c’è anche chi finisce a dormire in auto o a mettersi in coda fuori dai dormitori pubblici.
I sindacati inquilini calcolano che, nelle ultime settimane, a Milano 250 famiglie sfrattate siano «per strada», nella vasta gamma di sfumature che questo concetto può avere. è fine carattere maiuscolo = un problema che coinvolge 12.000 famiglie in città. Le varie organizzazioni sindacali hanno chiesto che ci sia una programmazione degli sfratti in modo da evitare che chi viene sgomberato finisca in strada. Se manca l’alloggio da assegnare, bisognerebbe attendere a eseguire lo sfratto. Lo consente una normativa sulla “morosità incolpevole”, cioè quella causata dalla perdita del reddito da parte dell’inquilino.
"Qui non stiamo parlando di gente che ne approfitta, ma di famiglie che hanno perso il lavoro per la crisi e che non sono in grado di far fronte al canone", spiegano gi esperti.
Si è inceppato il meccanismo di assegnazione “in emergenza” agli sfrattati delle case comunali.
Fino all’anno scorso potevano passare pochi giorni o al massimo qualche settimana fra lo sfratto e la concessione di un alloggio popolare alle famiglie già in graduatoria per lo stato di necessità, ma dalla fine del 2013 la situazione nel capoluogo lombardo si è capovolta. Delle 250 famiglie che a Milano sono già state messe in mezzo alla strada con la forza pubblica, senza alcuna soluzione alternativa, circa 150 hanno l’assegnazione di un alloggio popolare, ma solo sulla carta. Sono in graduatoria, ma nella realtà non hanno ricevuto alcuna offerta... e l’attesa si può prolungare per mesi, perché di alloggi disponibili da assegnare non ce n’è.
E la stessa cosa accade in quasi tutte le parti d'Italia, determinando una situazione sempre più drammatica e pericolosa dal punto di vista sociale, a fronte della quale lo Stato non ha saputo né prevedere, né programmare alcun serio intervento di edilizia popolare: gli ultimi sono stati quelli del periodo fascista e dell'immediato dopoguerra, poi il vuoto assoluto, salvo qualche speculazione con orridi dormitori di periferia.
E il fatto che nei programmi di governo il tema sia assente non depone certo a favore della lungimiranza della nostra classe politica. Salvo poi farsi trovare impreparati a gestire le emergenze.
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Di Odal (del 16/01/2014 @ 16:43:47, in TRADIZIONE, linkato 611 volte)
di Walter Otto

«Ed ecco che di nuovo ci si fa incontro l’antichità classica nella sua grandezza; non perché noi ci perdiamo nella sua imitazione, ma perché il nostro contatto con essa ci dia ancora una volta la forza di superare il nostro travaglio. Nessuna scoperta scientifica e nessun nuovo metodo di ricerca è valsa a riavvicinarcela, ma è il nostro stesso destino, che in questa epoca di crisi ci fa nuovamente avvertire la voce ammonitrice del mito e dell’antichità. Essa ci viene incontro con i suoi Dei, la cui sostanza vivente, quale più alta realtà dell’uomo e del mondo, le precedenti generazioni non intesero. Hölderlin lo aveva presagito, e la via di Nietzsche è segnata da questo sublime incontro. Nulla è più lontano da noi della tentazione di trastullarci con culti ormai tramontati. Culto e mito devono significare altro per noi da quel che significarono millenni fa. Ma le potenze divine dell’Essere ci attendono per comunicarci alcunché d’infinito, e il nostro destino saprà trovare la forma, in cui esse torneranno visibili».
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Di Admin (del 11/01/2014 @ 16:48:31, in ATTUALITÀ, linkato 624 volte)
di Mario Mancini

Ciclicamente, ma ormai sempre più sovente, si sente parlare del malaffare di uomini politici e dei delinquenti ad essi vicini. Non dico che ci si faccia l'abitudine, ma certamente il costante ripetersi di tante connivenze e corruzioni distrae il cittadino dal soffermarsi adeguatamente sui misfatti.
In concreto, mi riferisco ad un ex Ministro della Repubblica il quale ha acquistato un immobile di pregio nella Capitale, ma, poverino, non si è accorto che il prezzo o parte di esso è stato pagato alle venditrici da un “terzo”, il quale ha provveduto, sempre ad insaputa dell'ex Ministro, anche alla ristrutturazione. Casualmente, sempre il suddetto “terzo” si è reso aggiudicatario di un cospicuo appalto multi-milionario.

E fin qui, niente di nuovo, nel senso che casi di corruzioni, quasi sempre impuniti, se ne sentono quotidianamente. Quel che sconcerta è la faccia tosta del distratto Ministro nell'asserire che lui non ne sapeva niente, che il tutto è stato compiuto a sua insaputa, tesi confermata, proditoriamente, anche dal su avvocato, Elisabetta Busuito, la quale ha ribadito che il fatto non sussiste (sic!)... ma qualcuno sarà pur andato a firmare l'atto di compravendita dal notaio?

Non sono qui per giudicare, perché non è il mio compito, ma mi chiedo in quali mani sono poste le sorti del nostro Paese, considerato che questo non è l'unico “stupido” che ci governa (o meglio, ci ha governato). E a proposito del termine “stupido”, che deriva dal latino stùpeo (ossia, “son stordito, resto attonito”), mi reca gioia citare un pensiero di Albert Einstein: “Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana. Della prima non sono sicuro”.
Tutto questo è per far capire che non abbiamo l'anello al naso, che non siamo completamente incapaci di intendere e di assistere allo scempio di certe sconcezze, ma che la nostra fiducia in quelli che sono gli organi umani giudicanti e gli strumenti messi a loro disposizione sovente ci lasciano perplessi. Pertanto, concludendo, vorrei proporre l'introduzione nel nostro sistema di Leggi il reato di “stupidità”, nel senso che ogni qualvolta si presenta un caso simile a quello del nostro ex Ministro venisse applica una pena di reclusione pari all'ergastolo, in quanto chi è stupido, stupido rimane e, purtroppo, per tutta la vita.
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Di Admin (del 23/12/2013 @ 14:22:40, in ATTUALITÀ, linkato 660 volte)
di Riccardo Fucile

La denuncia di Federalberghi: "32 milioni non possono permettersi una vacanza"... le carenze del Sistema Italia.

Secondo Federalberghi saranno 12 milioni gli italiani che faranno una vacanza tra Natale e Capodanno, dato che, raffrontato al 2012, segna una flessione del 3%. Ciò vuol dire che i restanti 48 milioni di italiani non si sposteranno da casa durante le festività e di essi addirittura 32 milioni non lo faranno per motivi economici. In particolare, a Natale la flessione di italiani in movimento sarà dell'8% (da 6,6 milioni del 2012 a 6,07 milioni di quest'anno), con la stragrande maggioranza che rimarrà in Italia ed alloggerà, per economizzare, in casa di parenti o amici, mentre a Capodanno si muoveranno quasi 6 milioni di connazionali rispetto ai 5,8 milioni del 2012 (+3%), con un incremento di italiani che andranno all'estero "spinti probabilmente - secondo Federalberghi - da tariffe più vantaggiose che non risentono del clima di oppressione fiscale nel quale le nostre aziende si trovano a lavorare".

"Un dato su tutti è quello che spaventa: oltre un italiano su due si dichiara in povertà turistica non potendosi permettere nemmeno una notte fuori casa durante le imminenti festività", commenta il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alla lettura dei risultati dell'indagine previsionale sulle vacanze di Natale e Capodanno degli italiani, realizzata con il supporto dell'istituto ACS Marketing Solutions.
"A questo punto è indispensabile - sottolinea Bocca - che governo e parlamento decidano una strategia comune per far rivedere la luce ad uno dei settori maggiormente trainanti l'economia nazionale e confidiamo che, subito dopo la pausa natalizia, veda la luce il decreto "valore turismo", per iniziare a dare risposte concrete alle imprese ed al mercato. Tra le misure che chiediamo con forza - elenca Bocca - ci sono sicuramente quelle di sostegno all'innovazione, alla riqualificazione ed alla promozione, nonché di contrasto all'abusivismo ed alla concorrenza sleale, vera piaga che sta inquinando il mercato, invaso da migliaia di camere vendute da soggetti che non applicano i contratti di lavoro, non pagano le tasse, non rispettano le leggi".

I dati in costante flessione costituiscono l'ennesimo campanello d'allarme in un settore che dovrebbe fungere da traino per l'economia di un Paese ad alta attrazione turistica e culturale, il più ricco al mondo di opere e città d'arte. Non giovano certo da richiamo sui media stranieri le notizie dei crolli a Pompei o il fatto che occorrano anni per rendere visibili al pubblico i bronzi di Riace, tanto per citare gli esempi più recenti. La costante mancanza di fondi pubblici determina un progressivo degrado di opere d'arte che farebbero invidia a molti Paesi, mentre in Italia finiscono spesso appilate negli scantinati dei musei, invisibili al pubblico. Qualcosa si è fatto, ma troppo resta ancora da fare, anche in termini di riqualificazione della recezione alberghiera e di tutela ambientale, presupposto per richiamare turismo di qualità.
Il decentramento delle aziende turistiche ha fatto venir meno una regia nazionale che sarebbe invece necessaria, sia per acquisire nuovi flussi turistici che per coordinare la iniziative regionali e locali.
Anche questo settore soffre, evidentemente, della crisi economica, ma la riduzione del turismo interno potrebbe essere compensato dalla presenza di nuovi mercati: si pensi alla Russia e all'enorme potenziale cinese.
E lo stesso mercato interno avrebbe bisogno di "promozioni", abbinate ad eventi di rilievo, fornendo una serie di reativi servizi. Tutte iniziative che richiedono una cabina di regia snella, non burocratizzata, presente sul mercato estero in modo puntuale e flessibile. Aspetti che vengono ancor oggi lasciati alla libera iniziativa di singoli imprenditori turistici, spesso in modo scoordinato.
In fondo la gestione dei flussi turistici è l'amblema del nostro Paese: si subiscono le scelte, raramente si promuovono e indirizzano.
Ci si dimentica di settori che potrebbero creare occupazione, privandoli di strumenti e risorse, salvo poi contabilizzare le immancabili perdite.
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Di rino (del 12/12/2013 @ 13:57:21, in ATTUALITÀ, linkato 1224 volte)
di Cristofaro Sola

L’evolversi della politica interna italiana ci consente di avere un quadro molto chiaro di ciò che accadrà fra qualche tempo. Non saprei dire se l’elezione di Renzi alla segreteria del PD determini l’automatica fine dell’esperienza del governo Letta e delle sue “piccole intese”. è possibile ritenere che si vada al voto in primavera, ma non è affatto certo. Anzi, se dovessi scommettere punterei una grossa cifra sul galleggiamento di questo dicastero che, dopo la “mossa” di Berlusconi tesa a renderlo asfittico, ha assunto un profilo simile a quello dei governi balneari della “Prima Repubblica”, con l’aggravante di essere fuori stagione. In realtà, appare certo che il Paese sia entrato sì in una fase di clima pre-elettorale, ma non sarebbe per le auspicate consultazioni nazionali. Piuttosto, nel piatto c’è la disputa della partita europea. E questo, a mio parere, non deve affatto dispiacere, perché, forse per la prima volta nella storia della vicenda elettorale continentale, si presenta l’occasione di dire con chiarezza agli elettori degli altri Paesi quale Europa noi italiani vorremmo consegnare alle future generazioni. Soprattutto, i nostri concittadini hanno la possibilità di esprimersi con un tratto di penna su ciò che non vogliono più. Possono levarsi e dire a piena voce che un’Europa fatta a immagine e somiglianza delle politiche particolaristiche del “fronte Nord” dei Paesi “dell’area euro”, guidati da un’ intransigente Germania, non va bene. Possono dire che l’Austerity, voluta dalle autorità centrali per assicurare stabilità alla moneta unica funziona ed è virtuosa fin quando reca benessere e prosperità agli amministrati. Quando, invece, quelle stesse politiche filtrate attraverso l’assoluta rigidità delle regole formali provocano disagio sociale diffuso, inducono alla sfiducia per il futuro, annichilendo la naturale vocazione di ogni essere umano a progredire nella sua condizione di cittadino e di produttore, è necessario che esse vengano interrotte e si cambi strada. La storia del nostro continente ci ha insegnato che, sottoponendo le popolazioni degli Stati alla pressione di ingiuste costrizioni o di governi oppressori, esasperando le condizioni di vita della gente comune, consentendo il dilagare della miseria, si è giunti a vivere il dramma delle esplosioni rivoluzionarie, dove sangue e terrore hanno fatto da contrappeso all’arroganza dei potentati di tutti i generi. Molto si è combattuto e molto si è sofferto nelle contrade d’Europa. E il solo fatto di trovarci nella modernità dello Stato liberale-costituzionale, a impronta democratica, non basta di per sé a renderci immuni dal ritorno di un discusso passato. Parossismo? Può darsi. Enfasi letteraria? è possibile. Tuttavia questa riflessione incrocia fatti inoppugnabili.

Nell’Europa degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi di sistema indotta delle regole europee sta crescendo un sentimento autenticamente “anti”. Tale sentimento ha trovato modo di canalizzarsi verso nuove forme organizzate di offerta politica. In Grecia, il partito di “Alba Dorata” guidato da Nikólaos Michaloliákos, ha portato nelle ultime elezioni nazionali del giugno 2012 un gruppo di 18 deputati a sedere nel Parlamento greco. I cardini della politica di Alba Dorata sono la lotta alla disoccupazione, la lotta all’austerity voluta dall’Europa e la lotta all’immigrazione. In sostanza, un movimento politico a vocazione totalitarista si presenta e raccoglie voti su una piattaforma programmatica che difficilmente può esser bollata come irricevibile da quanti soffrono degli stessi problemi a cui soggiace da qualche anno il popolo greco. In Ungheria, invece, il Partito Jobbik (17% dei seggi al Parlamento nazionale), per bocca di un suo non isolato rappresentante, ha proposto di stilare liste di ebrei che rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale. Soltanto qualche giorno fa nella Slovacchia centrale è stato eletto governatore della regione Banska Bystrica, Marian Kotleba, esponente del nazionalismo estremista del partito “La nostra Slovacchia”, noto per le sue battaglie anti-rom; Kotleba è stato messo all’indice per aver definito “criminali” i rom del suo Paese. Confesso che, personalmente, ho definito molto peggio i giovani rom (l’etnia mi è stata comunicata dai Carabinieri che hanno individuato il gruppo di malviventi) che lo scorso mese, penetrando nella mia abitazione, hanno provveduto a ripulirci dei nostri averi e dei ricordi di una vita.

Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il sentimento antieuropeo si sia radicalizzato nella parte meridionale e orientale del continente. In effetti, ancor prima che l’estremismo politico incominciasse a raccogliere frutti nelle aree della crisi, movimenti xenofobi hanno consolidato la loro presenza all’interno delle rappresentanze parlamentari di quasi tutti i Paesi del progredito Nord dell’Europa. In Finlandia, un quinto dei seggi parlamentari è andato al partito dei “Veri Finlandesi”. Nella scettica Gran Bretagna ottiene consensi il partito anti-europeista Ukip guidato da Nigel Farage, che noi ricordiamo bene per il fatto che, senza mezze misure, ci ha sbattuto in faccia una verità che non ci piace ascoltare: che l’Italia negli ultimi anni è diventata una colonia della Germania. In Austria, alle ultime elezioni dello scorso settembre, il Fpoe, il partito xenofobo di Heinz-Christian Strache, successore di Joerg Haider, ha riscosso un notevole consenso elettorale. In Olanda il partito di estrema destra PVV, attraverso il suo leader, Geert Wilders, da tempo punta la sua politica sulla proposta di referendum per far uscire l’Olanda dall’area euro. Le argomentazioni a sostegno sono elementari: a fronte di benefici pari a € 800 procapite, ogni cittadino olandese subisce una perdita pari a € 2.700, causata dalla necessità di contribuire al salvataggio degli altri partner insolventi. Messa così, una causa referendaria sarebbe una passeggiata per i proponenti.

Ma il Paese dove sta montando un’onda anti-europeista significativa è certamente la Francia. I sondaggi indicano il partito patriottico di Marine Le Pen, il “Front National”, al primo posto nel gradimento degli elettori. Marine ha idee chiarissime sull’Europa. Il suo programma si fonda su quattro pilastri: la fine dello spazio di Schengen, l’addio all’euro, il patriottismo economico e la superiorità del diritto nazionale sulle direttive europee. In caso di vittoria alle elezioni nazionali sarà lei a dire alla UE: “prendere o lasciare”, perché, sostiene Marine, “la maggioranza dei miei compatrioti non vuole morire in questo magma informe chiamato Europa”. E le vuoi dare torto?

In questo scenario fluido anche in Italia qualcosa di interessante accade. A parte le scontate posizioni populiste della Lega e, oggi, del Movimento 5stelle, altri soggetti si candidano a drenare il voto di protesta che potrà uscire dalle urne europee. All’estrema destra è annunciata la presenza in campo di CasaPound, la cui performance elettorale stupirà molti osservatori e analisti politici. Sono giovani e sono attivissimi nel sociale. Sarebbe un grave errore sottovalutarli rappresentandoli in maniera caricaturale, “tutto caschi, saluto romano e manganelli”. Per queste fondate ragioni, il fatto che Berlusconi si sia liberato dei legacci che lo costringevano al sostegno forzoso all’imbelle governo dei “reduci” della Democrazia Cristiana, indica che si guarda a una campagna elettorale giocata tutta all’attacco. Sarà il momento giusto per raccontare agli italiani la verità su quello che è successo, dalla sciagura dell’ultima guerra di Libia in avanti. Se occorre, bisognerà saper fare autocritica per gli errori commessi e per le debolezze, troppe, mostrate. Ora la Destra può depurarsi di quella desinenza centrista che, con la crisi strutturale in atto, non ha alcun senso che la si continui a declinare nelle forme del moderatismo politico. L’immiserimento complessivo della società, accompagnato dal crescere di un progressivo senso di perdita e di sfiducia per il futuro, fa sì che il ceto medio riscopra un piglio radicale, e forse estremista, certamente sopito negli anni dell’illusione ottica del benessere raggiunto e consolidato per l’eternità. L’uomo della strada avverte la minaccia della concorrenza di interessi estranei che gli proviene da un mondo globalizzato, ben oltre il dominio dell’economia e dei mercati. E intende farvi muro.

Ora, se l’offerta politica della Destra ritrovata saprà essere convincente, se saranno dette cose chiare e fondate sul rapporto di forza con la Germania e con le democrazie del Nord, all’interno delle dinamiche d’indirizzo della strategia unitaria della UE, se sarà risvegliato l’orgoglio nazionale in funzione costruttiva e di recupero delle posizioni perdute, sarà reso un immenso servigio al Paese e alla causa della democrazia. Diversamente, vi è il concreto rischio che alla massa degli astensionisti si uniranno coloro che esprimeranno un voto di pura e semplice protesta. E allora cosa accadrà? Succederà che quei voti saranno posti su un binario morto. Il resto dei voti si concentrerà al centro sui due maggiori raggruppamenti, cioè sul Partito Popolare Europeo e sul Partito Socialista Europeo. Saranno queste due realtà, dirette principalmente da leader di provenienza settentrionale, a decidere sul nostro futuro. E come sempre saremo soltanto noi, popolo delle classi medie e meno abbienti, i destinatari delle nuove obbligazioni che intenderanno porre in capo ai già esangui Stati nazionali.

Se la Destra italiana intende restare nell’area politica del PPE, allora è indispensabile che vi permanga avendo però un peso decisionale di qualche rilievo. Diversamente, dirsi a tutti i costi Popolari europei per essere trattati da paria, francamente non credo abbia senso compiuto.
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Di Admin (del 05/12/2013 @ 13:08:14, in ATTUALITÀ, linkato 743 volte)
di Riccardo Fucile

Su un giornale economico pochi giorni fa si poteva leggere che in Italia i salari sono a picco, che un milione di under 30 sono senza lavoro, che persino Spagna, Portogallo e Irlanda fanno meglio di noi e che in Europa costituiamo un'anomalia, in quanto siamo l'unico Paese che non aggancia la ripresa. Il concetto "figurato" che stiamo "perdendo il treno": in ricordo, forse, del nostro sistema ferroviario, costituito da un lato da decantate frecce rosse ad alta velocità, dall'altro da treni fatiscenti per pendolari soggetti ogni giorno a "soppressioni" misteriose.

Una delle tante contraddizioni del sistema Italia: l'a.d. delle ferrovie Moretti ci ricorda che i treni dei pendolari non sono "produttivi", quindi giusto tagliare. Siamo arrivati al concetto di "taglio sociale" dei servizi: non si investe laddove non si prevedono utili. Quindi, ci si lamenta dei trasporti pubblici locali, si parla a vanvera di privatizzazioni (trovate un folle intenzionato ad investire in una municipalizzata...) e si riesce solo a determinare uno scontro tra aziende e utenti colpiti dal disservizio.

In un Paese dove la Corte dei Conti ci rammenta che il costo della corruzione nella pubblica amministrazione è di circa 60 miliardi l'anno, l'evasione fiscale intorno ai 150 miliardi l'anno e il fatturato della malavita organizzata di 200 miliardi l'anno, i vari governi pensano bene non di incidere sul malaffare, ma di tagliare a casaccio, dai servizi sanitari alla benzina delle "volanti", dalle indicizzazioni degli stipendi statali ai servizi sociali, alle pensioni.

Siamo il Paese che si lamenta della scarsa presenza delle forze dell'ordine in aree metropolitane a rischio, salvo ridurre dal 1° gennaio di 15.000 unità l'organico; garantiamo la cassa integrazione a determinate categorie di lavoratori, ma non ad altri; trasformiamo demagogicamente una tassa sulla casa in un agglomerato di tributi dai nomi improbabili per mimetizzarla; ci lamentiamo di chi non rilascia lo scontrino, salvo protestare contro i blitz a Cortina della G.d.f.

Se non esistessero decine di migliaia di italiani dediti al volontariato, gli 8 milioni di connazionali sotto la soglia di povertà sarebbero senza assistenza, perché i Comuni, strangolati dai tagli statali, non hanno più fondi a sufficienza per sostenerli. In un quadro di questo genere, ce lo vedete il nostro Paese "afferrare la ripresa"? Se poi aggiungiamo una classe politica litigiosa e pavida, capace solo di urlare proposte spesso demagogiche e irrealizzabili, alla perenne ricerca di consenso, ma mai in grado di decidere e incidere, il quadro è completo.

Forse, ci vorrebbe il coraggio di ammettere che la prima contraddizione sta anche negli italiani, incapaci di autocritica e di un serio esame di coscienza. Vi sono Paesi in cui tutti remano nella stessa direzione, tutti sono pronti a sacrifici e a una reale solidarietà in vista di un traguardo comune. Purtroppo, da noi si è abituati a guardare le magagne nel giardino del vicino, mai nel proprio; si critica la classe dirigente, salvo poi, arrivati a quel posto, mutuarne i difetti. Forse il treno della ripresa passa proprio da noi stessi e dalla nostra volontà o meno di riscatto.

Si tratta solo di accorgersene in tempo, soprattutto quando questo sta per scadere. E sta per scoccare l'ultimo giro.
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Di Odal (del 04/12/2013 @ 17:13:36, in TRADIZIONE, linkato 1080 volte)
da “Tradizione Solare” (1.1.2000)

1. La venerazione.

La venerazione è il sentimento fondamentale dell’anima: il sentimento del bambino che alza con ammirazione lo sguardo verso l’adulto, il sentimento dell’uomo maturo che si inchina alla verità. La venerazione nei confronti degli uomini nobili deve diventare devozione nei confronti della verità.
Chi ha imparato a onorare ed ammirare le qualità superiori degli uomini, con più forza è capace di camminare a fronte alta. Il primo esercizio consiste dunque nel coltivare il sentimento che esiste qualcosa di superiore a noi: qualcosa verso il quale innalzarci. Questo sentimento smuove forze profonde nell’anima. Al contrario, la malignità, la maldicenza, il gusto nell’infangare (1) danneggiano l’anima e la condannano alla infelicità. Bisogna coltivare la devozione verso ciò che è nobile, bello, puro: nella vita quotidiana si cerchi dunque ciò che può suscitare ammirazione; negli stessi uomini che mostrano luci e ombre si cerchi di cogliere una qualità positiva.
Certo, nella vita di tutti i giorni non si può dire bianco al nero e non si può veder tutto color di rosa; ma in certi momenti bisogna concentrarsi in pensieri di assoluta venerazione per ciò che è degno di essere contemplato con ammirazione; bisogna soffermarci sulle qualità positive che troviamo nel mondo che è immediatamente vicino a noi. In tal modo si radica nell’anima la venerazione per le forze divine che reggono il cosmo.
Come la luce del Sole accende tutti i colori, così la venerazione vivifica tutti gli altri sentimenti dell’anima. E i sentimenti sono il pane dell’anima: se al corpo si danno pietre invece che pane il corpo muore. Così accade anche per l’anima: l’antipatia, il disprezzo, l’incapacità di onorare ciò che è nobile portano alla paralisi e alla morte le forze interiori. La venerazione, il rispetto sono il pane dell’anima. Nell’aura di chi coltiva questo sentimento si accendono sfumature rosse e celesti. Nell’anima si sviluppa la capacità di attrarre forze e conoscenza dall’ambiente circostante.

2. La calma e il sovrano interiore.

Il secondo esercizio consiste nel coltivare la calma interiore. Le onde della vita esteriore non devono sommergere l’anima, riempiendola di paure o di vane speranze. Quando l’anima guarda al mondo con calma e serenità, solo allora si rivela la bellezza del mondo sensibile. In ogni suo fenomeno il cosmo è ricolmo di splendore divino, ma occorre che si sperimenti dapprima con calma la luce nell’anima e solo dopo tale splendore naturalmente si rivelerà. In certi momenti della vita, l’uomo deve raccogliersi in sé stesso, nella solitudine e nella tranquillità e in tali momenti, esaminare ciò che ha vissuto. Le parole, le azioni devono essere soppesate con distacco. L’uomo nobile è il giudice di sé stesso. L’uomo ignobile ne è soltanto l’avvocato difensore. Tuttavia ci si tenga lontano dai pentimenti, dalle umiliazioni, dall’angoscia del peccato. Pentirsi e piangere – come i criminali dopo che sono stati arrestati – non ha valore. Se qualche errore hai compiuto disponi con calma l’azione che pareggi il danno. Gli Dei non amano chi tormenta la propria anima, perché chi tortura sé stesso tortura anche gli altri. E il fratello del penitente si chiama inquisitore.
Molto spesso il rimorso è solo la paura dell’effetto negativo che deriverà da una nostra azione. Procurati dei momenti di calma interiore e in quei momenti impara a distinguere l’essenziale dal non essenziale. Ciò che è veramente importante da ciò che vola via. Isolati brevemente dalla vita quotidiana senza però mai sfuggire ai tuoi doveri e ai piaceri di una vita attiva nel mondo. Se una persona non disponesse di altro tempo, cinque minuti al giorno sarebbero già sufficienti. Passa in rassegna le gioie e i dolori, le pene e le esperienze, tutte le azioni come se fossero cose di un altro. Ognuno infatti guarda con chiarezza nella vita degli altri, e trova la giusta medicina per i mali che non gli appartengono. Nasce così gradualmente un “uomo superiore” rispetto a ciò che si è nella vita di tutti giorni: un uomo che è capace di giudicare sé stesso, modificare i tratti del proprio carattere e determinare l’effetto che producono le impressioni che provengono dal mondo esteriore. Se prima una offesa produceva irritazione nervosa ora sei in grado di estrarre il pungiglione di quella offesa dall’anima e di recuperare la serenità. Se prima le lunghe attese producevano impazienza ora vengono messe a frutto concentrando la mente su un contenuto fecondo. “L’uomo superiore” che gradualmente cresce dentro di te, dopo anni di paziente disciplina, può diventare il “sovrano interiore” (2) che domina dall’alto le situazioni della vita. Certo, in molte situazioni della vita occorre una grande forza per conservare la calma interiore. Ma proprio allora diventa più importante ciò che si riesce a realizzare. Trovare in sé stesso il rifugio nel momento della tempesta dona le energie più profonde per procedere nel cammino.

3. La meditazione.

Arrivati a un certo punto bisogna però distaccarsi dalla contemplazione della propria vita. Occorre superare i problemi, le tendenze che riguardano la singola personalità ed immergersi in ciò che è universalmente umano. L’errore del mistico è quello di dare troppa importanza alla propria singola anima e di rimanere immerso nel proprio microcosmo: impegnato a combattere i propri vizi e a bearsi delle proprie virtù egli si dimentica di prendere il largo nel vasto mondo. Procedendo lungo la sua strada scriverà diari bellissimi, pieni di sfumature psicologiche. L’obiettivo del discepolo dell’iniziazione non è ovviamente quello di scrivere diari, né di fornire spunti alla riflessioni degli psicologi. Immerso nella meditazione, dimentica dunque te stesso. Che tu sia re oppure un bandito, volgi la mente a ciò che vale per tutti gli uomini. Non abbandonarti ai tuoi sentimenti (essi non sono poi così importanti), ma forma pensieri precisi come angoli di cristallo. La scienza dello spirito esiste per questo: per dare alla mente dell’uomo contenuti chiari di meditazione, contenuti che solo in un primo tempo possono avere l’aspetto di “fede”, per poi rivelare il loro carattere di verità evidente. Le forme del corpo fisico, le forze che agiscono nel corpo eterico, l’attività del corpo astrale all’addormentarsi e al risveglio; e ancora: i ritmi di crescita dell’essere umano, le corrispondenze degli organi con gli elementi del cosmo: tutto ciò che è contenuto nella scienza dello spirito può diventare oggetto di meditazione.

NOTE:

1) È la cosiddetta Schadenfreude, uno degli atteggiamenti psicologici più dannosi che possano essere coltivati. Questo gusto nell’infangare è a ben vedere il fondamento irrazionale di alcune dottrine moderne: il marxismo, il darwinismo, la psicoanalisi. Ciò non toglie che in esse possano trovarsi alcuni elementi positivi.

2) Cfr. il concetto stoico di egemonikon.
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Di rino (del 26/11/2013 @ 15:41:10, in ATTUALITÀ, linkato 766 volte)
Di Cristofaro Sola

A quanto pare, il gruppo dei cosiddetti 5+1 è riuscito a raggiungere un primo accordo sul nucleare iraniano. Il “First Step Understandings”, è articolato in alcuni punti che servono a mettere in chiaro cosa potrà e cosa non potrà fare l’Iran in materia di corsa al nucleare. Sicuramente, l’Iran dovrà sospendere le attività di arricchimento dell’uranio oltre la soglia-limite del 5%. Ciò significa che, al di sotto della percentuale che fissa il discrimine tra energia nucleare da destinare a scopi pacifici e quella invece prodotta per finalità belliche, Teheran è libera di procedere indisturbata. Inoltre, l’Iran dovrà procedere alla neutralizzazione delle scorte già arricchite al 20%, secondo un procedimento che i locandieri disonesti conoscono bene: diluendo il prodotto fino a portarlo alla soglia consentita del 5%. Ciò vuol dire che Teheran non è costretta a rinunciare a ciò che ha, dovendosi limitare a trasformarlo. Non potrà installare nuove centrifughe. Potrà, però, continuarne la produzione per la quantità limitata alla sostituzione di quelle vetuste o danneggiate. Dovrà sospendere la ricerca sullo stock di uranio arricchito al 3,5%. In compenso non sarà costretta a neutralizzarlo potendolo convertire in ossido. Nel reattore di Arak non sarà incrementata la produzione di plutonio, ma l’impianto resterà funzionante. Agli ispettori dell’Agenzia atomica dell’ONU, AIEA, sarà consentito il diritto di visita agli impianti di Natanz e Fordow e di monitoraggio quotidiano su tutte le attività del ciclo produttivo dell’uranio arricchito: dalle visite alle miniere, ai “mulini” di lavorazione, agli impianti di assemblaggio delle centrifughe e a quelli di stoccaggio. La funzione ispettiva, però, non sarà insindacabile. Ad affiancare l’ AIEA vi sarà una commissione congiunta formata da rappresentati di tutte le parti contraenti l’accordo, Iran compreso.

In contropartita il Paese del Golfo Persico ottiene la sostanziale riduzione delle sanzioni per un primo periodo di prova di sei mesi. L’allentamento dell’embargo consentirà a Teheran di incrementare le esportazioni per un controvalore stimato di 1,5 miliardi di $. Inoltre, saranno scongelati circa 7 mld di $ di fondi bloccati presso Stati esteri. Liquidità alle casse iraniane giungerà dall’incasso di 4,2 mld di $ di proventi da transazioni su prodotti petroliferi.

L’establishment politico iraniano non ha celato la grande soddisfazione per come le cose si sono messe nella nottata ginevrina. Per il presidente di recente nomina Rohani è un successo incredibile. Già! Perché quello che si è presentato al negoziato non è certo un paese in piena vigorìa. Anni di embargo ne hanno minato, dalle fondamenta, la solidità. Tuttavia, in un quadro macroeconomico fortemente negativo, non sarebbe stato difficile, per le potenze chiamate al negoziato, chiedere all’Iran qualcosa di più di ciò che è stato chiesto in fase di trattativa. Avrebbero, ad esempio, potuto pretendere da Teheran la sospensione di ogni attività in ordine alla costruzione di missili a lungo raggio. Avrebbero potuto esigere da Rohani un’esplicita dichiarazione di rifiuto del terrorismo come arma di lotta per affermare la supremazia di una parte in danno di altri. In particolare, avrebbero potuto chiedere ai dirigenti iraniani che dicessero convintamente basta al sostegno strategico-finanziario di gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas, perpetrato allo scopo di sabotare ogni possibile iniziativa di pace nella regione mediorientale. Avrebbero potuto cogliere l’occasione per annunciare una revisione della politica interna di dura e totale repressione dei diritti umani. Avrebbero potuto spendere qualche parola a proposito del trattamento riservato alle minoranze presenti in territorio iraniano: azeri, kurdi, baluci e arabi sunniti. Appunto, avrebbero potuto. Ma non l’hanno fatto. è pur vero che i leader iraniani hanno dalla loro un potente elemento a discolpa. Possono sempre dire: “nessuno ce l’ha chiesto. Perché avremmo dovuto farlo?”. Ineccepibile argomentazione.

In effetti, ciò che non convince di questo accordo, più del contenuto, è il modo con cui si è giunti alla soluzione. L’impressione è che le potenze mondiali non cercassero altro che un punto d’appoggio per chiudere il contenzioso con Teheran. Avevano solo bisogno che i rappresentanti della repubblica islamica dichiarassero una generica disponibilità a non dotarsi di armi nucleari perché i grandi della Terra si precipitassero a concedere di tutto, e di più. Alcuni osservatori hanno paragonato l’accordo di Ginevra con quello sottoscritto nel febbraio 2007 con la Corea del Nord a seguito dei “colloqui delle sei Nazioni” per il disarmo nucleare. Si trattò di una debacle di cui conosciamo gli esiti. In realtà, attesa la portata ideologica delle affermazioni prodotte dai dirigenti iraniani, inversamente proporzionale all’arrendevolezza delle controparti, l’accostamento ad altro evento storico più simigliante sembrerebbe con Monaco del 1938. Anche in quell’occasione, riunite intorno a un tavolo vi erano delle potenze sulla carta più forti rispetto allo Stato posto sotto accusa.

Tuttavia, la risposta degli Stati interessati all’evoluzione della situazione iraniana non si è fatta attendere. Israele, attraverso le dichiarazioni del suo primo ministro Netanyahu, ha ribadito la propria assoluta contrarietà alla soluzione adottata a Ginevra definendola “un errore storico”. Il leader israeliano è tornato a riaffermare che lasciare che l’Iran arricchisca l’uranio è come “mettere nelle mani del Paese più pericoloso del mondo, l’arma più pericolosa del mondo”. Per il governo di Gerusalemme il fatto di aver abbandonato l’unica modalità di pressione internazionale alternativa allo scontro bellico: l’embargo, pone di fatto Israele, che non è vincolata all’accordo, nelle condizioni di decidere in assoluta libertà se e quando colpire l’Iran, qualora dovesse verificare attraverso proprie fonti che i contenuti dell’intesa raggiunta siano solo un bluff concepito da Teheran per aggirare l’ostilità della comunità internazionale. Ma in allarme c’è anche il regime Saudita, che corre ai ripari rispetto a una situazione di mutato equilibrio nel quadro dei rapporti di forza tra potenze regionali. è notizia recente che la monarchia di Riyad ha investito ingenti capitali per acquistare un “pacchetto” di armamento atomico già operativo dalla potenza nucleare del Pakistan. è chiaro che la mossa saudita s’inquadra nella politica che re Abd Allāh sta conducendo da tempo per fronteggiare le mire iraniane nell’ area geopolitica del Golfo  Persico.

Se, dunque, l’intento dei negoziatori di Ginevra era quello di stabilizzare la situazione sullo scacchiere mediorientale, si può ben dire che, al momento, sia stato conseguito l’obiettivo contrario. Ora sono tutti in allarme perché non si fidano delle reali intenzioni dei governanti di Teheran. Ma ciò che oggi appare come un elemento nuovo è che Egitto, Arabia Saudita e Israele non si fidano più dell’America di Obama. E questo sì, è un grosso guaio per l’immediata e futura stabilità del Medioriente.
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