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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di rino (del 26/11/2013 @ 15:41:10, in ATTUALITÀ, linkato 772 volte)
Di Cristofaro Sola

A quanto pare, il gruppo dei cosiddetti 5+1 è riuscito a raggiungere un primo accordo sul nucleare iraniano. Il “First Step Understandings”, è articolato in alcuni punti che servono a mettere in chiaro cosa potrà e cosa non potrà fare l’Iran in materia di corsa al nucleare. Sicuramente, l’Iran dovrà sospendere le attività di arricchimento dell’uranio oltre la soglia-limite del 5%. Ciò significa che, al di sotto della percentuale che fissa il discrimine tra energia nucleare da destinare a scopi pacifici e quella invece prodotta per finalità belliche, Teheran è libera di procedere indisturbata. Inoltre, l’Iran dovrà procedere alla neutralizzazione delle scorte già arricchite al 20%, secondo un procedimento che i locandieri disonesti conoscono bene: diluendo il prodotto fino a portarlo alla soglia consentita del 5%. Ciò vuol dire che Teheran non è costretta a rinunciare a ciò che ha, dovendosi limitare a trasformarlo. Non potrà installare nuove centrifughe. Potrà, però, continuarne la produzione per la quantità limitata alla sostituzione di quelle vetuste o danneggiate. Dovrà sospendere la ricerca sullo stock di uranio arricchito al 3,5%. In compenso non sarà costretta a neutralizzarlo potendolo convertire in ossido. Nel reattore di Arak non sarà incrementata la produzione di plutonio, ma l’impianto resterà funzionante. Agli ispettori dell’Agenzia atomica dell’ONU, AIEA, sarà consentito il diritto di visita agli impianti di Natanz e Fordow e di monitoraggio quotidiano su tutte le attività del ciclo produttivo dell’uranio arricchito: dalle visite alle miniere, ai “mulini” di lavorazione, agli impianti di assemblaggio delle centrifughe e a quelli di stoccaggio. La funzione ispettiva, però, non sarà insindacabile. Ad affiancare l’ AIEA vi sarà una commissione congiunta formata da rappresentati di tutte le parti contraenti l’accordo, Iran compreso.

In contropartita il Paese del Golfo Persico ottiene la sostanziale riduzione delle sanzioni per un primo periodo di prova di sei mesi. L’allentamento dell’embargo consentirà a Teheran di incrementare le esportazioni per un controvalore stimato di 1,5 miliardi di $. Inoltre, saranno scongelati circa 7 mld di $ di fondi bloccati presso Stati esteri. Liquidità alle casse iraniane giungerà dall’incasso di 4,2 mld di $ di proventi da transazioni su prodotti petroliferi.

L’establishment politico iraniano non ha celato la grande soddisfazione per come le cose si sono messe nella nottata ginevrina. Per il presidente di recente nomina Rohani è un successo incredibile. Già! Perché quello che si è presentato al negoziato non è certo un paese in piena vigorìa. Anni di embargo ne hanno minato, dalle fondamenta, la solidità. Tuttavia, in un quadro macroeconomico fortemente negativo, non sarebbe stato difficile, per le potenze chiamate al negoziato, chiedere all’Iran qualcosa di più di ciò che è stato chiesto in fase di trattativa. Avrebbero, ad esempio, potuto pretendere da Teheran la sospensione di ogni attività in ordine alla costruzione di missili a lungo raggio. Avrebbero potuto esigere da Rohani un’esplicita dichiarazione di rifiuto del terrorismo come arma di lotta per affermare la supremazia di una parte in danno di altri. In particolare, avrebbero potuto chiedere ai dirigenti iraniani che dicessero convintamente basta al sostegno strategico-finanziario di gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas, perpetrato allo scopo di sabotare ogni possibile iniziativa di pace nella regione mediorientale. Avrebbero potuto cogliere l’occasione per annunciare una revisione della politica interna di dura e totale repressione dei diritti umani. Avrebbero potuto spendere qualche parola a proposito del trattamento riservato alle minoranze presenti in territorio iraniano: azeri, kurdi, baluci e arabi sunniti. Appunto, avrebbero potuto. Ma non l’hanno fatto. è pur vero che i leader iraniani hanno dalla loro un potente elemento a discolpa. Possono sempre dire: “nessuno ce l’ha chiesto. Perché avremmo dovuto farlo?”. Ineccepibile argomentazione.

In effetti, ciò che non convince di questo accordo, più del contenuto, è il modo con cui si è giunti alla soluzione. L’impressione è che le potenze mondiali non cercassero altro che un punto d’appoggio per chiudere il contenzioso con Teheran. Avevano solo bisogno che i rappresentanti della repubblica islamica dichiarassero una generica disponibilità a non dotarsi di armi nucleari perché i grandi della Terra si precipitassero a concedere di tutto, e di più. Alcuni osservatori hanno paragonato l’accordo di Ginevra con quello sottoscritto nel febbraio 2007 con la Corea del Nord a seguito dei “colloqui delle sei Nazioni” per il disarmo nucleare. Si trattò di una debacle di cui conosciamo gli esiti. In realtà, attesa la portata ideologica delle affermazioni prodotte dai dirigenti iraniani, inversamente proporzionale all’arrendevolezza delle controparti, l’accostamento ad altro evento storico più simigliante sembrerebbe con Monaco del 1938. Anche in quell’occasione, riunite intorno a un tavolo vi erano delle potenze sulla carta più forti rispetto allo Stato posto sotto accusa.

Tuttavia, la risposta degli Stati interessati all’evoluzione della situazione iraniana non si è fatta attendere. Israele, attraverso le dichiarazioni del suo primo ministro Netanyahu, ha ribadito la propria assoluta contrarietà alla soluzione adottata a Ginevra definendola “un errore storico”. Il leader israeliano è tornato a riaffermare che lasciare che l’Iran arricchisca l’uranio è come “mettere nelle mani del Paese più pericoloso del mondo, l’arma più pericolosa del mondo”. Per il governo di Gerusalemme il fatto di aver abbandonato l’unica modalità di pressione internazionale alternativa allo scontro bellico: l’embargo, pone di fatto Israele, che non è vincolata all’accordo, nelle condizioni di decidere in assoluta libertà se e quando colpire l’Iran, qualora dovesse verificare attraverso proprie fonti che i contenuti dell’intesa raggiunta siano solo un bluff concepito da Teheran per aggirare l’ostilità della comunità internazionale. Ma in allarme c’è anche il regime Saudita, che corre ai ripari rispetto a una situazione di mutato equilibrio nel quadro dei rapporti di forza tra potenze regionali. è notizia recente che la monarchia di Riyad ha investito ingenti capitali per acquistare un “pacchetto” di armamento atomico già operativo dalla potenza nucleare del Pakistan. è chiaro che la mossa saudita s’inquadra nella politica che re Abd Allāh sta conducendo da tempo per fronteggiare le mire iraniane nell’ area geopolitica del Golfo  Persico.

Se, dunque, l’intento dei negoziatori di Ginevra era quello di stabilizzare la situazione sullo scacchiere mediorientale, si può ben dire che, al momento, sia stato conseguito l’obiettivo contrario. Ora sono tutti in allarme perché non si fidano delle reali intenzioni dei governanti di Teheran. Ma ciò che oggi appare come un elemento nuovo è che Egitto, Arabia Saudita e Israele non si fidano più dell’America di Obama. E questo sì, è un grosso guaio per l’immediata e futura stabilità del Medioriente.
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Di rino (del 19/11/2013 @ 15:10:49, in ATTUALITÀ, linkato 787 volte)
di Cristofaro Sola
Un mio antico Maestro, conoscendo il tratto “fumantino” del mio carattere, mi ha insegnato che quando si riceve un’offesa da qualcuno o si ascolta qualcosa di inaccettabile, prima di passare al contrattacco, lasciandosi prendere la mano dall’irrazionalità delle passioni e degli istinti, è sempre salutare praticare un picccolo esercizio mentale: contare fino a dieci prima di rispondere, poi giunti a dieci contare fino a cento e, se alla fine della conta la rabbia non è stata ancora smaltita, contare fino a mille e oltre. Ed è così che ho lasciato trascorrere dei giorni prima di dire in assoluta franchezza ciò che penso dell’intervento alla Camera dei Deputati di una rappresentante del “Movimento 5 Stelle” la quale, nel giorno della commerazione dei nostri caduti nell’attentato alla base “Maestrale” a Nassiriya, avvenuto il 12 novembre 2003, ha inteso accomunare nel ricordo alle vittime anche i carnefici. Dunque, grazie ai giorni trascorsi sono sereno, per cui non cederò alla tentazione di rivolgere all’onorevole signorina tanti “vaffà” quanti in questi anni il suo capo ne ha rivolto a un po’ di italiani.

Non sarò volgare nell’esprimermi. Permettetemi, però, di gridare tutto il disgusto e, lo voglio dire, lo schifo che provo per un affronto del genere. Il discorso dell’onorevole “cittadina” Emanuela Corda lo giudico semplicemente delirante e non soltanto perché abbia osato mettere sullo stesso piano le vittime e i carnefici, piuttosto perché, nel suo goffo tentativo di fare la filorivoluzionaria alla maniera dei “centri sociali”, ha finito per fare torto anche agli stessi assassini.

Per comprenderci, la ricostruzione della Corda, volta a consegnare alla Storia i kamikaze iracheni come prodotti di un disagio sociale imposto dalle condizioni di uno sfruttamento prodotto dai ricchi Paesi occidentali in danno delle sventurate popolazioni mediorientali, non regge. è una sonora fesseria. è roba da 2 in Storia delle civiltà e delle religioni: studi e torni la prossima volta. Il tragico episodio di Nassiriya si inquadra in una cornice all’interno della quale si collocano ragioni politico-strategiche declinate con questioni di fede. Mi riferisco a quella fede nell’Islàm la quale permea la vita di ogni credente in Allāh, radicandolo nel convincimento estremo che tra percorso verso il Dio misericordioso e cammino individuale verso il futuro non vi sia alcuna differenza, anzi le strade si sovrappogano. Nell’orizzonte esistenziale del musulmano vi è il Jihād. Come ho avuto modo di dire altrove: "Ai muslim, che siano maschi, adulti, sani di mente e di corpo e che abbiano mezzi propri, è comandato di essere combattenti. Essi, in ossservanza di tale dovere incombente, hanno un posto d’onore nel sentiero di Dio. Valgono di più, nella considerazione dell’Altissimo, di quanto valgano i non combattenti che se ne stanno a casa. E il Jihād, tanto temuto dagli occidentali, per la legge coranica, è sì combattimento contro i kāfirūna, i nemici della vera fede, ma è prima di tutto Jihād Akbar, la grande guerra, il combattimento con se stesso, o meglio, contro i propri vizi e le debolezze che albergano in ogni essere mortale. Il Corano insegna la dignità di appartenere a una parte distinta e avversa ad un’altra. La sacra legge dell’Islàm insegna il rispetto per l’avversario, ma, allo stesso modo, infonde al credente la forza per prevalere su di esso".

"O nabī ! Infondi coraggio nel cuore dei credenti affinché sappiano combattere. Basteran venti di loro, pazienti, costanti, per sbaragliare cento nemici. Se ce ne fossero cento di loro, farebbero fuori un migliaio di kāfirūna. Quella è gente che non capisce nulla.” ( Sura VIII, Versetto 65). Questa è la parola del Dio ricco in clemenza, abbondante in misericordia. Il credente sa che se intende orientare la propria esistenza al rispetto integrale del comandamento coranico deve compiere una scelta di campo che non ammette deroghe. E se poi volesse assurgere alla maggior considerazione del suo Dio, dovrebbe aspirare a farsi shahīd, “testimone”, in vita o con la sua stessa morte, della fede di cui è portatore. L’Islàm ha bisogno di ogni suo shahīd, come il cristianesimo ha bisogno dei suoi martiri. Lo spirito fecondo, alto, nobile della testimonianza di fede di cui è pregno l’insegnamento coranico, ci aiuta a comprendere la ragione per la quale il mondo musulmano riconosce, nella propria architettura esistenziale, una centralità alla presenza di Dio che in Occidente, francamente, si è di molto offuscata a vantaggio di una condizione che pone l’uomo, non altri, al centro della sua storia.

Quindi di che va cianciando l’onorevole Corda? Parli, se ci riesce, di ciò che sa. Sostenere che il criminale assassino che ha lanciato l’autocarro-bomba contro la postazione dei nostri militari, non l’avrebbe fatto se avesse avuto una vita sociale più confortevole è una bestialità. Gli attentatori erano combattenti e ci hanno visto come nemici. Con quel vile attentato si sono guadagnati un posto nel loro paradiso. Sappia, l’onorevole Corda che ai familiari dei kamikaze gli amici e i conoscenti non fanno le condoglianze ma fanno gli auguri e porgono i complimenti. è chiaro? Quindi Nassiriya è stato principalmente un nostro problema. Gli assassini si sono limitati a fare quel che sanno fare, appunto gli assassini. Abbiamo sbagliato noi, o meglio hanno sbagliato quei vertici di comando che hanno sottovalutato il pericolo e hanno mancato di ordinare ai nostri uomini una difesa più rigida e più protetta. Non si tratta di diceria. Il 30 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva lo Stato italiano a risarcire i familiari delle vittime della strage, per la riconosciuta responsabilità in ordine alle misure di sicurezza adottate per la base “Maestrale” (luogo dell’attentato) e valutate inadeguate. Ma hanno sbagliato i nostri vertici politici a non comunicare con sufficiente credibilità, che la presenza in Iraq del contingente italiano fosse finalizzata a una missione di pace, e non di occupazione, come successivamente le popolazioni irachene hanno avuto modo di accertare. L’attentato di Nassiriya è stato un deliberato atto terroristico, compiuto da elementi dichiaratamente nostri nemici. Nemici della nostra civilità, della nostra Tradizione, delle nostre credenze, della nostra Storia. E, come tali, essi vanno giudicati. Gli italiani tutti avrebbero avuto il diritto di “mettere le mani” sugli assassini, esecutori e mandanti, che hanno progettato e realizzato la strage. Purtroppo, però, sebbene tutti i criminali siano stati individuati, la nostra giustizia non potrà fare il suo corso perché risultano tutti morti. Peccato!

Ora, dimenticando, per un momento, la squallida volgarità, imbastita di vigliaccheria, delle parole pronunciate dall’onorevole Corda che certamente avranno fatto piacere a quell’orda di delinquenti senza onore che hanno coniato lo slogan per i loro cortei “dieci, cento, mille Nassiriya”, prestiamo un attimo d’attenzione a quei poveri ragazzi caduti in una qualunque delle tante calde giornate che la desertica terra irachena regala ai suoi figli, come ai suoi visitatori. Ricordiamoli così senza dire altro. Solo la promessa di cercare di non dimenticarli. Sono italiani. Sono morti con onore.

Tenente Massimiliano Ficuciello, Luogotenente Enzo Fregosi, Aiutante Giovanni Cavallaro, Aiutante Alfonso Trincone, Maresciallo Capo Afio Ragazzi, Maresciallo Capo Massimiliano Bruno, Maresciallo Daniele Ghione, Maresciallo Filippo Merlino, Maresciallo Silvio Olla, Vice Brigadiere Giuseppe Coletta, Vice Brigadiere Ivan Ghitti, Appuntato Domenico Intravaia, Carabiniere Scelto Horatio Maiorana, Carabiniere Scelto Andrea Filippa, Caporal Maggiore Emanuele Ferraro, Caporale Alessandro Carrisi, Caporale Pietro Petrucci, Dottor Stefano Rolla, Signor Marco Beci.
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Di Odal (del 01/11/2013 @ 14:56:02, in MASSONERIA, linkato 4393 volte)
di Julius Evola
(tratto da “Il Mistero del Graal”)

Poiché la nostra ricerca ha anche considerato le interferenze fra organizzazioni iniziatiche e correnti storiche è opportuno dire qualcosa – in sede di conclusione – circa i rapporti esistenti fra ciò che abbiamo chiamato l’“eredità del Graal”, ossia l’alto ghibellinismo, e le società segrete dei tempi moderni, particolarmente di quelle che, a partire dall’Illuminismo, si sono definite in forma di massoneria. Naturalmente, qui noi dovremo limitarci all’essenziale.

Già nella cosiddetta setta degli Illuminati di Baviera si ha un esempio tipico di quel capovolgimento di tendenze, a cui poco fa abbiamo accennato. Ciò risulta dallo stesso mutamento di significato subito dal termine “Illuminismo”. Esso in origine ebbe relazione con l’ idea di una illuminazione spirituale superrazionale; ma successivamente a poco a poco si fece invece sinonimo di razionalismo, di teoria del “lume naturale”, di antitradizione. Si può parlare, nel riguardo, di un uso contraffatto e “sovversivo” del diritto proprio all’iniziato, all’adepto. L'iniziato, se è veramente tale, può porsi di là dalle forme storiche contingenti di una particolare tradizione, può accusarne – ove a ciò riceva mandato – le limitazioni e porsi al disopra della loro autorità; egli può respingere il dogma, perché ha qualcosa di più, la conoscenza trascendente, e in ben altra sede sa dell’inviolabilità di questa conoscenza; infine, può rivendicare per sé la dignità di un essere libero, perché egli si è disciolto dai vincoli della natura inferiore, umana: a tale stregua i “liberi” sono anche “pari” e la loro comunità può esser concepita come una “confraternita”. Ebbene, basta materializzare, laicizzare e democratizzare questi aspetti del diritto iniziatico, e tradurli in termini individualistici, per aver subito i principi-base delle ideologie sovversive e rivoluzionarie moderne. Il lume della mera ragione umana subentra alla “illuminazione” e dà luogo alle distruzioni del “libero esame” e della critica profana. Il sovrannaturale è messo al bando o confuso con la natura. La libertà, l’eguaglianza e la parità divengono quelle prevaricatoriamente rivendicate dal singolo “conscio della sua dignità” – non conscio però della sua schiavitù di fronte a sé stesso – per ergersi contro ogni forma di autorità e costituirsi illusoriamente come estrema ragione a sé stesso: diciamo illusoriamente, poiché nella concatenazione inesorabile delle varie fasi della decadenza moderna, l’individualismo ha avuto la durata di un breve miraggio e di una fallace ebbrezza, l’elemento collettivo e irrazionale nell’epoca delle masse e della tecnica ha presto avuto ragione del singolo “emancipatosi”, cioè sradicato e senza tradizione. Ora a partire dal XVIII secolo sorgono appunto gruppi, affiancanti le cosiddette sociétes de pensée, i quali ostentano un carattere iniziatico, mentre si danno più o meno direttamente a quest’opera rivoluzionaria e “riformistica” di “illuminismo” e di razionalismo. Alcuni di tali gruppi erano effettivamente la continuazione di organizzazione precedenti di tipo regolare e tradizionale. Così a tale riguardo devesi pensare ad un processo di involuzione spintosi fino ad un punto nel quale, per via del ritirarsi del principio animatore originario di queste organizzazioni, poté realizzarsi una vera e propria inversione di polarità: influenze di tutt’altro ordine andarono ad inserirsi e ad agire in organismi, che più o meno rappresentavano il cadavere o la sopravvivenza automatica di quel che essi in precedenza erano stati, utilizzandone e volgendone le forze in una direzione opposta a quella che era stata la propria normalmente e tradizionalmente.

Il prologo, che è qualcosa di più di una pura fantasticheria (perché utilizza dei dati risultati nel processo a questo personaggio), de Giuseppe Balsamo di A. Dumas, ove un capo che si presenta come un Gran Maestro Rosacroce dà, in una riunione segreta di “iniziati” convenuti da ogni nazione, come parola d’ordine L.D.P. (le iniziali di lilia destre pedibus – cioè: distruggi e calpesta la Casa di Francia), può valerci come un riflesso del clima proprio alle logge e ai convegni degli Illuminati e di gruppi affini, i quali promossero quella “rivoluzione intellettuale”, che alla fine doveva scatenare l’ondata delle rivoluzioni politiche dall’ 89 al '48.

Ma la duplicità contraddittoria dei due motivi – cioè da una parte sopravvivenze del ritualismo gerarchico simbolico e iniziatico, dall’ altra professione di ideologie del tutto opposte a quelle che si potrebbero dedurre da una qualsiasi autentica dottrina iniziatica – è palese soprattutto nella massoneria moderna. Questa massoneria sembra che si sia positivamente organizzata nel periodo dei rumori rosicruciani e della successiva partenza dei veri Rosacroce dall’ Europa. Elia Ashmole, che si vuole abbia avuto una parte fondamentale nella organizzazione della prima massoneria inglese, visse fra il 1617 e il 1692. Purtuttavia, secondo i più, la massoneria nella sua forma attuale di associazione semi-segreta militante non risale oltre il 1700 – è nel 1717 che ebbe luogo la fondazione della Grande Loggia di Londra. Come antecedenti positivi, non fantasticati, la massoneria ha avuto soprattutto le tradizioni di certe corporazioni medievali, nelle quali gli elementi principali dell’arte del costruire, dell’ edificare, venivano simultaneamente assunti secondo un significato allegorico e iniziatico. Così la “costruzione del Tempio” poteva divenir sinonimo della stessa “Grande Opera” iniziatica, lo sgrossamento della pietra grezza in pietra squadrata poteva alludere al compito preliminare di formazione interna, e via dicendo. Si può ritenere che fino al principio del XVIII secolo la massoneria abbia conservato questo carattere iniziatico e tradizionale, sì che essa, con riferimento al compito di un’ azione interiore, fu chiamata “operativa”.[1] Fu nel 1717 che, con l’accennata fondazione della Grande Loggia di Londra e col subentrare della cosiddetta “massoneria speculativa” continentale, si verificarono il soppiantamento e l’inversione di polarità, di cui si è detto. Come “speculazione” qui valse infatti l’ideologia illuministica, enciclopedistica e razionalistica connessa ad una corrispondente, deviata interpretazione dei simboli, e l’ attività dell’organizzazione si concentrò decisamente sul piano politico-sociale, anche se usando prevalentemente la tattica dell’azione indiretta e manovrando con influenze e suggestioni, di cui era difficile individuare l’origine prima.

Si vuole che questa trasformazione si sia verificata solo in alcune logge e che altre abbiano conservato il loro carattere iniziatico e operativo anche dopo il 1717. In effetti, questo carattere si può riscontrare negli ambienti massonici cui appartennero un Martinez de Pasqually, un Calude de Saint Martin e lo stesso Joseph de Maistre. Ma devesi ritenere che questa stessa massoneria sia entrata, per altro riguardo, essa stessa in una fase di degenerescenza, se essa nulla ha potuto contro l' affermarsi dell'altra e se, praticamente, da questa è stata alla fine travolta. Né si è avuta una qualsiasi azione della massoneria, che sarebbe rimasta iniziatica per diffidare e sconfessare l'altra, per condannare l' attività politico-sociale e per impedire che, dappertutto, essa valesse propriamente e ufficialmente come massoneria.

Riferendoci dunque alla massoneria "speculativa", in essa le vestigia iniziatiche restarono limitate ad una sovrastruttura rituale, che specie nella massoneria di rito scozzese ebbe carattere inorganico e sincretistico, pei molti gradi di là dai tre primi (i soli, che hanno una qualche connessione effettiva con le precedenti tradizioni corporative), essendo stati raccolti simboli delle tradizioni inizatiche più varie, visibilmente per dare l'impressione di aver raccolto l'eredità di esse tutte. Così in questa massoneria troviamo anche vari elementi dell' iniziazione cavalleresca, dell' ermetismo e della Rosacroce: vi figurano "dignità" come quella di "Cavaliere d' Oriente o della Spada", di "Cavaliere del Sole", di "Cavaliere delle due Aquile", di "Principe Adepto", di "Dignitario del Sacro Impero", di "Cavaliere Kadosh" (cioè, in ebraico, "Cavaliere Santo"), equivalente a "Cavaliere Templare", di "Principe Rosacroce". In genere - e questo è il punto che per noi ha uno speciale significato - vi è una particolare ambizione, da parte della massoneria di rito scozzese, a rifarsi appunto alla tradizione templare. Si pretende così che almeno sette dei suoi gradi siano di origine templare, oltre il 30°, che reca esplicitamente la designazione di Cavaliere Templare in un gran numero di logge. Uno dei gioielli del grado supremo di tutta la gerarchia (il 33°) - una croce teutonica - reca la sigla J.B.M., che viene prevalentemente spiegata con le iniziali di Jacopus Burgundus Molay, che fu l'ultimo Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, e "De Molay" ricorre anche come una "parola di passo" di questo grado: quasi che coloro che vi sono iniziati andassero a riprendere la dignità e la funzione del capo dell'Ordine ghibellino distrutto. Del resto, la massoneria scozzese pretende di aver avuto trasmessi molti dei suoi elementi da una più antica organizzazione, detta del "Rito di Heredom". Questa espressione viene tradotta da vari autori massonici con "rito degli eredi", intendendosi appunto gli eredi dei Templari. La leggenda corrispondente è che pochi Templari superstiti si sarebbero ritirati in Scozia, dove si posero sotto la protezione di Robert Bruce; da questi furono aggregati ad una preesistente organizzazione iniziatica di origine corporativa, che allora assunse il nome di "Gran Loggia reale di Heredom". Ognuno vede la portata che avrebbero tali riferimenti nel riguardo specifici di ciò che abbiamo chiamato "l'eredità del Graal", qualora essi avessero un fondamento reale: fornirebbero alla massoneria un titolo di ortodossia tradizionale. Ma, in realtà, ben altrimenti stanno le cose. è di una usurpazione che si tratta: non è una continuazione, bensì una inversione della precedente tradizione che qui deve constatarsi. Ciò risulta in modo caratteristico considerando nel suo complesso proprio l'accennato grado 30° del Rito Scozzese, che in alcune logge ha per parola d' ordine: "La rivincita dei Templari". La "leggenda" che vi si riferisce riprende il motivo dianzi accennato: i Templari che avrebbero trovato rifugio in certe organizzazione segrete inglesi, in esse avrebbero creato questo grado nell'intento di riorganizzare il loro Ordine e di compiere la loro vendetta. Ora l'inversione già detta del ghibellinismo non potrebbe trovare una più chiara espressione che in questa elucidazione del rituale: "La vendetta templare si è abbattuta su Clemente V non nel giorno in cui le sue ossa furono date al fuoco dai Calvinisti della Provenza, ma nel giorno in cui Lutero sollevò metà dell' Europa contro il Papato in nome dei diritti della coscienza. E la vendetta si è abbattuta su Filippo il Bello non il giorno in cui i suoi resti furono gettati tra i rifiuti di San Dionigi da una plebaglia in delirio e nemmeno il giorno in cui l' ultimo discendente rivestito del potere assoluto uscì dal Tempio, divenuto prigione di Stato, per salire sul patibolo, ma il giorno in cui la Costituente francese proclamò in faccia ai troni i diritti dell' uomo e del cittadino" [2].

Che poi il livello dal piano del singolo - l'"uomo" e il "cittadino" - finisca con lo scendere fino a quelle masse anonime e dei dirigenti mascherati di esse, risulta da una storia connessa al rituale di vari gradi - nel Rito Scozzese del Supremo Consiglio di Germania essa figurava nel 4° grado, detto del "Maestro segreto". Si tratta della storia di Hiram, il costruttore del Tempio di Gerusalemme, il quale di fronte al re sacrale Salomone dimostra di avere, sulle masse, un potere così prodigioso, che "il re, il quale aveva fama di essere uno dei più grandi Saggi, scoprì che, di là dalla sua, vi è una maggiore potenza, una potenza, che nel futuro, essa conoscerà la propria forza, eserciterà una sovranità più grande della sua (cioè di Salomone)”. Questa potenza è il popolo (das Volk). E si aggiunge: "Noi massoni di rito scozzese vediamo in Hiram la personificazione dell'umanità". Ora il rito, facendoli "Maestri segreti", dovrebbe conferire agli iniziandi massoni la stessa natura di Hiram: dovrebbe cioè farli partecipi di questo misterioso potere di muovere l'umanità come popolo, come massa, potere che scalzerebbe quello stesso del re sacrale simbolico.

Quanto al grado specificatamente templare (il 30°), vale ancora notare, nel suo rito, la conferma dell'associarsi dell'elemento iniziatico con l' elemento sovversivo antitradizionale, il che va a dare necessariamente al primo i caratteri di una effettiva contro-iniziazione là dove il rito stesso non si riduca ad una vuota cerimonia, ma metta in moto forze sottili. Nel grado in questione, l'iniziato che abbatte le colonne del Tempio e calpesta la croce, essendo ammesso, dopo di ciò, al Mistero della scala ascendente e discendente con sette gradini, è colui che deve giurare vendetta e concretizzare ritualmente tale giuramento col colpire con un pugnale la Corona e la Tiara, cioè i simboli del doppio potere tradizionale, dell'autorità regale e di quella pontificale, esprimendo con ciò null'altro che il senso di quanto la massoneria come forza occulta della sovversione mondiale ha propiziato nel mondo moderno partendo dalla preparazione della Rivoluzione francese e dalla costituzione della democrazia americana e, passano per i moti del '48, giungendo fino alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione turca, alla rivoluzione di Spagna e altri analoghi avvenimenti. Là dove nel ciclo del Graal, come si è visto, la realizzazione iniziatica è così concepita, che ad essa si lega l' impegno di far risorgere il re, nel rito ora indicato si ha esattamente l'opposto, vi è la contraffazione di una iniziazione che si lega al giuramento (talvolta con la formula: "Vittoria o morte") di colpire o rovesciare ogni forma di autorità dall' alto.

Ad ogni modo, ai nostri fini il lato essenziale di queste considerazioni è di indicare il punto in cui l' “eredità del Graal" e di analoghe tradizioni iniziatiche si arresta e in cui, a parte eventuali sopravvivenze di nomi e di simboli, non si può più constatare alcuna filiazione legittima di esse. Nel caso specifico della massoneria moderna, da un lato il suo confuso sincretismo, il carattere artificiale della gerarchia della gran parte dei suoi gradi - carattere appariscente anche per un profano -, la banalità delle esegesi correnti, moralistiche, sociali e razionalistiche applicate a vari elementi ripresi, aventi in sé un contenuto effettivamente esoterico - tutto ciò porterebbe a far vedere in essa un esempio tipico di organizzazione pseudo-iniziatica.[3] Ma considerando, d'altra parte, la "direzione di efficacia" dell'organizzazione in parola con riferimento agli elementi dianzi rilevati e alla sua attività rivoluzionaria, sorge la sensazione precisa di avere di fronte una forza che, nel campo dello spirito, agisce contro lo spirito: una forza oscura appunto di antitradizione e di contro-iniziazione. Ed allora è ben possibile che i suoi riti siano meno inoffensivi di quel che si possa credere, che in molti casi essi, senza che coloro che vi partecipano se ne rendano conto, stabiliscano appunto il contatto con questa forza, inafferrabile per la coscienza ordinaria.

Un ultimo accenno. Nella leggenda del 32° grado del rito scozzese ("Sublime Principe del Segreto regale") è spesso quistione della organizzazione e della ispezione di forze (concepite come raccolte in vari "accampamenti") che, una volta conquistata "Gerusalemme”, dovranno costruirvi il "Terzo Tempio"; Tempio, questo, che va ad identificarsi col "Sacro Impero", quale "Impero del mondo". Ora, è stato molto discusso sui cosidetti Protocolli dei Savi di Sion, i quali contengono il mito di un piano dettagliato di congiura contro il mondo tradizionale europeo. Noi diciamo "mito" a ragion veduta, intendendo con ciò lasciare aperta la quistione della veridicità o della falsità di un tale documento, spesso sfruttato da un volgare antisemitismo [4]. Il fatto che resta è che questo documento, come vari altri consimili usciti qua e là, ha un valore sintomatico, giacché i principali rivolgimenti della storia contemporanea verificatisi dopo la sua pubblicazione hanno presentato una impressionante concordanza col piano in esso descritto. In genere, scritti siffatti riflettono l'oscura sensazione dell' esistenza di una "intelligenza" direttrice dietro ai fatti più caratteristici della sovversione moderna. Essi dunque, quale pur sia la finalità pratica della loro divulgazione o, se sono falsi ed inventati, della loro compilazione, hanno colto "qualcosa, che è nell' aria" e a cui la storia sta via via dando conferma. Ma proprio nei Protocolli vediamo anche riapparire l'idea di un futuro impero universale e di organizzazioni che lavorano sotterraneamente per l'avvento di esso [5], però in una contraffazione che possiamo dire satanica, perchè quel che sta effettivamente in primo piano è la distruzione e lo sradicamento di tutto ciò che è tradizione, valori della personalità e vera spiritualità. Il presunto Impero non è che la suprema concretizzazione della religione dell'uomo terrestrizzato, resosi estrema ragione a sè stesso e avente Dio per nemico. E' il tema con cui sembra debbano concludersi lo spengleriano "Tramonto dell' Occidente" e l'età oscura - kali yuga - dell' antica tradizione indù.

Note:

1- Per un puro caso - per via dei documenti trovati addosso ad un corriere ucciso da un fulmine - si ebbero prove positive anche di un' azione organizzata rivoluzionaria svolta dalla setta degli Illuminati.

2- Per il meccanismo di questo processo, nella sua analogia ad un' azione necromantica, cfr. R. Guénon, Le règne de la quantité et les signes des temps, Paris, 1945, cap. XXVI, XXVII ( tr. it.: Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano, 1982 ).

3- La sigla L.D.P. appare nel primo dei cosidetti gradi cavallereschi massonici (il 15° della gerarchia complessiva del Rito Scozzese). Oscuramente, sembra che la leggenda di questo grado alluda proprio allo spostarsi della funzione dell' iniziato; vi si parla, infatti, di contrassegni di dignità principesche che l' iniziato, insieme alla libertà, riceve da "Ciro", ma che poi perde; raggiunto però il maestro che insieme a pochi fedeli superstiti si era rifugiato fra le roviine del Tempio salomonico, gli viene detto del dubbio valore di quei titoli ed egli riceve un nuovo titolo e la spada.

4- Cfr. A. Pike, Morals and Dogmas of the Ancient and Accepted Scotch Rite, Richmond, 1927.

5- Devesi rilevare che già nel suo periodo operativo ed iniziatico è constatabile, nella massoneria, una certa usurpazione, quando essa si riferisce a sè l'"Arte Regia". L' iniziazione legata ai mestieri, infatti, è quella che corrisponde all'antico Terzo Stato (la casta indù dei vaysha), cioè a strati gerarchicamente inferiori alla casta dei guerrieri, cui corrisponde legittimamente l'"Arte Regia". Peraltro, va anche rilevato che l' azione rivoluzionaria della massoneria speculativa moderna è quella che ha minato le civiltà del Secondo Stato e ha preparato, con le democrazie, l'avvento di quelle del Terzo Stato.
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