Immagine
 Janus... di Admin
 
L'inizio è la metà del tutto.

(Platone)
 
\\ Home Page : Storico per mese (Inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di rino (del 16/10/2013 @ 16:45:05, in ATTUALITÀ, linkato 594 volte)
di Cristofaro Sola

In Italia le cose proprio non vanno. Sono due anni almeno che la crisi economica continua a pesare sugli italiani, almeno sulla maggior parte di loro, in modo insostenibile. Mai conosciuto, a memoria delle generazioni cresciute nel secondo dopoguerra, tanta miseria generata dalla contrazione della liquidità finanziaria delle imprese e delle famiglie.

Le cause di questo malessere sono molteplici e sono di natura strutturale, quanto pure congiunturale. Sono antiche e, allo stesso tempo, recenti. D’altro canto, se l’intera economia di un Paese industrializzato precipita verticalmente, sebbene non vi siano eventi di natura apocalittica a giustificarne il repentino crollo, è chiaro che la responsabilità per il default di un sistema è da ricercare in un insieme di cause che restano complesse anche al solo indagarle. L’opinione pubblica, invece, è sempre alla scoperta di spiegazioni che tranquillizzino e che ridiano pace alle tremebonde coscienze dei suoi cittadini. Per questa ragione, la stagione di caccia a i maginifici colpevoli a cui addossare l’onere di ogni sciagura è sempre aperta. Il nostro ancestrale bisogno di sacro si alimenta di riti espiatori, per i quali si ha pur bisogno di approvvigionarsi di capri sacrificali. Nella presente congiuntura, dunque, la caccia agli untori è stata relativamente facile e fruttuosa. Nel carniere fa bella mostra di sé l’idea che l’attuale disgrazia sia causata dall’Europa dell’Unione, dei burocrati e, soprattutto, della Germania. Secondo la comune vulgata, gli italiani patiscono il disagio perché lo vuole un’Europa succube dell’arroganza autoritaria della nazione tedesca, perfettamente incarnata dalla più che detestabile figura del suo Cancelliere, la signora Angela Merkel. Questa conclusione “prèt à porter” certamente facilita il prender sonno, ma non riempe la pancia. Se si vuole, accontenta le menti elementari, quelle che non necessitano di tante spiegazioni per decidere come condursi innanzi nell’esistenza. Certo però non può, e non deve, soddisfare coloro che abbiano la presunzione di poter “leggere” nella cronaca quotidiana sapendo cogliere sfumature e ragioni di fondo, legate da oscuri nessi causali. Dire, quindi, che siamo con le “pezze al …” per colpa dei tedeschi è una sciocchezza buona per creduloni, non per spiriti raziocinanti. Tuttavia, resta innegabile il fatto che le istituzioni europee in primis e la classe dirigente tedesca hanno fatto di tutto per rendersi particolarmente odiose agli occhi della nostra opinione pubblica. Il tenore di certe dichiarazioni pubbliche da cui traspariva un’evidente difficoltà a mostrare equanimità verso gli italiani, come popolo, hanno fatto pesantemente dubitare che il sostrato di odio, nutrito da una comunità, quella tedesca, che in passato è stata più volte tradita dai repentini cambi di fronte degli italiani, non fosse del tutto evaporato. La sensazione che, attraverso il rigido controllo praticato dalle autorità comunitarie sulle nostre politiche di bilancio, fosse in atto un disegno politico criminale di annientamento programmato di un’economia nazionale, quella italiana, a vantaggio di un’altra, quella tedesca, non è solo chiacchiera da bar ma è argomento per più di un brillante economista. Il senso di strangolamento avvertito a causa dell’intransigente strategia deflattiva attuata dalle autorità di controllo della moneta unica europea non è un’allucinazione della mente, ma una condizione percepita nella realtà.

La voglia di andarsene dall’Europa, magari solo di sfuggire alla morsa della moneta unica, il desiderio di far saltare in aria il “Fiscal Compact”, il patto europeo di bilancio, per praticare una breccia nel muro di cinta della superfortezza continentale da cui sembra impossibile tentare la via di fuga, è qualcosa che sta crescendo nel cuore degli italiani prima ancora che nelle loro menti. Inoltre, ce l’abbiamo a morte con quelli di Bruxelles, che hanno abbandonato l’Italia al suo destino, nella gestione dei flussi migratori clandestini. Ci hanno lasciati soli a raccogliere cadaveri sparsi in lungo e in largo nel Canale di Sicilia. E quando possono, ci fanno pure la morale su come trattiamo gli immigrati clandestini, salvati dalle acque.

Allora che si fa? Buttiamo tutto a mare? Come si dice, mandiamo tutto “in vacca”? Sfasciamo quello che in anni anche noi abbiamo contribuito a costruire? Torniamo indietro a rifare la solita italietta che sta un po’ di qua e un po’ di là? Pensiamoci un momento. Per quanto ora sia impresa ardua, non sarebbe forse opportuno compiere uno sforzo supplementare verso l’unità e l’integrazione prima che tutto scappi dalle mani trascinandoci in un futuro buio e d’incertezza immensamente maggiore di quella che stiamo vivendo nel presente? E poi, siamo proprio certi che i numeri ci diano così torto come sembrerebbe? Non è che la realtà nasconda qualcosa di cui non riusciamo ad avere percezione?

In primo luogo bisogna fare chiarezza. Quindi, separiamo il problema della permanenza italiana nella zona Euro rispetto a quello dei rapporti, soprattutto economici, con la Germania. Sono due cose diverse e tali devono restare.

Il principale partner commerciale dell’Italia è la Germania. Tra i due Paesi si è realizzato, nel 2012, un interscambio per un volume in Euro pari a 105 miliardi. Con un avanzo della bilancia commerciale per i tedeschi pari a 6,5 miliardi di euro. Secondo l’ISTAT, l’entità del nostro interscambio con la Germania, anche per il 2012, è stata superiore a quella con la Francia e con la Gran Bretagna sommate insieme. La sola economia tedesca assorbe circa il 12,5% del totale del nostro export. E la crisi di quest’ultimo periodo della nostra economia l’hanno pagata anche le imprese tedesche insieme a quelle italiane. Infatti, dai dati dell’Ufficio federale tedesco di statistica (DESTASTIS), si rileva che tra l’anno 2011 e il 2012 vi sia stata una contrazione significativa (-9,8%) delle esportazioni tedesche verso l’Italia, mentre l’import dall’Italia ha segnato, rispetto al 2011, un aumento del 2,8%. Entrambi i Paesi sono potenze commerciali del manifatturiero e la corsa alla qualità per competere sui mercati globali è sostenuta dalla sinergia delle imprese italiane con quelle tedesche, in particolare nelle produzioni a più elevato contenuto tecnologico. In realtà la Germania si caratterizza per una forte componente di investimenti diretti in Italia, attualmente valutati, da stime della Banca d’Italia, in 26,5 miliardi di Euro. Molto scarso, invece, si presenta il livello d’investimento di capitali nostrani nel sistema produttivo tedesco. La risorsa strategica per eccellenza dell’economia italiana: il comparto del turismo, capta annualmente 11,7 milioni di turisti tedeschi, con un trend in ascesa (fonte: Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia).

Torniamo per un momento al dato che evidenzia l’ammontare complessivo dell’interscambio commerciale. Per apprezzarne a pieno la consistenza è opportuno fare una comparazione. Per l’Italia il mercato di prospettiva più appetito è quello russo, perché è in forte espansione e, soprattutto, perché si rappresenta altamente complementare al nostro. L’intera massa di scambio si basa sul trasferimento di materie energetiche dalla Russia contro prodotti della manifattura dall’Italia. La categoria merceologica che gode di maggiore appealè quella dell’abbigliamento, che pesa il 10,3% dell’intero export realizzato verso quello specifico mercato. Dalla Russia, invece, l’Italia compra gas e petrolio greggio. Nonostante, però, il consistente peso del controvalore economico dei prodotti importati, l’intero volume dell’interscambio si è attestato, nel 2011, a circa 27 miliardi di euro, che rappresenta meno di un quarto di quello con la Germania (110 miliardi) stimato nello stesso periodo, dove peraltro non vi è stata, ad alterare i numeri assoluti, l’incidenza delle materie energetiche.

Dall’analisi dei dati si possono trarre alcune considerazioni. In primo luogo, si può asserire che la crisi economica italiana non piaccia ai produttori tedeschi, visto che dalla stessa ne sono stati fortemente penalizzati in termini di cali delle vendite sul mercato nostrano. In secondo luogo, il ricorso nel sistema dei pagamenti alla moneta unica avvantaggia i compratori italiani rispetto ai venditori tedeschi. La bilancia commerciale pende dalla parte della Germania la quale vende all’Italia più di quanto quest’ultima non fornisca al mercato d’oltralpe. Immaginate per un momento cosa accadrebbe se, una volta usciti fuori dall’Euro, dovessimo pagare quello che compriamo dai tedeschi con una moneta più debole della loro. In terzo luogo, il trend di crescita costante registrato nella politica di investimenti tedeschi nel sistema produttivo italiano, con un riguardo che si va sempre più orientando verso le piccole e medie imprese, conferma che i due Paesi non possono ignorarsi, atteso il livello avanzato d’integrazione industriale registrato. In concreto, qualsiasi cosa accada la Germania è e resta il principale partner commerciale italiano e concorre in modo significativo al consolidamento della nostra ricchezza nazionale.

Per quanto riguarda il dilemma sulla permanenza dell’Italia nella zona Euro, bisogna sviluppare considerazioni di tipo più ampio. è indubbio che, anche su questa delicata questione, il rapporto con la Germania abbia un peso rilevante. Non fosse altro perché il sistema tedesco rappresenta nell’economia complessiva dell’Eurozona il socio di maggioranza. Quello che grazie alla forza dei suoi numeri ha maggiore voce in capitolo. Tutto ciò è sufficiente per consentirci di affermare che la strategia dell’Eurozona la detti la Germania? A nostro sommesso avviso la risposta è più che affermativa. Nessuno nell’Europa dell’Euro può pensare di camminare sulle proprie gambe senza fare prima i conti con quello che pensano i tedeschi. è legittimo asserire che la Germania abbia conquistato oggi con la forza dell’economia ciò che in passato anelava a prendere con le armi? Probabilmente sì. Anche se ragionare in termini di lotta per la supremazia sul mercato interno europeo è quanto meno anacronistico, visto che proprio la Germania già da qualche tempo si pone sulla scena internazionale come potenza economica globale. L’attenzione, a tratti ossessiva, prestata dalla leadership tedesca ai conti e agli andamenti economici dei partners europei dell’Eurozona, segnala una preoccupazione circa la tenuta della stabilità monetaria, la quale non può e non deve, a parere dei tedeschi, essere messa a rischio da comportamenti irresponsabili dei governi dei Paesi partners nelle scelte di finanza pubblica. Il macigno caduto sulla strada delle buone relazioni tra Germania e Italia riguarda proprio la consistenza, giudicata dai mercati finanziari eccessiva, del debito sovrano italiano. Questa condizione di debolezza strutturale del nostro bilancio spaventa la classe dirigente tedesca, la quale ha deciso di erigere un muro invalicabile a difesa del principio che la BCE non debba divenire prestatore di ultima istanza per i Paesi dell’area Euro. Diversamente, la Banca Centrale Europea, alimentata dai Paesi più ricchi, in primis la Germania, dovrebbe accollarsi la garanzia per la solvibilità dei singoli Stati membri a pagare i loro debiti. Su questo terreno è ipotizzabile che si possa consumare la rottura del sistema della moneta unica.

Un evento del genere sarebbe da salutare come salvifico o da temere come distruttivo? Francamente non è dato di conoscere una risposta che sia effettivamente esaustiva della questione. è vero che con l’attuale leadership tedesca è tutto più difficile. La Germania attuale non è certo quella dei tempi di Adenauer. Il grande statista aveva un’idea d’Europa molto più inclusiva e solidale nella costruzione del processo d’integrazione di quella che manifestano gli attuali governanti. La Germania di Adenauer era una nazione appena uscita sconfitta da un devastante conflitto mondiale, con un immane carico di responsabilità di fronte al mondo intero. Era un Paese umiliato che si rimboccava le maniche per ricominciare a ricostruire su nuove basi. Sentiva, questa rinata realtà, di doversi confrontare con gli altri popoli europei e con loro condividere un progetto di unità per il futuro. Con il trascorrere del tempo le cose sono cambiate. I tedeschi hanno cominciato a rispolverare le cosiddette “differenze di mentalità” che sono l’anticamera per una riclassificazione su base antropologica delle relazioni con gli altri Stati, o meglio con le comunità degli altri Stati. Da qui, quell’insopportabile senso di arroganza che le leadership recenti della Germania iniettano nella tenuta dei rapporti con alcuni partner in particolare, come la Grecia e, appunto, l’Italia. In realtà, l’europeismo freddo della Merkel sembra ispirato da una strategia politica più simile a quella della Germania guglielmina del II Reich, che non agli indirizzi di fondo di una moderna democrazia europea. Come abbiamo scritto altrove: “Alla cancelleria tedesca non si deve contestare il suo diritto alla leadership (europea), quanto il fatto che tale leadership debba essere esercitata a beneficio dell’intera comunità europea e non della sola parte tedesca. Alla signora Merkel si deve contestare la scarsa ampiezza del suo respiro politico, non il fatto che respiri”. La rigidità della politica europea tedesca rischia di trasformarsi in una corda tanto tesa da spezzarsi. E, contrariamente a ciò che pensa la signora Merkel, un crollo dei Paesi della parte meridionale dell’Eurozona finirebbe con il provocare pesanti ripercussioni sulla stessa economia tedesca, oggi così prospera. Si concretizzerebbe, per effetto di una visione miope dell’integrazione europea, il peggiore incubo che i tedeschi hanno: vedersi trascinati in una crisi dagli incontrollabili sbalzi dell’inflazione.

Sull’altro fronte, i paesi sottoposti al maggiore stress del contenimento dei conti pubblici sanno di non poter continuare a sopravvivere dovendo rispettare tempi di performance e conseguimenti di target oggettivamente insostenibili. Tra questi Paesi c’è l’Italia la cui posizione è aggravata dal persistente clima d’instabilità politica che blocca le istituzioni pubbliche da almeno due anni, cioè dal tempo del primo “commissariamento” del governo nazionale, voluto dalla Germania. Le spinte antieuropeiste stanno iniziando a fare capolino nei discorsi dei politici, che non mostrano di possedere grandi idee e progetti chiari per l’avvenire del nostro Paese.

Fondamentalmente, la politica nostrana è divisa in due fazioni. Da una parte ci sono quelli che dicono un sì incondizionato all’Europa, che neanche ci provano a contrastare i diktat delle autorità centrali ispirate dalla Germania e che paventano scenari apocalittici, in caso di nostra uscita dall’Euro, per spaventare a morte i tanti piccoli risparmiatori di cui si compone la nostra società civile. Dall’altra, sono schierati i “campanilisti”, quelli del no - costi quel che costi, quelli del meglio soli che male accompagnati, quelli che si ricordano dell’esistenza di uno straccio di unità nazionale, dopo averla denigrata in tutti i modi possibili, per sbandierarla contro le forze che puntano all’integrazione. In mezzo resta poco, o nulla. Dell’idea di una grande nazione europea, strutturata in forza di una concezione organica e non “comunitaria”, non si riscontra traccia visibile. Di un’ Europa che ritrovi il senso delle sue radici spirituali e sappia regolare, una volta per tutte, i conti con il mostro che essa stessa ha generato: l’illuminismo, non si ha notizia. Cionondimeno, pensiamo che sia del tutto legittimo continuare a sperare che il sano spirito di un conservatorismo rivoluzionario possa tornare a soffiare sulle nostre città e per le contrade del nostro vecchio continente.

Comunque, quelle che fino ad oggi sono state considerate solo ipotesi di scuola, esercizi accademici, tra non molto avranno la possibilità di una verifica con il mondo reale. Alle viste c’è la tornata elettorale di rinnovo del Parlamento Europeo. Quella sarà l’occasione più concreta per le diverse comunità statuali di dire la propria sul futuro di quest’Europa. Fra qualche mese si capirà finalmente in che direzione si desideri andare. E l’exploit nei sondaggi in Francia dell’eroina della destra, Marine Le Pen, è un segnale chiaro. A questo punto non resta che attendere la scadenza elettorale e, dopo, prepararsi ad agire cercando una volta tanto di pensare a sostenere, tutti insieme, l’interesse nazionale nel pur auspicabile completamento del processo d’integrazione. Proviamoci. è ancora possibile farlo.
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di rino (del 07/10/2013 @ 19:49:26, in ATTUALITÀ, linkato 820 volte)
di Cristofaro Sola

Pietà l’è morta. è il titolo di un vecchio canto partigiano. Il cimitero d’acqua che si è naturalmente formato intorno agli scogli di Lampedusa, dove corpi straziati galleggiano, persi nel nulla, alla ricerca delle loro anime, oggi ci ferisce. Ci sbatte in faccia il dramma della nostra inerzia di fronte allo stucchevole buonismo dei parvenu, all’umanitarismo che non ha decenza, di cui le istituzioni pubbliche italiane sono divenute, negli ultimi tempi, patetiche portabandiera. La strage di tante vite umane non può, e non deve, lasciare indifferenti, soprattutto se si considera che quei poveri esseri destinati al macello non avevano, né potevano avere, alcuna colpa per il proprio tragico destino, svenduto il giorno stesso in cui decisero di lasciare i luoghi natii. Ma è già consumato il cordoglio, doveroso al cospetto di un evento mediatico che narra per immagini di un onda di morte, lunga tanto da lambire il bagnasciuga della nostra quotidianità. Ma non così lunga da penetrare, da travolgere come in uno tsunami, quella dolente e distratta nostra quotidianità. Ci pensano, però, i politici a trasformare l’acqua dura, perché portatrice di morte, e limpida, perché il mare gioca a viso aperto con chi lo sfida, in un torrente di detriti e fango che ammorbano prima ancora di soffocare. Vi è qualcosa di altamente inquinante nelle parole di coloro che traggono profitto d’immagine dalla odierna sciagura. Essi invocano ancor più lassismo nella lotta all’immigrazione clandestina, anzi cercano sponda nel dramma per dire che il destino dell’Italia deve assomigliare a quello di una porta spalancata, divelta dai suoi cardini, attraverso la quale chiunque lo voglia potrà infilarsi. Perché noi siamo quelli che accolgono. Noi siamo quelli che vanno dietro alle parole di un sant’uomo fin tanto che si tratta di mettere in gioco la vita, la serenità e il diritto altrui, non di certo se poi si dovesse toccare la “roba nostra”, se dovesse costarci un infinitesimo di quello possediamo. Allora è un’altra musica. Noi siamo quelli che prendiamo per oro colato le lacrime e i “mai più!” scanditi da coloro che sulla gestione dei flussi migratori hanno costruito le proprie fortune politiche e professionali. Del resto è il momento atteso, oggi sono per loro le luci della ribalta. Sono corsi là, a passeggiare sulla banchina di Cala Salina o a sostare sul breve moletto della Sanità, tanto per fare passerella. A chiacchierare con i giornalisti. Scusi Santità le spiace se prendo a prestito una sua esclamazione? Vergogna!

A rappresentare la realtà in questo modo, a far credere a tutti i disperati di questa porzione di mondo, che sta al di sotto delle nostre latitudini, che la via è libera e possono tentare la sorte perché da noi il premio è assicurato, c’è da non avere un cuore. C’è da non fregarsene un bel niente di quante altre tragedie siano pronte dietro l’angolo e quante si siano già consumate senza che le nostre anime belle venissero in qualche modo disturbate. Non bisogna essere una cima d’intelligenza per comprendere quanto sia decisiva, in questo campo, la deterrenza di una legislazione severissima che scoraggi in tutti i modi queste masse, ignoranti circa la sorte che li attende, a mettere a rischio la propria vita. Nulla avviene a caso e non basta il solo movente della disperazione a spiegare l’impatto di ondate migratorie sempre più consistenti e costanti. Anni orsono è stata Oriana Fallaci, insieme alla scrittrice Bat Ye’or, a disvelare i progetti dell’islamismo. La strategia di “Eurabia” è di sfruttare, con il sostegno occulto delle quinte colonne comodamente collocate da tempo ai vertici dell’establishment politico-finanziario del vecchio continente, il fenomeno migratorio per la progressiva occupazione dell’Europa. Obiettivo è di trasformarla, un giorno non lontano, in terra musulmana. D’altro canto, nel cuore di ogni credente in Allah alberga il sogno che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo possa essere riscritta con i caratteri della Shari’a, la legge dell’unico Dio ricco in clemenza e abbondante in misericordia. Ora, noi queste cose le conosciamo e se fingiamo di ignorarle è solo per viltà o per bieco opportunismo. E, presi in una spirale di ipocrisia dilagante, ci acconciamo al buonismo, oggi di moda, molto politically correct, nell’inneggiare alla soppressione di quello straccio di leggi che ci siamo dati in altri tempi per opporre un argine fatto di granelli di sabbia a una marea montante. Se davvero volessimo aiutare quelle centinaia, se non migliaia, di poveri cristi che quotidianamente rischiano la pelle per una traversata su vecchi legni marci, dove a fare da polena non c’è alcuna sirena ma solo i segni della Morte, allora dovremmo riprendere seriamente il programma di respingimenti avviato con immane difficoltà nel 2009. Si torni, con le nostre unità navali, a pattugliare le coste e i porti di partenza, bloccando sul nascere i tentativi di approdo ai nostri lidi. Si ristabilisca il contatto con i governi di Libia e di Tunisia, perché alle forze d’intervento italiane sia consentito di verificare nei loro porti la presenza di imbarcazioni adibite al trasporto profughi. Le si sequestri e si provveda in loco alla loro distruzione. Si proceda con l’emissione di mandati di cattura internazionali per il reato di tratta di esseri umani, perché trasportare degli sventurati nelle condizioni in cui li vediamo arrivare cosa altro è? Un gesto di pietà? Sappiano le anime belle del buonismo nostrano che dietro il traffico di esseri umani ci sono le mafie e il terrorismo organizzato. Si proceda, una buona volta, a rivedere i rapporti di cooperazione con quegli Stati che consentono migrazioni di massa dai loro territori. L’ululante platea buonista potrebbe invocare la questione dei rifugiati politici. E’ vero. Tra la moltitudine di migranti vi sono certamente anche dei richiedenti asilo per motivi umanitari. La tradizionale ospitalità italiana e le normative nazionali ed europee a riguardo ci impongono di prevedere l’accoglienza per coloro che chiedono asilo. Il problema, però, è che le nostre autorità consolari dovrebbero essere schiodate dai loro lussuosi uffici e mandate lì dove si formano i campi di raccolta dei fuggitivi. Si dovrebbe procedere a esperire l’istruttoria per la concessione d’asilo in territorio italiano prima che il richiedente s’imbarchi per raggiungere il nostro Paese. Capite la differenza? Capite quante vite umane verrebbero salvate se si procedesse in tal modo? Giacché gli aventi diritto all’accoglienza viaggerebbero su unità di linea regolari in tutta sicurezza e pagando il giusto prezzo per il biglietto d’imbarco. Magari non pagandolo affatto. Sapete quanto è costato il viaggio a quegli sciagurati che andavano a morire ieri l’altro? Per la traversata sul ponte del barcone le fonti giornalistiche indicano la cifra di 1500-2000 €, per coloro che questa somma incredibile non l’hanno messa insieme c’era l’alternativa del viaggio nella stiva. Evidentemente quei 250 disgraziati che giacciono in fondo al mare, prigionieri nella pancia del barcone affondato, avevano staccato il biglietto di 2° classe.

Tra i “servizi” di viaggio proposti dalla criminalità organizzata alla clientela vi sono anche altre opportunità. Per quelli ancora più poveri c’è la soluzione “una telefonata ti allunga la vita”. In pratica, i carnefici mettono a disposizione un gommone con un motore la cui autonomia non supera le quaranta miglia di navigazione. Ai morituri viene consegnata una bussola, del tipo di quelle che vengon fuori dalle uova di Pasqua, poi viene detto loro verso quale punto dell’orizzonte dirigersi, e viene dato un telefono cellulare con cui chiedere aiuto quando il motore tira le cuoia. Se i soccorsi (italiani) arrivano in tempo, prima che il gommone sia colato a picco, vuol dire che ce l’hai fatta, altrimenti che la tua anima riposi in pace e in fondo al mare. Sapete quanto ci fanno quei delinquenti, farabutti che gestiscono il business dei migranti? Secondo un reportage del Corriere della Sera, il giro d’affari si aggira sui tre-quattro miliardi di dollari l’anno. E noi chi stiamo aspettando per andare ad affondargli l’intera flotta di carrette che hanno a disposizione? Abbiamo la nostra forza armata impegnata su molti fronti caldi, in missioni di peacekeeeping. Alcuni di questi nel frattempo sono diventati freddi. Sarebbe opportuno, anche per dare un segnale forte alla Comunità Internazionale che ci ha lasciato soli a gestire il problema dei flussi migratori, ordinare l’immediato ritiro di qualche contingente per spostare le risorse finanziarie, appostate in bilancio, al capitolo delle azioni di contrasto all’emigrazione clandestina in tutta l’area del Canale di Sicilia, fino al golfo della Sirte, alla Cirenaica e alla costa della Tunisia. E questa maledetta Unione Europea che ci sta portando, per diversi motivi, all’esasperazione, batta un colpo, dia un segnale di esistenza in vita. Non si limiti alle solite bacchettate, dal retrogusto razzista, contro le tante incapacità degli italiani. Proprio mentre si consumava l’ultima tragedia in mare, quelli della Commissione di Bruxelles tiravano fuori l’ennesimo documento di condanna dell’Italia per il modo, a loro parere sbagliato, con cui il nostro Paese sta gestendo il problema dei flussi migratori. E questo è il ringraziamento perché noi i disgraziati cerchiamo di salvarli anziché sparargli addosso come fanno maltesi, greci e spagnoli. Ma che schifo quest’Europa qui! E dire che sono stato e sono un convinto assertore del sogno dell’unificazione degli Stati europei in un'unica grande e potente nazione. Ma come? Ma quando?

Ho iniziato questa riflessione citando il titolo di un canto che non mi appartiene. L’ho scelto apposta perché appartiene a loro, a quelli che oggi sono saldamente al potere e sono in grado di fare il bello e il cattivo tempo per i nostri destini. E a loro che mi rivolgo e dico: “Pietà l’è morta”. Per voi non vi può essere più alcuna considerazione che vi giustifichi. Perché l’ipocrisia e la falsità con cui coprite i vostri sinistri disegni sono divenute insopportabili anche per un uomo tranquillo che non ha grilli per la testa. Figurarsi per un guerrafondaio della peggiore risma, quella stessa della Fallaci per intenderci. Confesso di essere un “guerrafondaio”. Confesso di preferire che le nostre navi stiano a cannoneggiare pirati e trafficanti, oggi tranquillamente rintanati, ad ammassare ricchezze rubate, nelle loro tante Tortughe sparse lungo la costa del Mediterraneo meridionale. Confesso di desiderare severità verso coloro che mettono a rischio la propria vita e quella delle loro famiglie per perseguire una fantasia oggi non più realizzabile. Confesso che vorrei vedere il mio governo essere implacabile contro questa mala genia di criminali e di mercanti di morte. Confesso che quei delinquenti da patibolo li vorrei vedere marcire in oscure prigioni di cui si sono perse le chiavi. Allora, mi rivolgo a voi, pacifisti dei miei stivali! Prima di provare orrore per le mie parole, prima di darvi allo sdegno e agli sputi (siamo in democrazia. Potete farlo, è vostro diritto) per queste “esecrabili” asserzioni, con quel po’ di buon senso avanzato dopo tante overdose di ipocrisia e di buonismo, rispondete a questa domanda: rischia di portarsi più morti sulla coscienza chi pretende che il proprio Paese difenda i suoi confini con ogni mezzo, annichilendo ogni falsa e illusoria speranza, oppure chi con tanto buon cuore vuole dare l’illusione che da noi sia facile venire, che… poi che sarà mai questa traversata? Una piccola gita in barca ed eccoti in paradiso. Appunto, in paradiso. Non sono cattolico, ciò nonostante spero che davvero ci sia da qualche parte, in un’altra dimensione, un posto migliore dove quei tanti disgraziati a cui è stata troncata la vita in modo così brutale, abbiano a stare un po’ meglio di quanto non siano stati quaggiù. E riposino in pace.
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di rino (del 07/10/2013 @ 15:58:42, in ATTUALITÀ, linkato 3830 volte)
di Cristofaro Sola

La cronaca di questi giorni conduce a interrogarsi sul futuro di uno dei maggiori players oggi in campo sulla scena globale. Il riferimento è all’Iran e al suo ruolo nello scacchiere mediorientale. Nel mentre, tutta l’area del Mediterraneo meridionale ha rischiato di andare in fiamme per effetto degli sciagurati esiti delle “primavere arabe”, qualcosa si è mossa anche su di uno dei lati della piramide istituzionale della Repubblica Islamica dell’ Iran. Le consultazioni elettorali per la scelta del nuovo presidente, tenutesi lo scorso 14 giugno, hanno portato alla vittoria Hassan Rouhani. Ha vinto, quindi, un uomo d’apparato con esperienza di negoziatore. In passato il suo incarico più importante è stato di capo delegazione nel negoziato per la prosecuzione del programma nucleare iraniano con gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Unico candidato religioso presente alla competizione giacché proveniente dalle fila del clero sciita, ha comunque in tasca una laurea conseguita alla Glasgow Caledonian University. Figura di politico anomala, perché considerato un conservatore pragmatico con aperture moderate e riformiste. In ultima analisi, facendo ricorso alle categorie del partitismo di casa nostra, lo si potrebbe definire un centrista. Le sue tattiche di gioco sono inclusive, al punto che per lui hanno fatto campagna elettorale personalità notoriamente riformiste quali gli ex presidenti Mohammad Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani e lo stesso candidato ufficiale del fronte moderato Mohammad Reza Aref, benché regolarmente ammesso alla competizione elettorale, si è ritirato in suo favore.

In realtà, la vittoria di Rouhani ha sorpreso non poco gli osservatori internazionali. Dopo anni di strapotere del blocco oltranzista-conservatore, incarnato dall’inquietante personaggio che è stato Mahmud Ahmadinejad, era ipotizzabile una continuità nella successione, ispirata alle linee guida dell’azione politica del presidente uscente: antisionismo radicale; antiamericanismo senza se e senza ma, associato all’idea forte della distruzione globale dell’Occidente nella prospettiva del completo trionfo dell’Islam sulla globalità degli infedeli; sostegno incondizionato ai nemici storici di Israele, di cui si ritiene ineluttabile l’eliminazione, quale Stato sovrano, dalla geografia del Medioriente; accelerazione del programma nucleare iraniano a scopi offensivi. Alla resa dei conti, però, l’intransigenza antioccidentale di Ahmadinejad è costata al suo paese anni di crescente impoverimento, come conseguenza delle sanzioni economiche irrogate dalla Unione Europea e dagli USA. L’effetto del blocco delle esportazioni di petrolio e dei prodotti petrolchimici è stato quantificato, da un rapporto del 2012 dell’Istituto Italiano per il Commercio Estero, in una perdita dell’ 80% delle potenziali entrate. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il tasso di crescita dell’economia dell’Iran, nel 2013, precipita allo 0,09%. Secondo fonte EIU, dell’agosto 2012, la previsione della variazione percentuale reale del PIL si attesterebbe a -1,1. La contrazione della liquidità ha provocato la sensibile diminuzione dell’import anche di beni di prima necessità. Lo standard produttivo valutato, nell’ottobre 2012, a 2,77 milioni di barili estratti al giorno, di cui solo 1 milione destinato all’export, è calato nel 2013 a 700.000 barili, con una perdita netta di entrate giornaliere per 140 milioni di dollari. Anche la stabilità monetaria interna ne ha pesantemente risentito. Il Rial, che è la divisa iraniana, ha subito una consistente svalutazione rispetto al dollaro, passando dal valore di cambio di 13.000 Ri/1$ nel 2011 a 24.816 Ri/1$ al 5 ottobre 2013. Il rapporto di interdipedenza tra il valore della moneta e l’andamento dell’inflazione, ha determinato, nell’ultimo periodo, un’esplosione di quest’ultimo indicatore, calcolato intorno al 40% su base annua, diretta conseguenza del deprezzamento del Rial. è dunque, presumibile che in assenza di una sostanziale inversione di tendenza dell’economia, il tasso d’inflazione sia destinato a salire ulteriormente. A peggiorare le cose, rendendo più complicati e rischiosi i rapporti economici con la Repubblica Islamica, è intervenuta la decisione della Swift, la società interbancaria che regola il sistema finanziario globale, di escludere l’Iran da tutte le transazioni. Conseguenza a valle della crisi economica è stata l’impennata del tasso di disoccupazione, registrato nell’ultimo anno della presidenza di Ahmadinejad. Il Centro Iraniano di Statistica ha stimato che, nell’ultimo quinquennio, un iraniano su 4 ha perso il lavoro.

Attesa, quindi, la condizione di Paese grande produttore di petrolio, il secondo nella classifica dei Paesi associati nell’OPEC con il 10% delle riserve mondiali di greggio (fonte: Ministero Affari Esteri Italia – Enit), la crisi economica è interamente radicata nel terreno della politica e delle relazioni internazionali. L’ isolamento a cui l’Iran di Mahmud Ahmadinejad si è autoconsegnato costituisce la causa prima della debolezza dei principali indicatori macroeconomici. Il riflesso nella tenuta della coesione sociale ne è semplicemente una conseguenza.

è probabile, allora, che il successo, già al primo turno, di un candidato outsider dal profilo dialogante, stia proprio nell’impossibilità della popolazione iraniana di reggere a lungo una condizione di progressivo immiserimento. Alla società civile erede dell’antico Regno di Persia, come pure alla guida suprema, vertice istituzionale della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Khamenei, deve essere parso chiaro che soltanto stabilendo un serio dialogo con l’Amministrazione Americana, il Paese avrebbe potuto risollevarsi dalle sabbie mobili della crisi economica in cui l’oltranzismo radicale dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, l’aveva precipitato.

Ora, Rouhani, dal giorno del suo insediamento avvenuto lo scorso agosto, ha vestito i panni del politico aperto e capace di dialogare con tutti, anche con gli avversari storici. Egli ha detto di volersi impegnare per ottenere la revoca delle sanzioni e il ristabilimento di corretti rapporti commerciali con gli altri Paesi, salvo poi a definire la presenza israeliana a Gerusalemme come “occupazione sionista” e in quanto tale “ la vera piaga che il mondo islamico dovrebbe cancellare”. Non solo. Ha anche dichiarato che gli USA devono continuare ad essere il tradizionale avversario del suo paese, sebbene si debba concepire una forma di rivalità che sia funzionale agli interessi nazionali iraniani. Assolutamente sconcertante. Sa bene però, il signor Rouhani, che non può pretendere “botte piena e moglie ubriaca”. Egli, per raggiungere il suo obiettivo prioritario: l’abolizione dell’embargo commerciale, dovrà dare risposte convincenti, a cominciare dalla questione della corsa al nucleare a cui l’Iran parrebbe non voler rinunciare, a finire alle questioni di politica interna riguardanti il libero esercizio dei diritti civili da parte della popolazione, nonché la liberazione dei detenuti “politici” e dei giornalisti, prigionieri del regime. In quest’ottica, la dichiarazione iraniana per l’appoggio alle politiche ONU di messa al bando delle armi chimiche, è stata giudicata dagli osservatori internazionali un buon primo passo. Ma è evidente che un sol passo non sia di per sé sufficiente ad annullare tutte le diffidenze che permangono quando si tratta di Iran.

L’amministrazione Obama ha concesso un’ importante apertura di credito alla nuova presidenza iraniana accettando di riprendere i negoziati sul programma nucleare dell’Iran con il gruppo dei 5+ 1, a cominciare dal prossimo 15 ottobre a Ginevra. Ma Obama intende anche conoscere le reali intenzioni del neo presidente sul futuro dei rapporti con Israele. Se, cioè, l’Iran del nuovo corso desideri avviare un dialogo con lo Stato ebraico oppure se la pregiudiziale sul diritto dei musulmani all’eliminazione dell’entità sionista sia ancora un pilastro della politica estera di Teheran. Molto del futuro iraniano dipenderà dalla risposta che a questa domanda Rouhani saprà dare.

Chi, però, più di ogni altro manifesta dubbi sull’effettiva volontà di Teheran a cambiare rotta, è il governo israeliano che continua a tenere puntati verso il territorio iraniano i suoi missili a lunga gittata Jericho-3. Il passato di Rouhani, il suo curriculum, e anche il tono ambiguo di sue recenti dichiarazioni, non farebbero ben sperare. Al contrario, inducono le “menti pensanti”- quelle che non sono colpite dalla sindrome del “tutti pazzi per Rouhani” soltanto perché ha detto, lanciando “l’offensiva del sorriso” alle Nazioni Unite: “ Non siamo una minaccia, il nostro nucleare è pacifico, possiamo raggiungere un accordo con gli Stati Uniti - a mostrare assoluta cautela nel valutare le prime uscite del neo presidente. In effetti, per Benjamin Netanyahu, la pratica “Rouhani” non si può considerare chiusa, perché non si è mai aperta. L’ambiguità sorniona del nuovo presidente ha spinto il premier israeliano a dichiarare con toni perentori che solo “quando i dirigenti iraniani cesseranno di invocare la distruzione dello Stato ebraico, allora la delegazione isreliana ascolterà i loro discorsi.” L’altro fronte su cui l‘ Iran svolge una parte da protagonista è quello della guerra civile in Siria. In realtà, Teheran copre nella vicenda un doppio ruolo. Il primo, diretto, si configura nella sua posizione di Lord protettore, insieme con la Russia, del regime di Bashar Al –Assad. Il secondo, indiretto, si concreta nel sostegno che esso assicura alle milizie libanesi Hezbollah, impegnate anche loro nella guerra civile al fianco delle truppe dell’esercito regolare di Damasco. La partita siriana, per Teheran, ha valore strategico, perché rappresenta l’opportunità di provare a distanza di sicurezza il braccio di ferro con la componente sunnita dell’islamismo, interdittore da sempre delle ambizioni dell’Iran sciita nella regione mediorientale. Non è un caso, infatti, che le maggiori dinastie del petrolio, insieme con la Turchia, diretto competitor siriano, siano tutte schierate dalla parte dei ribelli. Inoltre, Teheran prova, con la partecipazione al conflitto, a ritagliarsi uno spazio di manovra politica proporzionato al ruolo, storicamente ambìto, di potenza ultraregionale anche in assenza, al momento, del possesso di quell’armamento nucleare che le conferirebbe ben altro peso strategico. A rafforzare la posizione iraniana nella partita siriana ha contribuito il fatto che l’amministrazione Obama, dopo aver urlato ai quattro venti l’intenzione di intervenire militarmente contro Bashar Al Assad, reo per gli americani di aver fatto uso di armi chimiche in un assalto, avvenuto lo scorso 21 agosto, a una roccaforte dei ribelli individuata nei sobborghi di Damasco, abbia poi accettato la soluzione negoziata proposta dalla Russia, dando alla comunità internazionale l’impressione di essere un molosso con un gran vocione, utile per abbaiare, ma con nessuna voglia di mordere.

Il vero nodo, dunque, sta proprio nel capire cosa l’Iran intenda fare rispetto alla politica di proliferazione nucleare da tempo perseguita da tutti i governi che si sono succeduti. Non è questione accademica. Al contrario, su questo interrogativo ruota il futuro non soltanto della regione mediorientale, ma dell’intero quadrante mediterraneo. è di tutta evidenza che Israele non resterà a guardare l’escalation nucleare di Teheran. Il premier Netanyahu è stato chiarissimo sul punto. In occasione del messaggio augurale per il capodanno ebraico, il Rosh HaShanah, ricorrenza caduta il 4 settembre del nostro calendario, egli ha affermato, senza giri di parole, di non ritenere accettabile che il più pericoloso regime del mondo si doti dell’ arma più pericolosa al mondo: “essi devono essere fermati”. Dunque, la posizione della leadership israeliana non presta il fianco a ulteriori interpretazioni. Il governo di Gerusalemme esorta la comunità internazionale a frenare la rincorsa iraniana al nucleare, diversamente saranno gli stessi israeliani a pensarci.

è tempo, dunque, che l’Occidente chieda conto al regime iraniano delle sue reali intenzioni. Ma che non ci si limiti alle parole. E’indispensabile che ad esse seguano comportamenti concludenti. Se così non dovesse essere dovremo arrenderci all’idea che in Iran nulla sia cambiato. E che non vi sia niente e nessuno di cui fidarsi. A maggior ragione, non ci si può fidare dei sorrisi suadenti dell’imbonitore di turno.

Hassan Rouhani è un chierico che ha per stella a illuminare il suo cammino l’ombra lunga del defunto Ayatollah Khomeini, di cui fu discepolo e sodale. Scettico, allora, sulle buone intenzioni dichiarate dal signor Rouhani? Certo che sì! Personalmente non credo alla solidità dei buoni propositi di chi attribuisce il merito della propria vittoria elettorale agli effetti di un’intransigente religiosità. Di sicuro c’è che proprio non la comprerei un auto usata da uno così.
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1
Ci sono  Persone collegate

< agosto 2022 >
L
M
M
G
V
S
D
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
       
             

Cerca per parola chiave
 

Titolo
ATTUALITÀ (13)
MASSONERIA (3)
TRADIZIONE (2)


Aprile 2013
Maggio 2013
Giugno 2013
Luglio 2013
Agosto 2013
Settembre 2013
Ottobre 2013
Novembre 2013
Dicembre 2013
Gennaio 2014
Febbraio 2014
Marzo 2014
Aprile 2014
Maggio 2014
Giugno 2014
Luglio 2014
Agosto 2014
Settembre 2014
Ottobre 2014
Novembre 2014
Dicembre 2014
Gennaio 2015
Febbraio 2015
Marzo 2015
Aprile 2015
Maggio 2015
Giugno 2015
Luglio 2015
Agosto 2015
Settembre 2015
Ottobre 2015
Novembre 2015
Dicembre 2015
Gennaio 2016
Febbraio 2016
Marzo 2016
Aprile 2016
Maggio 2016
Giugno 2016
Luglio 2016
Agosto 2016
Settembre 2016
Ottobre 2016
Novembre 2016
Dicembre 2016
Gennaio 2017
Febbraio 2017
Marzo 2017
Aprile 2017
Maggio 2017
Giugno 2017
Luglio 2017
Agosto 2017
Settembre 2017
Ottobre 2017
Novembre 2017
Dicembre 2017
Gennaio 2018
Febbraio 2018
Marzo 2018
Aprile 2018
Maggio 2018
Giugno 2018
Luglio 2018
Agosto 2018
Settembre 2018
Ottobre 2018
Novembre 2018
Dicembre 2018
Gennaio 2019
Febbraio 2019
Marzo 2019
Aprile 2019
Maggio 2019
Giugno 2019
Luglio 2019
Agosto 2019
Settembre 2019
Ottobre 2019
Novembre 2019
Dicembre 2019
Gennaio 2020
Febbraio 2020
Marzo 2020
Aprile 2020
Maggio 2020
Giugno 2020
Luglio 2020
Agosto 2020
Settembre 2020
Ottobre 2020
Novembre 2020
Dicembre 2020
Gennaio 2021
Febbraio 2021
Marzo 2021
Aprile 2021
Maggio 2021
Giugno 2021
Luglio 2021
Agosto 2021
Settembre 2021
Ottobre 2021
Novembre 2021
Dicembre 2021
Gennaio 2022
Febbraio 2022
Marzo 2022
Aprile 2022
Maggio 2022
Giugno 2022
Luglio 2022
Agosto 2022

Gli interventi più cliccati

Titolo
Asgard (2)
immagini (17)

Le fotografie più cliccate

Titolo
Nessun sondaggio disponibile.

Titolo
Ascolta
Musica...

Leggi
Libri...

Guarda
Film...




19/08/2022 @ 11:04:07
script eseguito in 319 ms