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 Dei... di Admin
 
Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente o non vale niente lui!

(Ezra Pound)
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di rino (del 19/11/2013 @ 15:10:49, in ATTUALITÀ, linkato 780 volte)
di Cristofaro Sola
Un mio antico Maestro, conoscendo il tratto “fumantino” del mio carattere, mi ha insegnato che quando si riceve un’offesa da qualcuno o si ascolta qualcosa di inaccettabile, prima di passare al contrattacco, lasciandosi prendere la mano dall’irrazionalità delle passioni e degli istinti, è sempre salutare praticare un picccolo esercizio mentale: contare fino a dieci prima di rispondere, poi giunti a dieci contare fino a cento e, se alla fine della conta la rabbia non è stata ancora smaltita, contare fino a mille e oltre. Ed è così che ho lasciato trascorrere dei giorni prima di dire in assoluta franchezza ciò che penso dell’intervento alla Camera dei Deputati di una rappresentante del “Movimento 5 Stelle” la quale, nel giorno della commerazione dei nostri caduti nell’attentato alla base “Maestrale” a Nassiriya, avvenuto il 12 novembre 2003, ha inteso accomunare nel ricordo alle vittime anche i carnefici. Dunque, grazie ai giorni trascorsi sono sereno, per cui non cederò alla tentazione di rivolgere all’onorevole signorina tanti “vaffà” quanti in questi anni il suo capo ne ha rivolto a un po’ di italiani.

Non sarò volgare nell’esprimermi. Permettetemi, però, di gridare tutto il disgusto e, lo voglio dire, lo schifo che provo per un affronto del genere. Il discorso dell’onorevole “cittadina” Emanuela Corda lo giudico semplicemente delirante e non soltanto perché abbia osato mettere sullo stesso piano le vittime e i carnefici, piuttosto perché, nel suo goffo tentativo di fare la filorivoluzionaria alla maniera dei “centri sociali”, ha finito per fare torto anche agli stessi assassini.

Per comprenderci, la ricostruzione della Corda, volta a consegnare alla Storia i kamikaze iracheni come prodotti di un disagio sociale imposto dalle condizioni di uno sfruttamento prodotto dai ricchi Paesi occidentali in danno delle sventurate popolazioni mediorientali, non regge. è una sonora fesseria. è roba da 2 in Storia delle civiltà e delle religioni: studi e torni la prossima volta. Il tragico episodio di Nassiriya si inquadra in una cornice all’interno della quale si collocano ragioni politico-strategiche declinate con questioni di fede. Mi riferisco a quella fede nell’Islàm la quale permea la vita di ogni credente in Allāh, radicandolo nel convincimento estremo che tra percorso verso il Dio misericordioso e cammino individuale verso il futuro non vi sia alcuna differenza, anzi le strade si sovrappogano. Nell’orizzonte esistenziale del musulmano vi è il Jihād. Come ho avuto modo di dire altrove: "Ai muslim, che siano maschi, adulti, sani di mente e di corpo e che abbiano mezzi propri, è comandato di essere combattenti. Essi, in ossservanza di tale dovere incombente, hanno un posto d’onore nel sentiero di Dio. Valgono di più, nella considerazione dell’Altissimo, di quanto valgano i non combattenti che se ne stanno a casa. E il Jihād, tanto temuto dagli occidentali, per la legge coranica, è sì combattimento contro i kāfirūna, i nemici della vera fede, ma è prima di tutto Jihād Akbar, la grande guerra, il combattimento con se stesso, o meglio, contro i propri vizi e le debolezze che albergano in ogni essere mortale. Il Corano insegna la dignità di appartenere a una parte distinta e avversa ad un’altra. La sacra legge dell’Islàm insegna il rispetto per l’avversario, ma, allo stesso modo, infonde al credente la forza per prevalere su di esso".

"O nabī ! Infondi coraggio nel cuore dei credenti affinché sappiano combattere. Basteran venti di loro, pazienti, costanti, per sbaragliare cento nemici. Se ce ne fossero cento di loro, farebbero fuori un migliaio di kāfirūna. Quella è gente che non capisce nulla.” ( Sura VIII, Versetto 65). Questa è la parola del Dio ricco in clemenza, abbondante in misericordia. Il credente sa che se intende orientare la propria esistenza al rispetto integrale del comandamento coranico deve compiere una scelta di campo che non ammette deroghe. E se poi volesse assurgere alla maggior considerazione del suo Dio, dovrebbe aspirare a farsi shahīd, “testimone”, in vita o con la sua stessa morte, della fede di cui è portatore. L’Islàm ha bisogno di ogni suo shahīd, come il cristianesimo ha bisogno dei suoi martiri. Lo spirito fecondo, alto, nobile della testimonianza di fede di cui è pregno l’insegnamento coranico, ci aiuta a comprendere la ragione per la quale il mondo musulmano riconosce, nella propria architettura esistenziale, una centralità alla presenza di Dio che in Occidente, francamente, si è di molto offuscata a vantaggio di una condizione che pone l’uomo, non altri, al centro della sua storia.

Quindi di che va cianciando l’onorevole Corda? Parli, se ci riesce, di ciò che sa. Sostenere che il criminale assassino che ha lanciato l’autocarro-bomba contro la postazione dei nostri militari, non l’avrebbe fatto se avesse avuto una vita sociale più confortevole è una bestialità. Gli attentatori erano combattenti e ci hanno visto come nemici. Con quel vile attentato si sono guadagnati un posto nel loro paradiso. Sappia, l’onorevole Corda che ai familiari dei kamikaze gli amici e i conoscenti non fanno le condoglianze ma fanno gli auguri e porgono i complimenti. è chiaro? Quindi Nassiriya è stato principalmente un nostro problema. Gli assassini si sono limitati a fare quel che sanno fare, appunto gli assassini. Abbiamo sbagliato noi, o meglio hanno sbagliato quei vertici di comando che hanno sottovalutato il pericolo e hanno mancato di ordinare ai nostri uomini una difesa più rigida e più protetta. Non si tratta di diceria. Il 30 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva lo Stato italiano a risarcire i familiari delle vittime della strage, per la riconosciuta responsabilità in ordine alle misure di sicurezza adottate per la base “Maestrale” (luogo dell’attentato) e valutate inadeguate. Ma hanno sbagliato i nostri vertici politici a non comunicare con sufficiente credibilità, che la presenza in Iraq del contingente italiano fosse finalizzata a una missione di pace, e non di occupazione, come successivamente le popolazioni irachene hanno avuto modo di accertare. L’attentato di Nassiriya è stato un deliberato atto terroristico, compiuto da elementi dichiaratamente nostri nemici. Nemici della nostra civilità, della nostra Tradizione, delle nostre credenze, della nostra Storia. E, come tali, essi vanno giudicati. Gli italiani tutti avrebbero avuto il diritto di “mettere le mani” sugli assassini, esecutori e mandanti, che hanno progettato e realizzato la strage. Purtroppo, però, sebbene tutti i criminali siano stati individuati, la nostra giustizia non potrà fare il suo corso perché risultano tutti morti. Peccato!

Ora, dimenticando, per un momento, la squallida volgarità, imbastita di vigliaccheria, delle parole pronunciate dall’onorevole Corda che certamente avranno fatto piacere a quell’orda di delinquenti senza onore che hanno coniato lo slogan per i loro cortei “dieci, cento, mille Nassiriya”, prestiamo un attimo d’attenzione a quei poveri ragazzi caduti in una qualunque delle tante calde giornate che la desertica terra irachena regala ai suoi figli, come ai suoi visitatori. Ricordiamoli così senza dire altro. Solo la promessa di cercare di non dimenticarli. Sono italiani. Sono morti con onore.

Tenente Massimiliano Ficuciello, Luogotenente Enzo Fregosi, Aiutante Giovanni Cavallaro, Aiutante Alfonso Trincone, Maresciallo Capo Afio Ragazzi, Maresciallo Capo Massimiliano Bruno, Maresciallo Daniele Ghione, Maresciallo Filippo Merlino, Maresciallo Silvio Olla, Vice Brigadiere Giuseppe Coletta, Vice Brigadiere Ivan Ghitti, Appuntato Domenico Intravaia, Carabiniere Scelto Horatio Maiorana, Carabiniere Scelto Andrea Filippa, Caporal Maggiore Emanuele Ferraro, Caporale Alessandro Carrisi, Caporale Pietro Petrucci, Dottor Stefano Rolla, Signor Marco Beci.
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Di Odal (del 01/11/2013 @ 14:56:02, in MASSONERIA, linkato 4383 volte)
di Julius Evola
(tratto da “Il Mistero del Graal”)

Poiché la nostra ricerca ha anche considerato le interferenze fra organizzazioni iniziatiche e correnti storiche è opportuno dire qualcosa – in sede di conclusione – circa i rapporti esistenti fra ciò che abbiamo chiamato l’“eredità del Graal”, ossia l’alto ghibellinismo, e le società segrete dei tempi moderni, particolarmente di quelle che, a partire dall’Illuminismo, si sono definite in forma di massoneria. Naturalmente, qui noi dovremo limitarci all’essenziale.

Già nella cosiddetta setta degli Illuminati di Baviera si ha un esempio tipico di quel capovolgimento di tendenze, a cui poco fa abbiamo accennato. Ciò risulta dallo stesso mutamento di significato subito dal termine “Illuminismo”. Esso in origine ebbe relazione con l’ idea di una illuminazione spirituale superrazionale; ma successivamente a poco a poco si fece invece sinonimo di razionalismo, di teoria del “lume naturale”, di antitradizione. Si può parlare, nel riguardo, di un uso contraffatto e “sovversivo” del diritto proprio all’iniziato, all’adepto. L'iniziato, se è veramente tale, può porsi di là dalle forme storiche contingenti di una particolare tradizione, può accusarne – ove a ciò riceva mandato – le limitazioni e porsi al disopra della loro autorità; egli può respingere il dogma, perché ha qualcosa di più, la conoscenza trascendente, e in ben altra sede sa dell’inviolabilità di questa conoscenza; infine, può rivendicare per sé la dignità di un essere libero, perché egli si è disciolto dai vincoli della natura inferiore, umana: a tale stregua i “liberi” sono anche “pari” e la loro comunità può esser concepita come una “confraternita”. Ebbene, basta materializzare, laicizzare e democratizzare questi aspetti del diritto iniziatico, e tradurli in termini individualistici, per aver subito i principi-base delle ideologie sovversive e rivoluzionarie moderne. Il lume della mera ragione umana subentra alla “illuminazione” e dà luogo alle distruzioni del “libero esame” e della critica profana. Il sovrannaturale è messo al bando o confuso con la natura. La libertà, l’eguaglianza e la parità divengono quelle prevaricatoriamente rivendicate dal singolo “conscio della sua dignità” – non conscio però della sua schiavitù di fronte a sé stesso – per ergersi contro ogni forma di autorità e costituirsi illusoriamente come estrema ragione a sé stesso: diciamo illusoriamente, poiché nella concatenazione inesorabile delle varie fasi della decadenza moderna, l’individualismo ha avuto la durata di un breve miraggio e di una fallace ebbrezza, l’elemento collettivo e irrazionale nell’epoca delle masse e della tecnica ha presto avuto ragione del singolo “emancipatosi”, cioè sradicato e senza tradizione. Ora a partire dal XVIII secolo sorgono appunto gruppi, affiancanti le cosiddette sociétes de pensée, i quali ostentano un carattere iniziatico, mentre si danno più o meno direttamente a quest’opera rivoluzionaria e “riformistica” di “illuminismo” e di razionalismo. Alcuni di tali gruppi erano effettivamente la continuazione di organizzazione precedenti di tipo regolare e tradizionale. Così a tale riguardo devesi pensare ad un processo di involuzione spintosi fino ad un punto nel quale, per via del ritirarsi del principio animatore originario di queste organizzazioni, poté realizzarsi una vera e propria inversione di polarità: influenze di tutt’altro ordine andarono ad inserirsi e ad agire in organismi, che più o meno rappresentavano il cadavere o la sopravvivenza automatica di quel che essi in precedenza erano stati, utilizzandone e volgendone le forze in una direzione opposta a quella che era stata la propria normalmente e tradizionalmente.

Il prologo, che è qualcosa di più di una pura fantasticheria (perché utilizza dei dati risultati nel processo a questo personaggio), de Giuseppe Balsamo di A. Dumas, ove un capo che si presenta come un Gran Maestro Rosacroce dà, in una riunione segreta di “iniziati” convenuti da ogni nazione, come parola d’ordine L.D.P. (le iniziali di lilia destre pedibus – cioè: distruggi e calpesta la Casa di Francia), può valerci come un riflesso del clima proprio alle logge e ai convegni degli Illuminati e di gruppi affini, i quali promossero quella “rivoluzione intellettuale”, che alla fine doveva scatenare l’ondata delle rivoluzioni politiche dall’ 89 al '48.

Ma la duplicità contraddittoria dei due motivi – cioè da una parte sopravvivenze del ritualismo gerarchico simbolico e iniziatico, dall’ altra professione di ideologie del tutto opposte a quelle che si potrebbero dedurre da una qualsiasi autentica dottrina iniziatica – è palese soprattutto nella massoneria moderna. Questa massoneria sembra che si sia positivamente organizzata nel periodo dei rumori rosicruciani e della successiva partenza dei veri Rosacroce dall’ Europa. Elia Ashmole, che si vuole abbia avuto una parte fondamentale nella organizzazione della prima massoneria inglese, visse fra il 1617 e il 1692. Purtuttavia, secondo i più, la massoneria nella sua forma attuale di associazione semi-segreta militante non risale oltre il 1700 – è nel 1717 che ebbe luogo la fondazione della Grande Loggia di Londra. Come antecedenti positivi, non fantasticati, la massoneria ha avuto soprattutto le tradizioni di certe corporazioni medievali, nelle quali gli elementi principali dell’arte del costruire, dell’ edificare, venivano simultaneamente assunti secondo un significato allegorico e iniziatico. Così la “costruzione del Tempio” poteva divenir sinonimo della stessa “Grande Opera” iniziatica, lo sgrossamento della pietra grezza in pietra squadrata poteva alludere al compito preliminare di formazione interna, e via dicendo. Si può ritenere che fino al principio del XVIII secolo la massoneria abbia conservato questo carattere iniziatico e tradizionale, sì che essa, con riferimento al compito di un’ azione interiore, fu chiamata “operativa”.[1] Fu nel 1717 che, con l’accennata fondazione della Grande Loggia di Londra e col subentrare della cosiddetta “massoneria speculativa” continentale, si verificarono il soppiantamento e l’inversione di polarità, di cui si è detto. Come “speculazione” qui valse infatti l’ideologia illuministica, enciclopedistica e razionalistica connessa ad una corrispondente, deviata interpretazione dei simboli, e l’ attività dell’organizzazione si concentrò decisamente sul piano politico-sociale, anche se usando prevalentemente la tattica dell’azione indiretta e manovrando con influenze e suggestioni, di cui era difficile individuare l’origine prima.

Si vuole che questa trasformazione si sia verificata solo in alcune logge e che altre abbiano conservato il loro carattere iniziatico e operativo anche dopo il 1717. In effetti, questo carattere si può riscontrare negli ambienti massonici cui appartennero un Martinez de Pasqually, un Calude de Saint Martin e lo stesso Joseph de Maistre. Ma devesi ritenere che questa stessa massoneria sia entrata, per altro riguardo, essa stessa in una fase di degenerescenza, se essa nulla ha potuto contro l' affermarsi dell'altra e se, praticamente, da questa è stata alla fine travolta. Né si è avuta una qualsiasi azione della massoneria, che sarebbe rimasta iniziatica per diffidare e sconfessare l'altra, per condannare l' attività politico-sociale e per impedire che, dappertutto, essa valesse propriamente e ufficialmente come massoneria.

Riferendoci dunque alla massoneria "speculativa", in essa le vestigia iniziatiche restarono limitate ad una sovrastruttura rituale, che specie nella massoneria di rito scozzese ebbe carattere inorganico e sincretistico, pei molti gradi di là dai tre primi (i soli, che hanno una qualche connessione effettiva con le precedenti tradizioni corporative), essendo stati raccolti simboli delle tradizioni inizatiche più varie, visibilmente per dare l'impressione di aver raccolto l'eredità di esse tutte. Così in questa massoneria troviamo anche vari elementi dell' iniziazione cavalleresca, dell' ermetismo e della Rosacroce: vi figurano "dignità" come quella di "Cavaliere d' Oriente o della Spada", di "Cavaliere del Sole", di "Cavaliere delle due Aquile", di "Principe Adepto", di "Dignitario del Sacro Impero", di "Cavaliere Kadosh" (cioè, in ebraico, "Cavaliere Santo"), equivalente a "Cavaliere Templare", di "Principe Rosacroce". In genere - e questo è il punto che per noi ha uno speciale significato - vi è una particolare ambizione, da parte della massoneria di rito scozzese, a rifarsi appunto alla tradizione templare. Si pretende così che almeno sette dei suoi gradi siano di origine templare, oltre il 30°, che reca esplicitamente la designazione di Cavaliere Templare in un gran numero di logge. Uno dei gioielli del grado supremo di tutta la gerarchia (il 33°) - una croce teutonica - reca la sigla J.B.M., che viene prevalentemente spiegata con le iniziali di Jacopus Burgundus Molay, che fu l'ultimo Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, e "De Molay" ricorre anche come una "parola di passo" di questo grado: quasi che coloro che vi sono iniziati andassero a riprendere la dignità e la funzione del capo dell'Ordine ghibellino distrutto. Del resto, la massoneria scozzese pretende di aver avuto trasmessi molti dei suoi elementi da una più antica organizzazione, detta del "Rito di Heredom". Questa espressione viene tradotta da vari autori massonici con "rito degli eredi", intendendosi appunto gli eredi dei Templari. La leggenda corrispondente è che pochi Templari superstiti si sarebbero ritirati in Scozia, dove si posero sotto la protezione di Robert Bruce; da questi furono aggregati ad una preesistente organizzazione iniziatica di origine corporativa, che allora assunse il nome di "Gran Loggia reale di Heredom". Ognuno vede la portata che avrebbero tali riferimenti nel riguardo specifici di ciò che abbiamo chiamato "l'eredità del Graal", qualora essi avessero un fondamento reale: fornirebbero alla massoneria un titolo di ortodossia tradizionale. Ma, in realtà, ben altrimenti stanno le cose. è di una usurpazione che si tratta: non è una continuazione, bensì una inversione della precedente tradizione che qui deve constatarsi. Ciò risulta in modo caratteristico considerando nel suo complesso proprio l'accennato grado 30° del Rito Scozzese, che in alcune logge ha per parola d' ordine: "La rivincita dei Templari". La "leggenda" che vi si riferisce riprende il motivo dianzi accennato: i Templari che avrebbero trovato rifugio in certe organizzazione segrete inglesi, in esse avrebbero creato questo grado nell'intento di riorganizzare il loro Ordine e di compiere la loro vendetta. Ora l'inversione già detta del ghibellinismo non potrebbe trovare una più chiara espressione che in questa elucidazione del rituale: "La vendetta templare si è abbattuta su Clemente V non nel giorno in cui le sue ossa furono date al fuoco dai Calvinisti della Provenza, ma nel giorno in cui Lutero sollevò metà dell' Europa contro il Papato in nome dei diritti della coscienza. E la vendetta si è abbattuta su Filippo il Bello non il giorno in cui i suoi resti furono gettati tra i rifiuti di San Dionigi da una plebaglia in delirio e nemmeno il giorno in cui l' ultimo discendente rivestito del potere assoluto uscì dal Tempio, divenuto prigione di Stato, per salire sul patibolo, ma il giorno in cui la Costituente francese proclamò in faccia ai troni i diritti dell' uomo e del cittadino" [2].

Che poi il livello dal piano del singolo - l'"uomo" e il "cittadino" - finisca con lo scendere fino a quelle masse anonime e dei dirigenti mascherati di esse, risulta da una storia connessa al rituale di vari gradi - nel Rito Scozzese del Supremo Consiglio di Germania essa figurava nel 4° grado, detto del "Maestro segreto". Si tratta della storia di Hiram, il costruttore del Tempio di Gerusalemme, il quale di fronte al re sacrale Salomone dimostra di avere, sulle masse, un potere così prodigioso, che "il re, il quale aveva fama di essere uno dei più grandi Saggi, scoprì che, di là dalla sua, vi è una maggiore potenza, una potenza, che nel futuro, essa conoscerà la propria forza, eserciterà una sovranità più grande della sua (cioè di Salomone)”. Questa potenza è il popolo (das Volk). E si aggiunge: "Noi massoni di rito scozzese vediamo in Hiram la personificazione dell'umanità". Ora il rito, facendoli "Maestri segreti", dovrebbe conferire agli iniziandi massoni la stessa natura di Hiram: dovrebbe cioè farli partecipi di questo misterioso potere di muovere l'umanità come popolo, come massa, potere che scalzerebbe quello stesso del re sacrale simbolico.

Quanto al grado specificatamente templare (il 30°), vale ancora notare, nel suo rito, la conferma dell'associarsi dell'elemento iniziatico con l' elemento sovversivo antitradizionale, il che va a dare necessariamente al primo i caratteri di una effettiva contro-iniziazione là dove il rito stesso non si riduca ad una vuota cerimonia, ma metta in moto forze sottili. Nel grado in questione, l'iniziato che abbatte le colonne del Tempio e calpesta la croce, essendo ammesso, dopo di ciò, al Mistero della scala ascendente e discendente con sette gradini, è colui che deve giurare vendetta e concretizzare ritualmente tale giuramento col colpire con un pugnale la Corona e la Tiara, cioè i simboli del doppio potere tradizionale, dell'autorità regale e di quella pontificale, esprimendo con ciò null'altro che il senso di quanto la massoneria come forza occulta della sovversione mondiale ha propiziato nel mondo moderno partendo dalla preparazione della Rivoluzione francese e dalla costituzione della democrazia americana e, passano per i moti del '48, giungendo fino alla prima guerra mondiale, alla rivoluzione turca, alla rivoluzione di Spagna e altri analoghi avvenimenti. Là dove nel ciclo del Graal, come si è visto, la realizzazione iniziatica è così concepita, che ad essa si lega l' impegno di far risorgere il re, nel rito ora indicato si ha esattamente l'opposto, vi è la contraffazione di una iniziazione che si lega al giuramento (talvolta con la formula: "Vittoria o morte") di colpire o rovesciare ogni forma di autorità dall' alto.

Ad ogni modo, ai nostri fini il lato essenziale di queste considerazioni è di indicare il punto in cui l' “eredità del Graal" e di analoghe tradizioni iniziatiche si arresta e in cui, a parte eventuali sopravvivenze di nomi e di simboli, non si può più constatare alcuna filiazione legittima di esse. Nel caso specifico della massoneria moderna, da un lato il suo confuso sincretismo, il carattere artificiale della gerarchia della gran parte dei suoi gradi - carattere appariscente anche per un profano -, la banalità delle esegesi correnti, moralistiche, sociali e razionalistiche applicate a vari elementi ripresi, aventi in sé un contenuto effettivamente esoterico - tutto ciò porterebbe a far vedere in essa un esempio tipico di organizzazione pseudo-iniziatica.[3] Ma considerando, d'altra parte, la "direzione di efficacia" dell'organizzazione in parola con riferimento agli elementi dianzi rilevati e alla sua attività rivoluzionaria, sorge la sensazione precisa di avere di fronte una forza che, nel campo dello spirito, agisce contro lo spirito: una forza oscura appunto di antitradizione e di contro-iniziazione. Ed allora è ben possibile che i suoi riti siano meno inoffensivi di quel che si possa credere, che in molti casi essi, senza che coloro che vi partecipano se ne rendano conto, stabiliscano appunto il contatto con questa forza, inafferrabile per la coscienza ordinaria.

Un ultimo accenno. Nella leggenda del 32° grado del rito scozzese ("Sublime Principe del Segreto regale") è spesso quistione della organizzazione e della ispezione di forze (concepite come raccolte in vari "accampamenti") che, una volta conquistata "Gerusalemme”, dovranno costruirvi il "Terzo Tempio"; Tempio, questo, che va ad identificarsi col "Sacro Impero", quale "Impero del mondo". Ora, è stato molto discusso sui cosidetti Protocolli dei Savi di Sion, i quali contengono il mito di un piano dettagliato di congiura contro il mondo tradizionale europeo. Noi diciamo "mito" a ragion veduta, intendendo con ciò lasciare aperta la quistione della veridicità o della falsità di un tale documento, spesso sfruttato da un volgare antisemitismo [4]. Il fatto che resta è che questo documento, come vari altri consimili usciti qua e là, ha un valore sintomatico, giacché i principali rivolgimenti della storia contemporanea verificatisi dopo la sua pubblicazione hanno presentato una impressionante concordanza col piano in esso descritto. In genere, scritti siffatti riflettono l'oscura sensazione dell' esistenza di una "intelligenza" direttrice dietro ai fatti più caratteristici della sovversione moderna. Essi dunque, quale pur sia la finalità pratica della loro divulgazione o, se sono falsi ed inventati, della loro compilazione, hanno colto "qualcosa, che è nell' aria" e a cui la storia sta via via dando conferma. Ma proprio nei Protocolli vediamo anche riapparire l'idea di un futuro impero universale e di organizzazioni che lavorano sotterraneamente per l'avvento di esso [5], però in una contraffazione che possiamo dire satanica, perchè quel che sta effettivamente in primo piano è la distruzione e lo sradicamento di tutto ciò che è tradizione, valori della personalità e vera spiritualità. Il presunto Impero non è che la suprema concretizzazione della religione dell'uomo terrestrizzato, resosi estrema ragione a sè stesso e avente Dio per nemico. E' il tema con cui sembra debbano concludersi lo spengleriano "Tramonto dell' Occidente" e l'età oscura - kali yuga - dell' antica tradizione indù.

Note:

1- Per un puro caso - per via dei documenti trovati addosso ad un corriere ucciso da un fulmine - si ebbero prove positive anche di un' azione organizzata rivoluzionaria svolta dalla setta degli Illuminati.

2- Per il meccanismo di questo processo, nella sua analogia ad un' azione necromantica, cfr. R. Guénon, Le règne de la quantité et les signes des temps, Paris, 1945, cap. XXVI, XXVII ( tr. it.: Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano, 1982 ).

3- La sigla L.D.P. appare nel primo dei cosidetti gradi cavallereschi massonici (il 15° della gerarchia complessiva del Rito Scozzese). Oscuramente, sembra che la leggenda di questo grado alluda proprio allo spostarsi della funzione dell' iniziato; vi si parla, infatti, di contrassegni di dignità principesche che l' iniziato, insieme alla libertà, riceve da "Ciro", ma che poi perde; raggiunto però il maestro che insieme a pochi fedeli superstiti si era rifugiato fra le roviine del Tempio salomonico, gli viene detto del dubbio valore di quei titoli ed egli riceve un nuovo titolo e la spada.

4- Cfr. A. Pike, Morals and Dogmas of the Ancient and Accepted Scotch Rite, Richmond, 1927.

5- Devesi rilevare che già nel suo periodo operativo ed iniziatico è constatabile, nella massoneria, una certa usurpazione, quando essa si riferisce a sè l'"Arte Regia". L' iniziazione legata ai mestieri, infatti, è quella che corrisponde all'antico Terzo Stato (la casta indù dei vaysha), cioè a strati gerarchicamente inferiori alla casta dei guerrieri, cui corrisponde legittimamente l'"Arte Regia". Peraltro, va anche rilevato che l' azione rivoluzionaria della massoneria speculativa moderna è quella che ha minato le civiltà del Secondo Stato e ha preparato, con le democrazie, l'avvento di quelle del Terzo Stato.
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Di rino (del 16/10/2013 @ 16:45:05, in ATTUALITÀ, linkato 601 volte)
di Cristofaro Sola

In Italia le cose proprio non vanno. Sono due anni almeno che la crisi economica continua a pesare sugli italiani, almeno sulla maggior parte di loro, in modo insostenibile. Mai conosciuto, a memoria delle generazioni cresciute nel secondo dopoguerra, tanta miseria generata dalla contrazione della liquidità finanziaria delle imprese e delle famiglie.

Le cause di questo malessere sono molteplici e sono di natura strutturale, quanto pure congiunturale. Sono antiche e, allo stesso tempo, recenti. D’altro canto, se l’intera economia di un Paese industrializzato precipita verticalmente, sebbene non vi siano eventi di natura apocalittica a giustificarne il repentino crollo, è chiaro che la responsabilità per il default di un sistema è da ricercare in un insieme di cause che restano complesse anche al solo indagarle. L’opinione pubblica, invece, è sempre alla scoperta di spiegazioni che tranquillizzino e che ridiano pace alle tremebonde coscienze dei suoi cittadini. Per questa ragione, la stagione di caccia a i maginifici colpevoli a cui addossare l’onere di ogni sciagura è sempre aperta. Il nostro ancestrale bisogno di sacro si alimenta di riti espiatori, per i quali si ha pur bisogno di approvvigionarsi di capri sacrificali. Nella presente congiuntura, dunque, la caccia agli untori è stata relativamente facile e fruttuosa. Nel carniere fa bella mostra di sé l’idea che l’attuale disgrazia sia causata dall’Europa dell’Unione, dei burocrati e, soprattutto, della Germania. Secondo la comune vulgata, gli italiani patiscono il disagio perché lo vuole un’Europa succube dell’arroganza autoritaria della nazione tedesca, perfettamente incarnata dalla più che detestabile figura del suo Cancelliere, la signora Angela Merkel. Questa conclusione “prèt à porter” certamente facilita il prender sonno, ma non riempe la pancia. Se si vuole, accontenta le menti elementari, quelle che non necessitano di tante spiegazioni per decidere come condursi innanzi nell’esistenza. Certo però non può, e non deve, soddisfare coloro che abbiano la presunzione di poter “leggere” nella cronaca quotidiana sapendo cogliere sfumature e ragioni di fondo, legate da oscuri nessi causali. Dire, quindi, che siamo con le “pezze al …” per colpa dei tedeschi è una sciocchezza buona per creduloni, non per spiriti raziocinanti. Tuttavia, resta innegabile il fatto che le istituzioni europee in primis e la classe dirigente tedesca hanno fatto di tutto per rendersi particolarmente odiose agli occhi della nostra opinione pubblica. Il tenore di certe dichiarazioni pubbliche da cui traspariva un’evidente difficoltà a mostrare equanimità verso gli italiani, come popolo, hanno fatto pesantemente dubitare che il sostrato di odio, nutrito da una comunità, quella tedesca, che in passato è stata più volte tradita dai repentini cambi di fronte degli italiani, non fosse del tutto evaporato. La sensazione che, attraverso il rigido controllo praticato dalle autorità comunitarie sulle nostre politiche di bilancio, fosse in atto un disegno politico criminale di annientamento programmato di un’economia nazionale, quella italiana, a vantaggio di un’altra, quella tedesca, non è solo chiacchiera da bar ma è argomento per più di un brillante economista. Il senso di strangolamento avvertito a causa dell’intransigente strategia deflattiva attuata dalle autorità di controllo della moneta unica europea non è un’allucinazione della mente, ma una condizione percepita nella realtà.

La voglia di andarsene dall’Europa, magari solo di sfuggire alla morsa della moneta unica, il desiderio di far saltare in aria il “Fiscal Compact”, il patto europeo di bilancio, per praticare una breccia nel muro di cinta della superfortezza continentale da cui sembra impossibile tentare la via di fuga, è qualcosa che sta crescendo nel cuore degli italiani prima ancora che nelle loro menti. Inoltre, ce l’abbiamo a morte con quelli di Bruxelles, che hanno abbandonato l’Italia al suo destino, nella gestione dei flussi migratori clandestini. Ci hanno lasciati soli a raccogliere cadaveri sparsi in lungo e in largo nel Canale di Sicilia. E quando possono, ci fanno pure la morale su come trattiamo gli immigrati clandestini, salvati dalle acque.

Allora che si fa? Buttiamo tutto a mare? Come si dice, mandiamo tutto “in vacca”? Sfasciamo quello che in anni anche noi abbiamo contribuito a costruire? Torniamo indietro a rifare la solita italietta che sta un po’ di qua e un po’ di là? Pensiamoci un momento. Per quanto ora sia impresa ardua, non sarebbe forse opportuno compiere uno sforzo supplementare verso l’unità e l’integrazione prima che tutto scappi dalle mani trascinandoci in un futuro buio e d’incertezza immensamente maggiore di quella che stiamo vivendo nel presente? E poi, siamo proprio certi che i numeri ci diano così torto come sembrerebbe? Non è che la realtà nasconda qualcosa di cui non riusciamo ad avere percezione?

In primo luogo bisogna fare chiarezza. Quindi, separiamo il problema della permanenza italiana nella zona Euro rispetto a quello dei rapporti, soprattutto economici, con la Germania. Sono due cose diverse e tali devono restare.

Il principale partner commerciale dell’Italia è la Germania. Tra i due Paesi si è realizzato, nel 2012, un interscambio per un volume in Euro pari a 105 miliardi. Con un avanzo della bilancia commerciale per i tedeschi pari a 6,5 miliardi di euro. Secondo l’ISTAT, l’entità del nostro interscambio con la Germania, anche per il 2012, è stata superiore a quella con la Francia e con la Gran Bretagna sommate insieme. La sola economia tedesca assorbe circa il 12,5% del totale del nostro export. E la crisi di quest’ultimo periodo della nostra economia l’hanno pagata anche le imprese tedesche insieme a quelle italiane. Infatti, dai dati dell’Ufficio federale tedesco di statistica (DESTASTIS), si rileva che tra l’anno 2011 e il 2012 vi sia stata una contrazione significativa (-9,8%) delle esportazioni tedesche verso l’Italia, mentre l’import dall’Italia ha segnato, rispetto al 2011, un aumento del 2,8%. Entrambi i Paesi sono potenze commerciali del manifatturiero e la corsa alla qualità per competere sui mercati globali è sostenuta dalla sinergia delle imprese italiane con quelle tedesche, in particolare nelle produzioni a più elevato contenuto tecnologico. In realtà la Germania si caratterizza per una forte componente di investimenti diretti in Italia, attualmente valutati, da stime della Banca d’Italia, in 26,5 miliardi di Euro. Molto scarso, invece, si presenta il livello d’investimento di capitali nostrani nel sistema produttivo tedesco. La risorsa strategica per eccellenza dell’economia italiana: il comparto del turismo, capta annualmente 11,7 milioni di turisti tedeschi, con un trend in ascesa (fonte: Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia).

Torniamo per un momento al dato che evidenzia l’ammontare complessivo dell’interscambio commerciale. Per apprezzarne a pieno la consistenza è opportuno fare una comparazione. Per l’Italia il mercato di prospettiva più appetito è quello russo, perché è in forte espansione e, soprattutto, perché si rappresenta altamente complementare al nostro. L’intera massa di scambio si basa sul trasferimento di materie energetiche dalla Russia contro prodotti della manifattura dall’Italia. La categoria merceologica che gode di maggiore appealè quella dell’abbigliamento, che pesa il 10,3% dell’intero export realizzato verso quello specifico mercato. Dalla Russia, invece, l’Italia compra gas e petrolio greggio. Nonostante, però, il consistente peso del controvalore economico dei prodotti importati, l’intero volume dell’interscambio si è attestato, nel 2011, a circa 27 miliardi di euro, che rappresenta meno di un quarto di quello con la Germania (110 miliardi) stimato nello stesso periodo, dove peraltro non vi è stata, ad alterare i numeri assoluti, l’incidenza delle materie energetiche.

Dall’analisi dei dati si possono trarre alcune considerazioni. In primo luogo, si può asserire che la crisi economica italiana non piaccia ai produttori tedeschi, visto che dalla stessa ne sono stati fortemente penalizzati in termini di cali delle vendite sul mercato nostrano. In secondo luogo, il ricorso nel sistema dei pagamenti alla moneta unica avvantaggia i compratori italiani rispetto ai venditori tedeschi. La bilancia commerciale pende dalla parte della Germania la quale vende all’Italia più di quanto quest’ultima non fornisca al mercato d’oltralpe. Immaginate per un momento cosa accadrebbe se, una volta usciti fuori dall’Euro, dovessimo pagare quello che compriamo dai tedeschi con una moneta più debole della loro. In terzo luogo, il trend di crescita costante registrato nella politica di investimenti tedeschi nel sistema produttivo italiano, con un riguardo che si va sempre più orientando verso le piccole e medie imprese, conferma che i due Paesi non possono ignorarsi, atteso il livello avanzato d’integrazione industriale registrato. In concreto, qualsiasi cosa accada la Germania è e resta il principale partner commerciale italiano e concorre in modo significativo al consolidamento della nostra ricchezza nazionale.

Per quanto riguarda il dilemma sulla permanenza dell’Italia nella zona Euro, bisogna sviluppare considerazioni di tipo più ampio. è indubbio che, anche su questa delicata questione, il rapporto con la Germania abbia un peso rilevante. Non fosse altro perché il sistema tedesco rappresenta nell’economia complessiva dell’Eurozona il socio di maggioranza. Quello che grazie alla forza dei suoi numeri ha maggiore voce in capitolo. Tutto ciò è sufficiente per consentirci di affermare che la strategia dell’Eurozona la detti la Germania? A nostro sommesso avviso la risposta è più che affermativa. Nessuno nell’Europa dell’Euro può pensare di camminare sulle proprie gambe senza fare prima i conti con quello che pensano i tedeschi. è legittimo asserire che la Germania abbia conquistato oggi con la forza dell’economia ciò che in passato anelava a prendere con le armi? Probabilmente sì. Anche se ragionare in termini di lotta per la supremazia sul mercato interno europeo è quanto meno anacronistico, visto che proprio la Germania già da qualche tempo si pone sulla scena internazionale come potenza economica globale. L’attenzione, a tratti ossessiva, prestata dalla leadership tedesca ai conti e agli andamenti economici dei partners europei dell’Eurozona, segnala una preoccupazione circa la tenuta della stabilità monetaria, la quale non può e non deve, a parere dei tedeschi, essere messa a rischio da comportamenti irresponsabili dei governi dei Paesi partners nelle scelte di finanza pubblica. Il macigno caduto sulla strada delle buone relazioni tra Germania e Italia riguarda proprio la consistenza, giudicata dai mercati finanziari eccessiva, del debito sovrano italiano. Questa condizione di debolezza strutturale del nostro bilancio spaventa la classe dirigente tedesca, la quale ha deciso di erigere un muro invalicabile a difesa del principio che la BCE non debba divenire prestatore di ultima istanza per i Paesi dell’area Euro. Diversamente, la Banca Centrale Europea, alimentata dai Paesi più ricchi, in primis la Germania, dovrebbe accollarsi la garanzia per la solvibilità dei singoli Stati membri a pagare i loro debiti. Su questo terreno è ipotizzabile che si possa consumare la rottura del sistema della moneta unica.

Un evento del genere sarebbe da salutare come salvifico o da temere come distruttivo? Francamente non è dato di conoscere una risposta che sia effettivamente esaustiva della questione. è vero che con l’attuale leadership tedesca è tutto più difficile. La Germania attuale non è certo quella dei tempi di Adenauer. Il grande statista aveva un’idea d’Europa molto più inclusiva e solidale nella costruzione del processo d’integrazione di quella che manifestano gli attuali governanti. La Germania di Adenauer era una nazione appena uscita sconfitta da un devastante conflitto mondiale, con un immane carico di responsabilità di fronte al mondo intero. Era un Paese umiliato che si rimboccava le maniche per ricominciare a ricostruire su nuove basi. Sentiva, questa rinata realtà, di doversi confrontare con gli altri popoli europei e con loro condividere un progetto di unità per il futuro. Con il trascorrere del tempo le cose sono cambiate. I tedeschi hanno cominciato a rispolverare le cosiddette “differenze di mentalità” che sono l’anticamera per una riclassificazione su base antropologica delle relazioni con gli altri Stati, o meglio con le comunità degli altri Stati. Da qui, quell’insopportabile senso di arroganza che le leadership recenti della Germania iniettano nella tenuta dei rapporti con alcuni partner in particolare, come la Grecia e, appunto, l’Italia. In realtà, l’europeismo freddo della Merkel sembra ispirato da una strategia politica più simile a quella della Germania guglielmina del II Reich, che non agli indirizzi di fondo di una moderna democrazia europea. Come abbiamo scritto altrove: “Alla cancelleria tedesca non si deve contestare il suo diritto alla leadership (europea), quanto il fatto che tale leadership debba essere esercitata a beneficio dell’intera comunità europea e non della sola parte tedesca. Alla signora Merkel si deve contestare la scarsa ampiezza del suo respiro politico, non il fatto che respiri”. La rigidità della politica europea tedesca rischia di trasformarsi in una corda tanto tesa da spezzarsi. E, contrariamente a ciò che pensa la signora Merkel, un crollo dei Paesi della parte meridionale dell’Eurozona finirebbe con il provocare pesanti ripercussioni sulla stessa economia tedesca, oggi così prospera. Si concretizzerebbe, per effetto di una visione miope dell’integrazione europea, il peggiore incubo che i tedeschi hanno: vedersi trascinati in una crisi dagli incontrollabili sbalzi dell’inflazione.

Sull’altro fronte, i paesi sottoposti al maggiore stress del contenimento dei conti pubblici sanno di non poter continuare a sopravvivere dovendo rispettare tempi di performance e conseguimenti di target oggettivamente insostenibili. Tra questi Paesi c’è l’Italia la cui posizione è aggravata dal persistente clima d’instabilità politica che blocca le istituzioni pubbliche da almeno due anni, cioè dal tempo del primo “commissariamento” del governo nazionale, voluto dalla Germania. Le spinte antieuropeiste stanno iniziando a fare capolino nei discorsi dei politici, che non mostrano di possedere grandi idee e progetti chiari per l’avvenire del nostro Paese.

Fondamentalmente, la politica nostrana è divisa in due fazioni. Da una parte ci sono quelli che dicono un sì incondizionato all’Europa, che neanche ci provano a contrastare i diktat delle autorità centrali ispirate dalla Germania e che paventano scenari apocalittici, in caso di nostra uscita dall’Euro, per spaventare a morte i tanti piccoli risparmiatori di cui si compone la nostra società civile. Dall’altra, sono schierati i “campanilisti”, quelli del no - costi quel che costi, quelli del meglio soli che male accompagnati, quelli che si ricordano dell’esistenza di uno straccio di unità nazionale, dopo averla denigrata in tutti i modi possibili, per sbandierarla contro le forze che puntano all’integrazione. In mezzo resta poco, o nulla. Dell’idea di una grande nazione europea, strutturata in forza di una concezione organica e non “comunitaria”, non si riscontra traccia visibile. Di un’ Europa che ritrovi il senso delle sue radici spirituali e sappia regolare, una volta per tutte, i conti con il mostro che essa stessa ha generato: l’illuminismo, non si ha notizia. Cionondimeno, pensiamo che sia del tutto legittimo continuare a sperare che il sano spirito di un conservatorismo rivoluzionario possa tornare a soffiare sulle nostre città e per le contrade del nostro vecchio continente.

Comunque, quelle che fino ad oggi sono state considerate solo ipotesi di scuola, esercizi accademici, tra non molto avranno la possibilità di una verifica con il mondo reale. Alle viste c’è la tornata elettorale di rinnovo del Parlamento Europeo. Quella sarà l’occasione più concreta per le diverse comunità statuali di dire la propria sul futuro di quest’Europa. Fra qualche mese si capirà finalmente in che direzione si desideri andare. E l’exploit nei sondaggi in Francia dell’eroina della destra, Marine Le Pen, è un segnale chiaro. A questo punto non resta che attendere la scadenza elettorale e, dopo, prepararsi ad agire cercando una volta tanto di pensare a sostenere, tutti insieme, l’interesse nazionale nel pur auspicabile completamento del processo d’integrazione. Proviamoci. è ancora possibile farlo.
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Di rino (del 07/10/2013 @ 19:49:26, in ATTUALITÀ, linkato 824 volte)
di Cristofaro Sola

Pietà l’è morta. è il titolo di un vecchio canto partigiano. Il cimitero d’acqua che si è naturalmente formato intorno agli scogli di Lampedusa, dove corpi straziati galleggiano, persi nel nulla, alla ricerca delle loro anime, oggi ci ferisce. Ci sbatte in faccia il dramma della nostra inerzia di fronte allo stucchevole buonismo dei parvenu, all’umanitarismo che non ha decenza, di cui le istituzioni pubbliche italiane sono divenute, negli ultimi tempi, patetiche portabandiera. La strage di tante vite umane non può, e non deve, lasciare indifferenti, soprattutto se si considera che quei poveri esseri destinati al macello non avevano, né potevano avere, alcuna colpa per il proprio tragico destino, svenduto il giorno stesso in cui decisero di lasciare i luoghi natii. Ma è già consumato il cordoglio, doveroso al cospetto di un evento mediatico che narra per immagini di un onda di morte, lunga tanto da lambire il bagnasciuga della nostra quotidianità. Ma non così lunga da penetrare, da travolgere come in uno tsunami, quella dolente e distratta nostra quotidianità. Ci pensano, però, i politici a trasformare l’acqua dura, perché portatrice di morte, e limpida, perché il mare gioca a viso aperto con chi lo sfida, in un torrente di detriti e fango che ammorbano prima ancora di soffocare. Vi è qualcosa di altamente inquinante nelle parole di coloro che traggono profitto d’immagine dalla odierna sciagura. Essi invocano ancor più lassismo nella lotta all’immigrazione clandestina, anzi cercano sponda nel dramma per dire che il destino dell’Italia deve assomigliare a quello di una porta spalancata, divelta dai suoi cardini, attraverso la quale chiunque lo voglia potrà infilarsi. Perché noi siamo quelli che accolgono. Noi siamo quelli che vanno dietro alle parole di un sant’uomo fin tanto che si tratta di mettere in gioco la vita, la serenità e il diritto altrui, non di certo se poi si dovesse toccare la “roba nostra”, se dovesse costarci un infinitesimo di quello possediamo. Allora è un’altra musica. Noi siamo quelli che prendiamo per oro colato le lacrime e i “mai più!” scanditi da coloro che sulla gestione dei flussi migratori hanno costruito le proprie fortune politiche e professionali. Del resto è il momento atteso, oggi sono per loro le luci della ribalta. Sono corsi là, a passeggiare sulla banchina di Cala Salina o a sostare sul breve moletto della Sanità, tanto per fare passerella. A chiacchierare con i giornalisti. Scusi Santità le spiace se prendo a prestito una sua esclamazione? Vergogna!

A rappresentare la realtà in questo modo, a far credere a tutti i disperati di questa porzione di mondo, che sta al di sotto delle nostre latitudini, che la via è libera e possono tentare la sorte perché da noi il premio è assicurato, c’è da non avere un cuore. C’è da non fregarsene un bel niente di quante altre tragedie siano pronte dietro l’angolo e quante si siano già consumate senza che le nostre anime belle venissero in qualche modo disturbate. Non bisogna essere una cima d’intelligenza per comprendere quanto sia decisiva, in questo campo, la deterrenza di una legislazione severissima che scoraggi in tutti i modi queste masse, ignoranti circa la sorte che li attende, a mettere a rischio la propria vita. Nulla avviene a caso e non basta il solo movente della disperazione a spiegare l’impatto di ondate migratorie sempre più consistenti e costanti. Anni orsono è stata Oriana Fallaci, insieme alla scrittrice Bat Ye’or, a disvelare i progetti dell’islamismo. La strategia di “Eurabia” è di sfruttare, con il sostegno occulto delle quinte colonne comodamente collocate da tempo ai vertici dell’establishment politico-finanziario del vecchio continente, il fenomeno migratorio per la progressiva occupazione dell’Europa. Obiettivo è di trasformarla, un giorno non lontano, in terra musulmana. D’altro canto, nel cuore di ogni credente in Allah alberga il sogno che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo possa essere riscritta con i caratteri della Shari’a, la legge dell’unico Dio ricco in clemenza e abbondante in misericordia. Ora, noi queste cose le conosciamo e se fingiamo di ignorarle è solo per viltà o per bieco opportunismo. E, presi in una spirale di ipocrisia dilagante, ci acconciamo al buonismo, oggi di moda, molto politically correct, nell’inneggiare alla soppressione di quello straccio di leggi che ci siamo dati in altri tempi per opporre un argine fatto di granelli di sabbia a una marea montante. Se davvero volessimo aiutare quelle centinaia, se non migliaia, di poveri cristi che quotidianamente rischiano la pelle per una traversata su vecchi legni marci, dove a fare da polena non c’è alcuna sirena ma solo i segni della Morte, allora dovremmo riprendere seriamente il programma di respingimenti avviato con immane difficoltà nel 2009. Si torni, con le nostre unità navali, a pattugliare le coste e i porti di partenza, bloccando sul nascere i tentativi di approdo ai nostri lidi. Si ristabilisca il contatto con i governi di Libia e di Tunisia, perché alle forze d’intervento italiane sia consentito di verificare nei loro porti la presenza di imbarcazioni adibite al trasporto profughi. Le si sequestri e si provveda in loco alla loro distruzione. Si proceda con l’emissione di mandati di cattura internazionali per il reato di tratta di esseri umani, perché trasportare degli sventurati nelle condizioni in cui li vediamo arrivare cosa altro è? Un gesto di pietà? Sappiano le anime belle del buonismo nostrano che dietro il traffico di esseri umani ci sono le mafie e il terrorismo organizzato. Si proceda, una buona volta, a rivedere i rapporti di cooperazione con quegli Stati che consentono migrazioni di massa dai loro territori. L’ululante platea buonista potrebbe invocare la questione dei rifugiati politici. E’ vero. Tra la moltitudine di migranti vi sono certamente anche dei richiedenti asilo per motivi umanitari. La tradizionale ospitalità italiana e le normative nazionali ed europee a riguardo ci impongono di prevedere l’accoglienza per coloro che chiedono asilo. Il problema, però, è che le nostre autorità consolari dovrebbero essere schiodate dai loro lussuosi uffici e mandate lì dove si formano i campi di raccolta dei fuggitivi. Si dovrebbe procedere a esperire l’istruttoria per la concessione d’asilo in territorio italiano prima che il richiedente s’imbarchi per raggiungere il nostro Paese. Capite la differenza? Capite quante vite umane verrebbero salvate se si procedesse in tal modo? Giacché gli aventi diritto all’accoglienza viaggerebbero su unità di linea regolari in tutta sicurezza e pagando il giusto prezzo per il biglietto d’imbarco. Magari non pagandolo affatto. Sapete quanto è costato il viaggio a quegli sciagurati che andavano a morire ieri l’altro? Per la traversata sul ponte del barcone le fonti giornalistiche indicano la cifra di 1500-2000 €, per coloro che questa somma incredibile non l’hanno messa insieme c’era l’alternativa del viaggio nella stiva. Evidentemente quei 250 disgraziati che giacciono in fondo al mare, prigionieri nella pancia del barcone affondato, avevano staccato il biglietto di 2° classe.

Tra i “servizi” di viaggio proposti dalla criminalità organizzata alla clientela vi sono anche altre opportunità. Per quelli ancora più poveri c’è la soluzione “una telefonata ti allunga la vita”. In pratica, i carnefici mettono a disposizione un gommone con un motore la cui autonomia non supera le quaranta miglia di navigazione. Ai morituri viene consegnata una bussola, del tipo di quelle che vengon fuori dalle uova di Pasqua, poi viene detto loro verso quale punto dell’orizzonte dirigersi, e viene dato un telefono cellulare con cui chiedere aiuto quando il motore tira le cuoia. Se i soccorsi (italiani) arrivano in tempo, prima che il gommone sia colato a picco, vuol dire che ce l’hai fatta, altrimenti che la tua anima riposi in pace e in fondo al mare. Sapete quanto ci fanno quei delinquenti, farabutti che gestiscono il business dei migranti? Secondo un reportage del Corriere della Sera, il giro d’affari si aggira sui tre-quattro miliardi di dollari l’anno. E noi chi stiamo aspettando per andare ad affondargli l’intera flotta di carrette che hanno a disposizione? Abbiamo la nostra forza armata impegnata su molti fronti caldi, in missioni di peacekeeeping. Alcuni di questi nel frattempo sono diventati freddi. Sarebbe opportuno, anche per dare un segnale forte alla Comunità Internazionale che ci ha lasciato soli a gestire il problema dei flussi migratori, ordinare l’immediato ritiro di qualche contingente per spostare le risorse finanziarie, appostate in bilancio, al capitolo delle azioni di contrasto all’emigrazione clandestina in tutta l’area del Canale di Sicilia, fino al golfo della Sirte, alla Cirenaica e alla costa della Tunisia. E questa maledetta Unione Europea che ci sta portando, per diversi motivi, all’esasperazione, batta un colpo, dia un segnale di esistenza in vita. Non si limiti alle solite bacchettate, dal retrogusto razzista, contro le tante incapacità degli italiani. Proprio mentre si consumava l’ultima tragedia in mare, quelli della Commissione di Bruxelles tiravano fuori l’ennesimo documento di condanna dell’Italia per il modo, a loro parere sbagliato, con cui il nostro Paese sta gestendo il problema dei flussi migratori. E questo è il ringraziamento perché noi i disgraziati cerchiamo di salvarli anziché sparargli addosso come fanno maltesi, greci e spagnoli. Ma che schifo quest’Europa qui! E dire che sono stato e sono un convinto assertore del sogno dell’unificazione degli Stati europei in un'unica grande e potente nazione. Ma come? Ma quando?

Ho iniziato questa riflessione citando il titolo di un canto che non mi appartiene. L’ho scelto apposta perché appartiene a loro, a quelli che oggi sono saldamente al potere e sono in grado di fare il bello e il cattivo tempo per i nostri destini. E a loro che mi rivolgo e dico: “Pietà l’è morta”. Per voi non vi può essere più alcuna considerazione che vi giustifichi. Perché l’ipocrisia e la falsità con cui coprite i vostri sinistri disegni sono divenute insopportabili anche per un uomo tranquillo che non ha grilli per la testa. Figurarsi per un guerrafondaio della peggiore risma, quella stessa della Fallaci per intenderci. Confesso di essere un “guerrafondaio”. Confesso di preferire che le nostre navi stiano a cannoneggiare pirati e trafficanti, oggi tranquillamente rintanati, ad ammassare ricchezze rubate, nelle loro tante Tortughe sparse lungo la costa del Mediterraneo meridionale. Confesso di desiderare severità verso coloro che mettono a rischio la propria vita e quella delle loro famiglie per perseguire una fantasia oggi non più realizzabile. Confesso che vorrei vedere il mio governo essere implacabile contro questa mala genia di criminali e di mercanti di morte. Confesso che quei delinquenti da patibolo li vorrei vedere marcire in oscure prigioni di cui si sono perse le chiavi. Allora, mi rivolgo a voi, pacifisti dei miei stivali! Prima di provare orrore per le mie parole, prima di darvi allo sdegno e agli sputi (siamo in democrazia. Potete farlo, è vostro diritto) per queste “esecrabili” asserzioni, con quel po’ di buon senso avanzato dopo tante overdose di ipocrisia e di buonismo, rispondete a questa domanda: rischia di portarsi più morti sulla coscienza chi pretende che il proprio Paese difenda i suoi confini con ogni mezzo, annichilendo ogni falsa e illusoria speranza, oppure chi con tanto buon cuore vuole dare l’illusione che da noi sia facile venire, che… poi che sarà mai questa traversata? Una piccola gita in barca ed eccoti in paradiso. Appunto, in paradiso. Non sono cattolico, ciò nonostante spero che davvero ci sia da qualche parte, in un’altra dimensione, un posto migliore dove quei tanti disgraziati a cui è stata troncata la vita in modo così brutale, abbiano a stare un po’ meglio di quanto non siano stati quaggiù. E riposino in pace.
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Di rino (del 07/10/2013 @ 15:58:42, in ATTUALITÀ, linkato 3837 volte)
di Cristofaro Sola

La cronaca di questi giorni conduce a interrogarsi sul futuro di uno dei maggiori players oggi in campo sulla scena globale. Il riferimento è all’Iran e al suo ruolo nello scacchiere mediorientale. Nel mentre, tutta l’area del Mediterraneo meridionale ha rischiato di andare in fiamme per effetto degli sciagurati esiti delle “primavere arabe”, qualcosa si è mossa anche su di uno dei lati della piramide istituzionale della Repubblica Islamica dell’ Iran. Le consultazioni elettorali per la scelta del nuovo presidente, tenutesi lo scorso 14 giugno, hanno portato alla vittoria Hassan Rouhani. Ha vinto, quindi, un uomo d’apparato con esperienza di negoziatore. In passato il suo incarico più importante è stato di capo delegazione nel negoziato per la prosecuzione del programma nucleare iraniano con gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Unico candidato religioso presente alla competizione giacché proveniente dalle fila del clero sciita, ha comunque in tasca una laurea conseguita alla Glasgow Caledonian University. Figura di politico anomala, perché considerato un conservatore pragmatico con aperture moderate e riformiste. In ultima analisi, facendo ricorso alle categorie del partitismo di casa nostra, lo si potrebbe definire un centrista. Le sue tattiche di gioco sono inclusive, al punto che per lui hanno fatto campagna elettorale personalità notoriamente riformiste quali gli ex presidenti Mohammad Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani e lo stesso candidato ufficiale del fronte moderato Mohammad Reza Aref, benché regolarmente ammesso alla competizione elettorale, si è ritirato in suo favore.

In realtà, la vittoria di Rouhani ha sorpreso non poco gli osservatori internazionali. Dopo anni di strapotere del blocco oltranzista-conservatore, incarnato dall’inquietante personaggio che è stato Mahmud Ahmadinejad, era ipotizzabile una continuità nella successione, ispirata alle linee guida dell’azione politica del presidente uscente: antisionismo radicale; antiamericanismo senza se e senza ma, associato all’idea forte della distruzione globale dell’Occidente nella prospettiva del completo trionfo dell’Islam sulla globalità degli infedeli; sostegno incondizionato ai nemici storici di Israele, di cui si ritiene ineluttabile l’eliminazione, quale Stato sovrano, dalla geografia del Medioriente; accelerazione del programma nucleare iraniano a scopi offensivi. Alla resa dei conti, però, l’intransigenza antioccidentale di Ahmadinejad è costata al suo paese anni di crescente impoverimento, come conseguenza delle sanzioni economiche irrogate dalla Unione Europea e dagli USA. L’effetto del blocco delle esportazioni di petrolio e dei prodotti petrolchimici è stato quantificato, da un rapporto del 2012 dell’Istituto Italiano per il Commercio Estero, in una perdita dell’ 80% delle potenziali entrate. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il tasso di crescita dell’economia dell’Iran, nel 2013, precipita allo 0,09%. Secondo fonte EIU, dell’agosto 2012, la previsione della variazione percentuale reale del PIL si attesterebbe a -1,1. La contrazione della liquidità ha provocato la sensibile diminuzione dell’import anche di beni di prima necessità. Lo standard produttivo valutato, nell’ottobre 2012, a 2,77 milioni di barili estratti al giorno, di cui solo 1 milione destinato all’export, è calato nel 2013 a 700.000 barili, con una perdita netta di entrate giornaliere per 140 milioni di dollari. Anche la stabilità monetaria interna ne ha pesantemente risentito. Il Rial, che è la divisa iraniana, ha subito una consistente svalutazione rispetto al dollaro, passando dal valore di cambio di 13.000 Ri/1$ nel 2011 a 24.816 Ri/1$ al 5 ottobre 2013. Il rapporto di interdipedenza tra il valore della moneta e l’andamento dell’inflazione, ha determinato, nell’ultimo periodo, un’esplosione di quest’ultimo indicatore, calcolato intorno al 40% su base annua, diretta conseguenza del deprezzamento del Rial. è dunque, presumibile che in assenza di una sostanziale inversione di tendenza dell’economia, il tasso d’inflazione sia destinato a salire ulteriormente. A peggiorare le cose, rendendo più complicati e rischiosi i rapporti economici con la Repubblica Islamica, è intervenuta la decisione della Swift, la società interbancaria che regola il sistema finanziario globale, di escludere l’Iran da tutte le transazioni. Conseguenza a valle della crisi economica è stata l’impennata del tasso di disoccupazione, registrato nell’ultimo anno della presidenza di Ahmadinejad. Il Centro Iraniano di Statistica ha stimato che, nell’ultimo quinquennio, un iraniano su 4 ha perso il lavoro.

Attesa, quindi, la condizione di Paese grande produttore di petrolio, il secondo nella classifica dei Paesi associati nell’OPEC con il 10% delle riserve mondiali di greggio (fonte: Ministero Affari Esteri Italia – Enit), la crisi economica è interamente radicata nel terreno della politica e delle relazioni internazionali. L’ isolamento a cui l’Iran di Mahmud Ahmadinejad si è autoconsegnato costituisce la causa prima della debolezza dei principali indicatori macroeconomici. Il riflesso nella tenuta della coesione sociale ne è semplicemente una conseguenza.

è probabile, allora, che il successo, già al primo turno, di un candidato outsider dal profilo dialogante, stia proprio nell’impossibilità della popolazione iraniana di reggere a lungo una condizione di progressivo immiserimento. Alla società civile erede dell’antico Regno di Persia, come pure alla guida suprema, vertice istituzionale della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Khamenei, deve essere parso chiaro che soltanto stabilendo un serio dialogo con l’Amministrazione Americana, il Paese avrebbe potuto risollevarsi dalle sabbie mobili della crisi economica in cui l’oltranzismo radicale dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, l’aveva precipitato.

Ora, Rouhani, dal giorno del suo insediamento avvenuto lo scorso agosto, ha vestito i panni del politico aperto e capace di dialogare con tutti, anche con gli avversari storici. Egli ha detto di volersi impegnare per ottenere la revoca delle sanzioni e il ristabilimento di corretti rapporti commerciali con gli altri Paesi, salvo poi a definire la presenza israeliana a Gerusalemme come “occupazione sionista” e in quanto tale “ la vera piaga che il mondo islamico dovrebbe cancellare”. Non solo. Ha anche dichiarato che gli USA devono continuare ad essere il tradizionale avversario del suo paese, sebbene si debba concepire una forma di rivalità che sia funzionale agli interessi nazionali iraniani. Assolutamente sconcertante. Sa bene però, il signor Rouhani, che non può pretendere “botte piena e moglie ubriaca”. Egli, per raggiungere il suo obiettivo prioritario: l’abolizione dell’embargo commerciale, dovrà dare risposte convincenti, a cominciare dalla questione della corsa al nucleare a cui l’Iran parrebbe non voler rinunciare, a finire alle questioni di politica interna riguardanti il libero esercizio dei diritti civili da parte della popolazione, nonché la liberazione dei detenuti “politici” e dei giornalisti, prigionieri del regime. In quest’ottica, la dichiarazione iraniana per l’appoggio alle politiche ONU di messa al bando delle armi chimiche, è stata giudicata dagli osservatori internazionali un buon primo passo. Ma è evidente che un sol passo non sia di per sé sufficiente ad annullare tutte le diffidenze che permangono quando si tratta di Iran.

L’amministrazione Obama ha concesso un’ importante apertura di credito alla nuova presidenza iraniana accettando di riprendere i negoziati sul programma nucleare dell’Iran con il gruppo dei 5+ 1, a cominciare dal prossimo 15 ottobre a Ginevra. Ma Obama intende anche conoscere le reali intenzioni del neo presidente sul futuro dei rapporti con Israele. Se, cioè, l’Iran del nuovo corso desideri avviare un dialogo con lo Stato ebraico oppure se la pregiudiziale sul diritto dei musulmani all’eliminazione dell’entità sionista sia ancora un pilastro della politica estera di Teheran. Molto del futuro iraniano dipenderà dalla risposta che a questa domanda Rouhani saprà dare.

Chi, però, più di ogni altro manifesta dubbi sull’effettiva volontà di Teheran a cambiare rotta, è il governo israeliano che continua a tenere puntati verso il territorio iraniano i suoi missili a lunga gittata Jericho-3. Il passato di Rouhani, il suo curriculum, e anche il tono ambiguo di sue recenti dichiarazioni, non farebbero ben sperare. Al contrario, inducono le “menti pensanti”- quelle che non sono colpite dalla sindrome del “tutti pazzi per Rouhani” soltanto perché ha detto, lanciando “l’offensiva del sorriso” alle Nazioni Unite: “ Non siamo una minaccia, il nostro nucleare è pacifico, possiamo raggiungere un accordo con gli Stati Uniti - a mostrare assoluta cautela nel valutare le prime uscite del neo presidente. In effetti, per Benjamin Netanyahu, la pratica “Rouhani” non si può considerare chiusa, perché non si è mai aperta. L’ambiguità sorniona del nuovo presidente ha spinto il premier israeliano a dichiarare con toni perentori che solo “quando i dirigenti iraniani cesseranno di invocare la distruzione dello Stato ebraico, allora la delegazione isreliana ascolterà i loro discorsi.” L’altro fronte su cui l‘ Iran svolge una parte da protagonista è quello della guerra civile in Siria. In realtà, Teheran copre nella vicenda un doppio ruolo. Il primo, diretto, si configura nella sua posizione di Lord protettore, insieme con la Russia, del regime di Bashar Al –Assad. Il secondo, indiretto, si concreta nel sostegno che esso assicura alle milizie libanesi Hezbollah, impegnate anche loro nella guerra civile al fianco delle truppe dell’esercito regolare di Damasco. La partita siriana, per Teheran, ha valore strategico, perché rappresenta l’opportunità di provare a distanza di sicurezza il braccio di ferro con la componente sunnita dell’islamismo, interdittore da sempre delle ambizioni dell’Iran sciita nella regione mediorientale. Non è un caso, infatti, che le maggiori dinastie del petrolio, insieme con la Turchia, diretto competitor siriano, siano tutte schierate dalla parte dei ribelli. Inoltre, Teheran prova, con la partecipazione al conflitto, a ritagliarsi uno spazio di manovra politica proporzionato al ruolo, storicamente ambìto, di potenza ultraregionale anche in assenza, al momento, del possesso di quell’armamento nucleare che le conferirebbe ben altro peso strategico. A rafforzare la posizione iraniana nella partita siriana ha contribuito il fatto che l’amministrazione Obama, dopo aver urlato ai quattro venti l’intenzione di intervenire militarmente contro Bashar Al Assad, reo per gli americani di aver fatto uso di armi chimiche in un assalto, avvenuto lo scorso 21 agosto, a una roccaforte dei ribelli individuata nei sobborghi di Damasco, abbia poi accettato la soluzione negoziata proposta dalla Russia, dando alla comunità internazionale l’impressione di essere un molosso con un gran vocione, utile per abbaiare, ma con nessuna voglia di mordere.

Il vero nodo, dunque, sta proprio nel capire cosa l’Iran intenda fare rispetto alla politica di proliferazione nucleare da tempo perseguita da tutti i governi che si sono succeduti. Non è questione accademica. Al contrario, su questo interrogativo ruota il futuro non soltanto della regione mediorientale, ma dell’intero quadrante mediterraneo. è di tutta evidenza che Israele non resterà a guardare l’escalation nucleare di Teheran. Il premier Netanyahu è stato chiarissimo sul punto. In occasione del messaggio augurale per il capodanno ebraico, il Rosh HaShanah, ricorrenza caduta il 4 settembre del nostro calendario, egli ha affermato, senza giri di parole, di non ritenere accettabile che il più pericoloso regime del mondo si doti dell’ arma più pericolosa al mondo: “essi devono essere fermati”. Dunque, la posizione della leadership israeliana non presta il fianco a ulteriori interpretazioni. Il governo di Gerusalemme esorta la comunità internazionale a frenare la rincorsa iraniana al nucleare, diversamente saranno gli stessi israeliani a pensarci.

è tempo, dunque, che l’Occidente chieda conto al regime iraniano delle sue reali intenzioni. Ma che non ci si limiti alle parole. E’indispensabile che ad esse seguano comportamenti concludenti. Se così non dovesse essere dovremo arrenderci all’idea che in Iran nulla sia cambiato. E che non vi sia niente e nessuno di cui fidarsi. A maggior ragione, non ci si può fidare dei sorrisi suadenti dell’imbonitore di turno.

Hassan Rouhani è un chierico che ha per stella a illuminare il suo cammino l’ombra lunga del defunto Ayatollah Khomeini, di cui fu discepolo e sodale. Scettico, allora, sulle buone intenzioni dichiarate dal signor Rouhani? Certo che sì! Personalmente non credo alla solidità dei buoni propositi di chi attribuisce il merito della propria vittoria elettorale agli effetti di un’intransigente religiosità. Di sicuro c’è che proprio non la comprerei un auto usata da uno così.
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Di Odal (del 29/09/2013 @ 14:01:02, in MASSONERIA, linkato 12032 volte)
di Renato Del Ponte
(estratto da “Scritti sulla Massoneria volgare speculativa” – Ed. Arya)

È esistita una Massoneria tradizionale? La risposta è: certamente sì, è esistita, è quella che si è anche soliti definire operativa.

Eredi di alcuni segreti di sodalizi di costruttori dell'antichità, specialmente del mondo romano (e non dimenticando che Aristotele indica l'architettura come la “prima” delle arti), sono esistite per tutto l'arco del Medioevo diverse sodalitates e ghilde di costruttori, a cui si debbono in particolare i capolavori e le cattedrali dell'arte romanica e gotica.

Postisi sotto la protezione dei Santi Quattro Coronati, la cui straordinaria Basilica troneggia tuttora imponente sul Celio a Roma, essi furono attivi soprattutto in Germania, Francia, Italia (si pensi ai Maestri Commacini), Inghilterra e Scozia. I membri di tali corporazioni muratorie ponevano i segreti del loro lavoro alla base di un travaglio iniziatico interiore: la loro vera operatività concerneva il campo dello spirito, pur avendo come base necessaria (un particolare da non scordarsi) il mestiere. Si trattava, in altri termini, di una via iniziatica riservata a membri della cosiddetta “terza casta”, anche se il terzo ed ultimo dei gradi di realizzazione (dal momento che la Massoneria operativa era costituita solo di tre, qualcuno dice addirittura due, gradi), quello di “maestro”, per il tipo di conoscenze architettoniche che comportava (e quindi di consimili realizzazioni interiori) presupponeva la presenza di eccezionali capacità, sì che non è da escludere che potessero ambirvi anche esponenti delle caste più alte (vedi ad es. il Ms. Regius del XIV secolo, al British Museum), anche se su questo fatto si potrebbero dare interpretazioni diverse e contraddittorie. Ancora nel Rinascimento si potè constatare come l'arte di veri “maestri” architettonici potesse sposarsi con una arcana sapienza iniziatica: lo provano le proporzioni “armoniche” (in chiave pitagorica) di chiese o edifici costruiti da un Leon Battista Alberti (si pensi a Santa Maria Novella di Firenze) o da un Palladio in città del Veneto.

Ma già nel XVI secolo si manifestarono i primi gravi sintomi di disgregazione: in Francia, ad esempio, si verifica addirittura una rivolta all'interno delle corporazioni muratorie; i “compagni” si ribellano ai “maestri” loro patroni accusati di prevaricazione. Ne nascerà il Compagnonaggio. Qui è il caso di aggiungere che anche prima non necessariamente tutte le corporazioni di mestiere coincidevano con i gruppi propriamente iniziatici, dove veniva insegnata l'arte muratoria. Erano i “maestri” che reclutavano, dopo l'“apprendistato”, alcuni “compagni” iniziati. Dopo la rivolta a cui si è accennato, ciò non fu più possibile in Francia. In altri paesi la tradizione si perpetuava ancora: si ha così notizia dell'attività di logge operative dopo il XVI secolo in Germania e soprattutto nei due regni di Scozia e Inghilterra. Ma se l'isolamento può da una parte favorire il perpetuarsi di determinate tradizioni, può dall'altra provocarne il graduale isterilimento. Così anche nelle isole britanniche sempre meno compresi furono i rituali, i simboli e, soprattutto, le “operazioni” iniziatiche che stavano alla base del mestiere. Era anzi il mestiere stesso che si isteriliva, diventando una pura arte manuale. L'ultimo vero Gran Maestro della Massoneria operativa inglese fu l'architetto cattolico Christopher Wren, il costruttore della famosa cattedrale londinese (anglicana) di San Paolo. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1723, si può senz'altro affermare che sia cessata l'azione concreta (apparente o conosciuta) della Massoneria tradizionale.

Da allora tutto cominciò a cambiare. Già da tempo, peraltro, a partire dal XVII secolo, in cambio di privilegi e sovvenzioni, erano stati ammessi nelle residue logge operative inglesi elementi aristocratici o ricchi borghesi che erano non solo del tutto ignari del mestiere, ma ben lungi dall'avere un'idea del significato iniziatico del travaglio interiore di cui il mestiere poteva costituire la base. Era così gradatamente nata la Massoneria “speculativa” e pertanto la data del 1717 costituisce solo il punto d'arrivo di una lenta decadenza, in atto da almeno due secoli, ma anche il punto di partenza per un tipo di attività, se non senz'altro controiniziatica, sicuramente antitradizionale.

Dapprima, le prime logge speculative isterilirono la loro attività in lotte di tipo dinastico o confessionale, dividendosi in Inghilterra e sul continente, dove cominciarono a proliferare, in cattoliche o stuardiste e in protestanti o hannoveriane. Ben presto, finite tali beghe ed affermatosi quasi ovunque l'elemento protestante e lo spirito tipicamente borghese e progressista che l'animava, le logge furono o il ricettacolo di idee nuove ed egalitarie, sulla falsariga della moda dei philosophes parigini, o il dorato ed esotico rifugio di nobili in cerca di nuovi altisonanti titoli dal sapore cavalleresco (è allora che nascerà il Rito Scozzese del cavaliere Ramsay, coi 33 gradi che non hanno alcun riscontro nell'autentica tradizione iniziatica), o il luogo privilegiato per truffatori e millantatori che si spacciavano come inviati da potenti e misteriosissimi “Superiori Incogniti”...

Non è esatto dire che la Rivoluzione Francese fu preparata dalla Massoneria, ma è innegabile che questa ne sia stata un veicolo: non bisogna cioè pensare ad un “piano massonico” generalizzato contro il Trono e l'Altare, ma che determinate forze sovversive e rivoluzionarie se ne siano servite per i loro scopi: basti pensare che i ben noti Illuminati di Baviera non furono all'inizio un corpo massonico, ma si infiltrarono nella Massoneria non appena compresero la sua utilità di copertura privilegiata. Già questo esempio può dare l'idea di quello che si è verificato nei due secoli seguenti. Nell'Ottocento la Massoneria inglese (e succede ancora ai giorni nostri) ha potuto essere considerata come 'più tradizionale' (si fa per dire) per il semplice motivo che è rimasta cristallizzata alla situazione del XVIII secolo: ma ciò, come si è visto, non significa certo una patente di ortodossia iniziatica, viste le origini degli Statuti del 1723. Nel continente, e specialmente nei paesi latini, diveniva invece sempre più un ricettacolo di elementi profani, antitradizionali e legati alla classe che stava sempre più emergendo, la borghesia. In Italia, dopo il massimo trionfo dell'istituzione, fra il 1870 e il 1910, il potere stesso manipolato dalla Massoneria tramite il Parlamento ed i gangli dello Stato provocò ad un certo punto lotte intestine (con la nascita, ad esempio, dell'Obbedienza di Piazza del Gesù) su cui non è il caso di soffermarsi in questa sede. Il fascismo fu agevolato ai suoi esordi con denaro sonante del Grande Oriente e di Piazza del Gesù: come finirono poi le cose si vide, con le leggi speciali contro le società segrete del 1925 e la chiusura delle logge, le quali si vendicarono con vari attentati falliti a Mussolini e con l'appoggiarsi alle potenze democratiche ed antifasciste, dove la Massoneria speculativa non ha mai avuto problemi di esistenza, vale a dire l'Inghilterra e soprattutto gli Stati Uniti, che sono divenuti gradualmente la casa madre delle "legittimazioni massoniche" ed i cui presidenti furono e sono nella loro stragrande maggioranza membri di logge massoniche.

Il 25 luglio 1943 fu voluto essenzialmente da elementi massonici dell'esercito o annidati in seno al fascismo: massoni furono Grandi, Bottai, Balbo, Acerbo e persino alcuni tra i "fedelissimi", come Farinacci (ma un "massone pentito", quest'ultimo). Vi furono massoni persino fra membri dei vari governi della R.S.I., fra cui, a dare retta a Giovanni Preziosi, Guido Buffarini-Guidi. In anni a noi non troppo lontani (e per limitarci all'Italia), i casi Calvi, Gelli, Carboni, Pazienza, l'incriminazione per oscuri traffici nei confronti di Gran Maestri come Salvini e Battelli, figure di altri Gran Maestri come Armando Corona, esponente del Partito Repubblicano e di cui (ad essere assai benevoli) il minimo che si può dire è che fu privo di ogni qualificazione spirituale (o finanche culturale: altro che iniziatica!), danno la misura di una certa situazione della Massoneria italiana.

Converrà a questo punto lasciar perdere lo sconcertante squallore dei casi contemporanei e scindere l'aspetto storico o “temporale” da quello propriamente iniziatico. Bisognerà però bene intendersi sui termini e sgombrare un possibile equivoco: la Massoneria di cui parla la storiografia contemporanea ̶ che ha cioè per oggetto di studio la Massoneria quale si è “formata” nei suoi ultimi due secoli e mezzo di vita “profana” ̶ e la Massoneria quale i nostri lettori sono forse abituati a sentir nominare da autori come René Guénon, sono due cose assai differenti. Si ritorna, cioè, alla domanda iniziale. Se, dunque è esistita una Massoneria tradizionale, esiste essa tuttora o potrebbe esistere? Queste domande e le possibili risposte, come è noto, sono state l'oggetto di un fitto scambio di corrispondenza tra Evola e Guénon ed è pure noto, dello stesso Evola, uno scritto concernente i limiti della cosiddetta “regolarità” iniziatica, quale era intesa dal pensatore francese.

Leggendo i documenti a nostra disposizione pare di seguire un dialogo fra sordi. Guénon fa determinate affermazioni, nette, recise, col suo particolare stile allusivo; Evola rimane sulle sue posizioni, rimproverando all'interlocutore un eccessivo formalismo, ma senza pervenire al nocciolo della questione: l'essere cioè per il Francese l'effettiva decadenza delle organizzazioni massoniche, una “pura questione di fatto e non di principio”, il problema essendo “assai più complesso di quanto sembriate credere”.

Proprio per questo, per il lettore che si interessi di tali questioni, vogliamo qui riassumerne i termini con la maggiore chiarezza possibile, per poi giungere ad alcune nostre personali conclusioni, che ovviamente non pretendono di essere esaustive.

Secondo Guénon, nel mondo occidentale, a parte alcuni ristrettissimi e chiusi gruppi di ermetismo cristiano, non esisterebbero che due organizzazioni che, malgrado l'incomprensione della stragrande maggioranza dei loro membri, possano rivendicare una reale trasmissione iniziatica: la Massoneria ed il Compagnonaggio, le quali veramente non furono in origine che due branche di un medesimo organismo. Dunque, la Massoneria potrebbe rivendicare “una origine tradizionale autentica e una trasmissione iniziatica reale”, ma ciò nonostante è una organizzazione estremamente decaduta. Già Joseph de Maistre, che fu massone, aveva espresso tale concetto con le seguenti parole: “Tutto rivela come la Massoneria sia un tronco staccato e probabilmente corrotto di un antico e rispettabile albero”.

Ma a questo proposito lo stesso Guénon usa delle espressioni assai esplicite e che non potrebbero non essere da noi condivise, quali invano cercheremmo nella prosa degli zeloti del ramo italiano della scolastica guénoniana: “Uno dei fenomeni più strani di questo genere, è la penetrazione d'idee democratiche nelle organizzazioni iniziatiche occidentali (e naturalmente pensiamo soprattutto alla Massoneria, o almeno ad alcune delle sue frazioni), senza che i loro membri sembrino avvedersi della contraddizione pura e semplice esistente in tal modo, ed anche sotto un duplice rapporto: infatti, per definizione stessa, ogni organizzazione iniziatica è in opposizione formale con la concezione democratica ed ugualitaria, in primo luogo, in rapporto al mondo profano, nei cui confronti essa costituisce, nell'accezione più esatta della parola, una élite separata e chiusa, e poi in sé stessa per la gerarchia di gradi e funzioni che stabilisce necessariamente fra i suoi membri”. Ed è proprio da questo, che Guénon definisce “strano fenomeno”, che per reazione è nato l'Anti-massonismo. Dal momento che è del cosiddetto piano sociale e morale che si preoccupano i massoni attuali (con quale rispondenza sul piano reale, in effetti, già abbiamo visto), è parimenti “sullo stesso terreno esclusivamente sociale che si pongono quasi tutti coloro che li combattono e ciò prova ancora meglio come le organizzazioni iniziatiche non diano presa agli attacchi esterni che nella misura stessa della loro degenerescenza”. “D'altra parte, l'ammissione di elementi non qualificati, sia per l'ignoranza pura e semplice delle regole che dovrebbero eliminarli, o per l'impossibilità di applicarle sicuramente, è di fatto uno dei fattori che maggiormente contribuiscono ad una tale degenerescenza; e può anche, se si generalizza, condurre infine alla rovina completa di una tale organizzazione”. La ragione più importante della decadenza della Massoneria consiste per Guénon nel passaggio dalla fase operativa alla cosiddetta speculativa. È bene precisare qui che operativo e corporativo non sono propriamente la stessa cosa o, meglio, non si pongono sul medesimo piano, sì che spesso la storiografia massonica, quando parla dell'antica Massoneria operativa, ama contrapporre “le 'speculazioni' del pensiero alle 'occupazioni' del mestiere”. Il riallacciamento ad un mestiere non era tanto legato a preoccupazioni di ordine profano, quanto alla funzione di fornire la base concreta al reale travaglio iniziatico: in altri termini, la vera operatività (e viene qui da pensare alla Grande Opera della trasmutazione alchemica) concerneva il campo dello spirito, pur avendo come base necessaria (s'intende, per chi avesse la vocazione e la qualifica per quella particolare via iniziatica) il mestiere.

Tuttavia, con la decadenza del mestiere si è perso di vista anche il vero lato operativo interiore e con esso ogni conoscenza effettiva, rimanendo solo residui di conoscenza teorica, speculativa. Ciò nonostante, Guénon è convinto che: “la trasmissione iniziatica sussiste sempre, poiché la catena tradizionale non è stata interrotta; ma, invece della possibilità di una iniziazione effettiva, ogni qual volta un difetto individuale non interviene a farvi ostacolo, non si ha più che una iniziazione virtuale, condannata a restare tale per la stessa forza delle cose, poiché la limitazione speculativa significa proprio che questo stadio non può più essere oltrepassato, tutto ciò che va oltre essendo dell'ordine operativo per definizione stessa. Naturalmente, non ne consegue che i riti non abbiano più effetto in un caso simile, poiché sono sempre il veicolo dell'influenza spirituale, anche se coloro che li adempiono non ne hanno più coscienza; ma questo effetto è per così dire differito quanto al suo sviluppo in atto, e non è che come un germe cui manchino le condizioni necessarie al suo sviluppo, queste condizioni risiedendo nel lavoro operativo per cui soltanto l'iniziazione può essere resa effettiva”. Guénon insiste nel dire (ed è questo il principale punto d'attrito con Evola) che, nonostante tutto, “una tale degenerescenza di una organizzazione iniziatica non cambia pertanto nulla alla sua natura essenziale, e che anche la continuità della trasmissione è sufficiente perché, presentandosi circostanze più favorevoli, una restaurazione sia sempre possibile, questa restaurazione dovendo allora necessariamente essere concepita come un ritorno allo stato operativo”. Dunque, considerata la situazione attuale, anche coloro che potrebbero essere qualificati per ricevere l'iniziazione nell'ambito della Massoneria (che Guénon continua a ritenere, nonostante tutto, “filiazione diretta” dell'antica), non possono sperarvi d'ottenere che una “iniziazione virtuale”. Peraltro la costituzione di un'élite cosciente delle proprie possibilità iniziatiche potrebbe permettere la rinascita delle organizzazioni attualmente degenerate. Fin tanto che una trasmissione iniziatica permane (e tale per Guénon sarebbe sempre il caso della Massoneria moderna) ogni speranza è permessa, dal momento che essa poggia sui riti come mezzi d'azione d'una influenza spirituale, il rito avendo efficacia indipendentemente dalla qualificazione dell'individuo che lo compie ed anche senza ch'egli ne abbia persino coscienza.

Sono note le obiezioni di Evola al riguardo, dal momento che egli ha contestato recisamente la possibilità di ottenere reali iniziazioni da parte di organizzazioni degradate, la stessa continuità delle cosiddette influenze spirituali essendo puramente “illusoria quando non esistano piú rappresentanti degni e consapevoli in una data catena e la trasmissione sia quasi divenuta meccanica”. Per Evola vale inoltre il criterio, che non potrebbe non essere condiviso dalle persone di buon senso, secondo cui ogni cosa “si giudica dai frutti”. E sui “frutti” generati dalla Massoneria moderna, lasciamo il parere definitivo ai nostri lettori...

Non possiamo escludere in linea di principio che chi sia “dotato di scienza” possa un giorno padroneggiare l'antica “arte”. Poiché un'antica massima operativa sostiene, per l'appunto: Ars sine scientia nihil. Questa scientia o “sapienza” a quanti framassoni moderni è nota?
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Di rino (del 26/09/2013 @ 18:14:36, in ATTUALITÀ, linkato 945 volte)
di Cristofaro Sola

L’attentato compiuto a Nairobi dal gruppo fondamentalista islamico Al Shabaab, che ne ha rivendicato la responsabilità, sollecita alcune riflessioni. Al Shabaab in italiano vuol dire “ giovani”. In realtà si tratta di un gruppo insurrezionale di matrice somala il quale ha avuto, negli ultimi anni, una sua parte nelle vicende del Paese del Corno d’Africa. Non v’è dubbio che si tratti di una cellula terroristica, visto che Al Qaida l’ha riconosciuta come tale formalmente.

Perché questa banda di terroristi operante a livello locale avrebbe deciso di compiere un’azione criminale di così ampia portata fuori dai confini somali? Potrebbe esser plausibile l’ipotesi per cui l’attentato sarebbe una vendetta scatenata contro i kenyoti, a loro volta artefici, nell’ottobre del 2011, di un’operazione bellica a scopi di antiterrorismo condotta nell’area strategica della Somalia meridionale. L’operazione, denominata in codice “Linda Nchi”, era stata programmata e portata a temine dalle forze di sicurezza del Kenya per fronteggiare una situazione divenuta ormai insostenibile. Da tempo, infatti, le milizie islamiche somale, in concorso con le bande di pirati, agivano oltre confine nella zona costiera kenyota, a forte vocazione turistica, mettendo a segno rapimenti di cittadini stranieri, in particolare europei, a scopo estorsivo. L’area di maggiore impatto dell’attività criminale di queste bande è stata l’isola di Lamu, con la sua incantevole laguna, definita dagli operatori turistici la Venezia swahili dell’Oceano Indiano.

La loro azione prolungata stava mettendo letteralmente in ginocchio il Kenya, il quale punta sul turismo quale fattore propulsivo di rilancio dell’economia nazionale. Per questa ragione, secondo i fautori dell’intervento armato, il fatto che la sua frontiera settentrionale, confinante con la Somalia meridionale, fosse divenuta l’area più instabile dell’intero Corno d’ Africa, ha obbligato il governo di Nairobi a tentare la carta dell’escalation militare, allo scopo di porre argine a una situazione di crisi altrimenti non sostenibile. L’operazione di contrasto armato, però, non ha raccolto unanimità di consensi. Molti osservatori l’hanno giudicata un grave errore politico. L’invasione del territorio somalo infatti, secondo questi ultimi, avrebbe aggravato la crisi tra i due Paesi senza risolvere alla radice i pur gravi problemi posti a sfondo dell’intervento militare.

La questione è indubbiamente complessa, giacché vi sono molteplici argomenti che si prestano a favore dell’una o dell’altra tesi. In realtà, va riconosciuta ai sostenitori dell’inefficacia dell’intervento armato come fondata l’obiezione secondo cui l’azione di forza avrebbe costituito il pretesto per una contromossa ritorsiva, progettata e compiuta in grande stile. E, purtroppo, così è stato. Resta il fatto, però, che fenomeni tanto radicati in contesti sociali ad alto rischio richiedono, per la loro neutralizzazione, interventi di bonifica che annichiliscano i terroristi sia dal punto di vista della reattività bellica, sia dal punto di vista delle interazioni e delle connivenze con il tessuto socio-economico di riferimento.

Dunque, questa abbozzata sarebbe la spiegazione più vicina alla realtà, per quanto avvenuto neli giorni scorsi a Nairobi. Tuttavia, è possibile ipotizzare un’altra cornice nella quale collocare l’azione terroristica al Westgate Shopping Mall. L’Al Shabaab che stiamo imparando dolorosamente a conoscere in queste ore in realtà è cosa molto diversa dall’organizzazione storica che, sotto lo stesso nome identificativo, si è distinta nella guerra civile somala al tempo delle Corti islamiche. Al Shabaab è stata un potente strumento nelle mani di spregiudicati trafficanti provenienti dai ranghi della criminalità comune, che avevano trovato conveniente porre i loro traffici illeciti sotto l’ombrello protettivo della causa islamica. Dopo la cacciata da Mogadiscio, nel 2006, grazie all’intervento militare etiopico, di fatto l’organizzazione, che nel frattempo aveva perso i suoi capi, si era sciolta. Con il sostegno della “longa manus” eritrea, l’organizzazione terroristica si è rapidamente ricostituita, sostituendo ai quadri somali dispersi le nuove leve del fondamentalismo jihadista, provenienti anche dai Paesi dell’Occidente. La lista dei terroristi coinvolti nell’assalto di Nairobi lo conferma. Quindi, mentre la prima Al Shabaab era sostanzialmente una banda di criminali, la seconda organizzazione nata dalle sue ceneri è, a tutti gli effetti, una cellula terroristica di certificata matrice qaedaista.

è, però, accaduto negli ultimi tempi, a cominciare dal 2011, che la diversificazione di linee strategiche, ancora presente all’interno di Al Shabaab, sia andata crescendo fino a provocarne la spaccatura. Le due anime dell’organizzazione si sono divise sulle strategie da adottare dopo la disfatta nella gestione del Paese, intervenuta a seguito della carestia che lo ha colpito nell’estate del 2011. La situazione di crisi aveva condotto i miliziani di Al Shabaab a lasciare Mogadiscio senza opporre alcuna resistenza decretando la vittoria delle forze che si riconoscevano nel Governo Federale di Transizione. La cellula, che si era ricoperta di gloria agli occhi di tutti i fanatici, gli assassini e gli invasati che circolano a piede libero per il pianeta, con l’ assalto, il 23 agosto 2010, a un hotel di Mogadiscio, nel quale erano state trucidate trentatré persone, tra cui quattro parlamentari, aveva mostrato la propria totale incapacità a relazionarsi alle istanze reali della popolazione. Da qui l’abbandono del campo. Intanto, le sconfitte subite, accompagnate dall’eliminazione per mano nemica dei suoi capi più pericolosi, il più importante dei quali Fazul Abdullah Mohammed, responsabile della logistica di Al Shabaab e fedele adepto di Al Qaeda, dovevano spezzare in due tronconi l’organizzazione. L’uno, formato dalle componenti jihadiste più pragmatiche, si è dichiarato disponibile al dialogo con le forze del governo regolare, che nel frattempo riprendeva con successo la “road map” di normalizzazione del Paese, stabilita con gli accordi della Conferenza di Londra del maggio 2012, eleggendo progressivamente, con metodo democratico, l’assemblea Costituente, il Parlamento e, il 10 settembre 2012, un nuovo presidente della Repubblica di Somalia. L’altro troncone, formato dai cosiddetti lealisti di Al Qaeda, ha inteso invece continuare la lotta contro il nuovo assetto istituzionale di Mogadiscio, sostenuto dalla Comunità Internazionale, determinando di fatto un vulnus nell’iter di pacificazione del Paese. Gli integralisti islamici hanno puntato sul fatto che Mogadiscio non è l’intera Somalia. Al contrario, un’ampia area geografica del Paese, collocata nella parte meridionale, proprio al confine con il Kenya, è costituita da una maggioranza di popolazione di fede islamica (quindi, interessata all’applicazione della Shari’a, più che all’esercizio democratico nella gestione della cosa pubblica.

Ora, negli ultimi tempi le componenti moderate di Al Shabaab hanno dialogato con il GTF prima e con il nuovo governo legittimo dopo, per essere integrate nel processo di normalizzazione della Somalia. Le forze di stabilizzazione dell’Unione Africana, presenti in territorio somalo per la missione di pace “Amison”, hanno giudicato negativamente l’avvicinamento della giovane leadership alle frange integraliste provenienti dal gruppo Al Shabaab. In effetti, la Comunità Internazionale non si fida e teme che la sbandierata pacificazione sia un “Cavallo di Troia” per rimettere in gioco i qaedisti di Al Shabaab, questa volta in forma di elemento agente dall’interno del sistema.

Ma se la spaccatura nel cuore di Al Shabaab fosse reale, allora l’attentato di Nairobi potrebbe essere interpretato come un disperato, quanto abietto, tentativo dell’ala oltranzista del movimento di dimostrare “urbi et orbi” la propria esistenza in vita. Per paradosso, la verifica circa la concretezza del percorso terroristico intrapreso dall’ala combattente rispetto all’altra componente, finirebbe per accreditare quest’ultima come forza realmente dialogante per il processo di pace della Somalia. C’è da fidarsi? è presto per dirlo. è necessario che si “posi la polvere” alzata da questa efferata azione criminale, per comprendere come stiano le cose. Soprattutto c’è da capire se e quanto Al Qaeda abbia deciso di puntare sulla vicenda dell’instabilità somala, per rilanciarsi sulla scena internazionale, in modo fragoroso. In questo caso non stupirebbe la scelta di colpire la capitale kenyota come segnale di avvio di un’offensiva su più larga scala contro obiettivi occidentali. è già accaduto. Si ricorderà che, prima del drammatico colpo inferto agli USA l’11 settembre 2001, vi era stata un’ondata di devastanti attentati contro sedi diplomatiche statunitensi, il più grave dei quali fu proprio compiuto proprio a Nairobi, il 7 agosto 1998. L’esplosione fece 212 vittime e oltre 4.000 feriti. Ora, è lecito aggiungere una domanda alle tante possibili ipotesi che sono in questo momento sul tappeto: dobbiamo interpretare anche questo attentato come il segnale anticipatore di un evento di dimensioni apocalittiche? Se così fosse, sarebbe importante conoscere cosa indicano i sensori di rilevamento, sparsi sui territori a rischio dalle “intelligence” di tutto l’Occidente.

Nell’operazione di contrasto le forze militari kenyote sono state affiancate da consiglieri esperti di antiterrorismo dell’IDF, l’Israel Defense Forces, provenienti da Tel Aviv. Israele ha una consolidata tradizione di relazioni amichevoli con il Kenya, risalenti già a prima della leggendaria operazione “fulmine”, il blitz compiuto il 4 luglio 1976 dalle forze di sicurezza israeliane all’aeroporto della città ugandese di Entebbe, dove un gruppo di terroristi tratteneva, a seguito di un dirottamento, i 244 passeggeri, in maggioranza israeliani, e i 12 membri dell’equipaggio di un aereo dell’Air France. Gli advisors ebraici, dunque, hanno tutta l’esperienza necessaria per assicurare che il blitz delle forze di sicurezza consegua l’obiettivo della salvezza di quanti più ostaggi sia possibile. Inoltre, sarebbe auspicabile la cattura ancora in vita di almeno una parte dei terroristi coinvolti. Solo così gli inquirenti kenyoti, insieme agli esperti delle potenze occidentali presenti a Nairobi, potranno tracciare un quadro chiaro degli eventi accaduti e stabilire con certezza il vero movente dell’azione terroristica.

è, dunque, una situazione fluida che non offre certezze se non per una cosa soltanto: questa volta la “primavera araba” con quello che è accaduto non c’entra un bel nulla. Per fortuna.
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Di Odal (del 10/06/2013 @ 20:40:15, in MASSONERIA, linkato 767 volte)
"I principali responsabili di questa deviazione, a quanto pare, sono i pastori protestanti Anderson e Desaguliers, che redassero le Costituzioni della Gran Loggia d'Inghilterra, pubblicate nel 1723, e fecero sparire tutti i documenti antichi sui quali poterono mettere le mani, perché non ci si accorgesse delle innovazioni che introducevano (...). Tuttavia, essi lasciarono sussistere il simbolismo, senza sospettare che esso, per chiunque lo comprendesse, testimoniava contro di loro altrettanto eloquentemente quanto i testi scritti, che essi non erano d'altronde riusciti a distruggere tutti. Ecco, riassunto molto in breve, ciò che dovrebbero sapere tutti coloro che vogliono combattere efficacemente le tendenze della Massoneria attuale". René Guénon (1886 - 1951)
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