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I cambiamenti di luogo non rendono intelligente chi è stupido.

(Biante di Priene)
 
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 27/06/2014 @ 09:45:00, in ATTUALITÀ, linkato 632 volte)
di Mario Mancini

Ormai non c'è da meravigliarsi più di nulla. Non c'è limite alle nefandezze che ci tocca sentire e - quel che è peggio - ci tocca subire, con la conseguenza che ci tocca pagare. Mi spiego meglio. Siamo arrivati ad un punto dove la pressione fiscale è diventata insopportabile. Si parla di miliardi di tasse come se fossero bruscolini. Si parla di miliardi di evasione fiscale come se fosse la cosa più naturale al mondo. Si parla del malaffare, oltreché di uomini di affari, di uomini politici (che poi politici non sono, ma scaldano solo le poltrone dei politici), che con artifici e raggiri (in campo penale si configura il "reato di truffa", art. 640 c.p.) anche maldestri (vedi, tra gli altri, rimborsi spese per acquisti di tartufi, creme da barba, pannolini per signora, mutande verdi etc.) truffano lo Stato e quindi noi. A questi sprechi, eclatanti, vanno aggiunte tutte le spese per mantenere le operazioni umanitarie nel mondo (rectius guerre), spese sempre a carico della comunità.

A tutte queste spese "indispensabili" dobbiamo aggiungere le varie trattenute fiscali quali: il cinque per mille per le Onlus e l'otto per mille per le varie Chiese, tra le quali la Chiesa cattolica, che, nella fattispecie, fa la parte da leone, rastrellando svariate centinaia di milioni dalle imposte che, ovviamente, escono dalle tasche dei contribuenti.

Ora non sto a polemizzare sui vari spot televisivi che la Chiesa fa passare quotidianamente (e non credo che vengano trasmessi a titolo gratuito...). Mi chiederete il perché di tutto questo panegirico (credo ben noto ai più). La risposta è semplice, nel senso che leggendo un settimanale a tiratura nazionale ho notato un trafiletto dal titolo “Ma quante diocesi in bancarotta”. Riporto qui una parte dell'articolo riguardante la diocesi di Terni, che rende l'idea più di ogni altra spiegazione: ...Ancora più grave la situazione a Terni dove la diocesi ha debiti per circa 20 milioni (di euro) sui quali indaga la magistratura italiana che ha arrestato l'economo e il direttore tecnico della curia. La Cei si è impegnata a coprire 10 milioni di debiti, con anticipazioni sulle somme dovute per l'8 per mille, mentre lo IOR coprirà la cifra restante (...).

In poche parole, questa parte di debiti della curia di Terni li paga la Chiesa con i proventi dell'otto per mille, che a loro volta sono proventi che escono dalle tasche dei contribuenti italiani. Chissà quante curie di Terni ci sono in Italia! Chissà quante curie di Terni non verranno mai giudizialmente alla luce. Chissà quante malefatte continuerà a perpetrare alle spalle degli ignavi italiani il malaffare della Chiesa!

Vale la spesa di continuare a versare alle casse del Vaticano (stato straniero) tutta questa valanga di quattrini? Qui prodest?
 
Di Admin (del 23/04/2014 @ 15:31:29, in ATTUALITÀ, linkato 818 volte)
di Cristofaro Sola

Si scrive su molti quotidiani di quanto Putin piaccia alle destre. è così? Può darsi. Nella cosmogonia della Destra italiana, in particolare, c’è stato sempre spazio per il mito dell’uomo forte. L’attrazione che il fascismo esercitò sulla gran parte della popolazione italiana era connessa alla figura dell'“uomo forte” al comando, molto più di quanto avessero realmente inciso le idee guida dell’ideologia fascista.

Bettino Craxi si tende a ricordarlo per la vicenda di Sigonella invece che per le estenuanti “guerre di movimento” ingaggiate, per oltre un decennio, con i suoi alleati di governo. E cosa si dice oggi di Renzi? Le vecchie volpi della comunicazione preferiscono porre l’accento sulla novità del personaggio, per non dover pronunciare l’aggettivo che hanno in punta di lingua: forte.

Il leader delle nuova Russia non fa mistero di considerarsi un portatore di valori tradizionali. La sua personalità rimanda, sebbene in una versione adattata alla odierna realtà, all’archetipo del “Re del Mondo” della Tradizione nelle cui mani si riassume una sorta di potere pontificale, che fonde l’elemento della Pace con il principio di Giustizia. Il leader russo, per molti versi, si presenta agli occhi delle correnti iniziatiche che hanno profondamente irrorato il campo del Pensiero occidentale, pre e post illuminista, come una figura polare, un centro intorno al quale ruota un mondo. è la mitologia del “defensor civitatis”, tornato a vivere nel nostro tempo storico, per sostenere la conservazione di valori tradizionali altrimenti attaccabili da una modernità massificante e nichilista. In realtà, ciò che fa breccia nel cuore degli uomini e delle donne di destra è proprio l’orgoglio che il leader mostra nel dichiararsi portatore di princìpi non negoziabili come nessun altro leader del nostro emisfero oserebbe fare. Putin non è simpatico, e non credo faccia alcunché per esserlo. Ha il suo mondo nel quale trovano posto, con pari dignità, l’esaltazione della forza fisica, l’accentuata caratterizzazione di genere, la passione per la natura e la ricerca della bellezza nella Creazione. Vi è in lui una religiosità a tratti pagana, che lo lega alla terra e alla stirpe. Anche la fede, che sembra possedere, incrocia un principio identitario non derogabile, nel quale l’individuo Putin si sente a proprio agio.

Uno fatto così, a questo Occidente conquistato dai relativismi di tutti i tipi, imbevuto di “pensiero debole”, di fatto incamminato sulla strada postmoderna della società liquida, appare come un alieno, un reperto della preistoria venuto alla luce per effetto dello scongelamento dei ghiacci siberiani. Per questo piace solo agli uomini della Tradizione. E non è un caso. Nel tradizionalismo ideologico albergano sentimenti di assoluta devozione per la espressione concettuale della forza. Si può dire che nel pensiero politico della destra radicale sia presente un’estetica della forza che si trasmuta in potere della decisione, secondo la declinazione schmittiana. Questa idea sarebbe probabilmente piaciuta molto a qualche antenato del pensiero tradizionale.

Sarebbe, dunque, salutare per le destre italiane guardare con maggiore riguardo alle mosse politiche e ideologiche del leader Putin, cercando una volta tanto di non disporsi a uso di zerbino per obbedire, passivamente, ai “desiderata” che giungono dalla parte occidentale dell’emisfero boreale. Da quel centro polare di ideologia consumistica, di riduzione dell’“homo philosophicus” a “homo consumptor”, da quella società che non sa fare a meno del suo credo inviolabile: il liberismo selvaggio declinato con il turbo-capitalismo. Non dimentichiamo che la patria del demone dell’economia, sovrano incontrastato dell’età oscura, del Kaliyuga, è a Ovest, là dove l’astro supremo tramonta. Là, il turbo-capitalismo ha somministrato il suo veleno in maggior dose. Ma ha contaminato anche la nostra civiltà al punto che il nostro Paese sta vivendo una lenta agonia dalla quale è difficile tornare. Allora guardiamo a Oriente. è là che il sole sorge, dall’alba dei tempi. Da quell’orizzonte sorgerà ancora l’astro della Tradizione.
 
Di Admin (del 20/02/2014 @ 18:28:47, in ATTUALITÀ, linkato 640 volte)
di Riccardo Fucile

Chi perde il lavoro e non riesce a pagare l'affitto è costretto a lasciare la casa per morosità. I più fortunati si fanno ospitare da parenti e amici, ma c’è anche chi finisce a dormire in auto o a mettersi in coda fuori dai dormitori pubblici.
I sindacati inquilini calcolano che, nelle ultime settimane, a Milano 250 famiglie sfrattate siano «per strada», nella vasta gamma di sfumature che questo concetto può avere. è fine carattere maiuscolo = un problema che coinvolge 12.000 famiglie in città. Le varie organizzazioni sindacali hanno chiesto che ci sia una programmazione degli sfratti in modo da evitare che chi viene sgomberato finisca in strada. Se manca l’alloggio da assegnare, bisognerebbe attendere a eseguire lo sfratto. Lo consente una normativa sulla “morosità incolpevole”, cioè quella causata dalla perdita del reddito da parte dell’inquilino.
"Qui non stiamo parlando di gente che ne approfitta, ma di famiglie che hanno perso il lavoro per la crisi e che non sono in grado di far fronte al canone", spiegano gi esperti.
Si è inceppato il meccanismo di assegnazione “in emergenza” agli sfrattati delle case comunali.
Fino all’anno scorso potevano passare pochi giorni o al massimo qualche settimana fra lo sfratto e la concessione di un alloggio popolare alle famiglie già in graduatoria per lo stato di necessità, ma dalla fine del 2013 la situazione nel capoluogo lombardo si è capovolta. Delle 250 famiglie che a Milano sono già state messe in mezzo alla strada con la forza pubblica, senza alcuna soluzione alternativa, circa 150 hanno l’assegnazione di un alloggio popolare, ma solo sulla carta. Sono in graduatoria, ma nella realtà non hanno ricevuto alcuna offerta... e l’attesa si può prolungare per mesi, perché di alloggi disponibili da assegnare non ce n’è.
E la stessa cosa accade in quasi tutte le parti d'Italia, determinando una situazione sempre più drammatica e pericolosa dal punto di vista sociale, a fronte della quale lo Stato non ha saputo né prevedere, né programmare alcun serio intervento di edilizia popolare: gli ultimi sono stati quelli del periodo fascista e dell'immediato dopoguerra, poi il vuoto assoluto, salvo qualche speculazione con orridi dormitori di periferia.
E il fatto che nei programmi di governo il tema sia assente non depone certo a favore della lungimiranza della nostra classe politica. Salvo poi farsi trovare impreparati a gestire le emergenze.
 
Di Admin (del 11/01/2014 @ 16:48:31, in ATTUALITÀ, linkato 633 volte)
di Mario Mancini

Ciclicamente, ma ormai sempre più sovente, si sente parlare del malaffare di uomini politici e dei delinquenti ad essi vicini. Non dico che ci si faccia l'abitudine, ma certamente il costante ripetersi di tante connivenze e corruzioni distrae il cittadino dal soffermarsi adeguatamente sui misfatti.
In concreto, mi riferisco ad un ex Ministro della Repubblica il quale ha acquistato un immobile di pregio nella Capitale, ma, poverino, non si è accorto che il prezzo o parte di esso è stato pagato alle venditrici da un “terzo”, il quale ha provveduto, sempre ad insaputa dell'ex Ministro, anche alla ristrutturazione. Casualmente, sempre il suddetto “terzo” si è reso aggiudicatario di un cospicuo appalto multi-milionario.

E fin qui, niente di nuovo, nel senso che casi di corruzioni, quasi sempre impuniti, se ne sentono quotidianamente. Quel che sconcerta è la faccia tosta del distratto Ministro nell'asserire che lui non ne sapeva niente, che il tutto è stato compiuto a sua insaputa, tesi confermata, proditoriamente, anche dal su avvocato, Elisabetta Busuito, la quale ha ribadito che il fatto non sussiste (sic!)... ma qualcuno sarà pur andato a firmare l'atto di compravendita dal notaio?

Non sono qui per giudicare, perché non è il mio compito, ma mi chiedo in quali mani sono poste le sorti del nostro Paese, considerato che questo non è l'unico “stupido” che ci governa (o meglio, ci ha governato). E a proposito del termine “stupido”, che deriva dal latino stùpeo (ossia, “son stordito, resto attonito”), mi reca gioia citare un pensiero di Albert Einstein: “Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana. Della prima non sono sicuro”.
Tutto questo è per far capire che non abbiamo l'anello al naso, che non siamo completamente incapaci di intendere e di assistere allo scempio di certe sconcezze, ma che la nostra fiducia in quelli che sono gli organi umani giudicanti e gli strumenti messi a loro disposizione sovente ci lasciano perplessi. Pertanto, concludendo, vorrei proporre l'introduzione nel nostro sistema di Leggi il reato di “stupidità”, nel senso che ogni qualvolta si presenta un caso simile a quello del nostro ex Ministro venisse applica una pena di reclusione pari all'ergastolo, in quanto chi è stupido, stupido rimane e, purtroppo, per tutta la vita.
 
Di Admin (del 23/12/2013 @ 14:22:40, in ATTUALITÀ, linkato 672 volte)
di Riccardo Fucile

La denuncia di Federalberghi: "32 milioni non possono permettersi una vacanza"... le carenze del Sistema Italia.

Secondo Federalberghi saranno 12 milioni gli italiani che faranno una vacanza tra Natale e Capodanno, dato che, raffrontato al 2012, segna una flessione del 3%. Ciò vuol dire che i restanti 48 milioni di italiani non si sposteranno da casa durante le festività e di essi addirittura 32 milioni non lo faranno per motivi economici. In particolare, a Natale la flessione di italiani in movimento sarà dell'8% (da 6,6 milioni del 2012 a 6,07 milioni di quest'anno), con la stragrande maggioranza che rimarrà in Italia ed alloggerà, per economizzare, in casa di parenti o amici, mentre a Capodanno si muoveranno quasi 6 milioni di connazionali rispetto ai 5,8 milioni del 2012 (+3%), con un incremento di italiani che andranno all'estero "spinti probabilmente - secondo Federalberghi - da tariffe più vantaggiose che non risentono del clima di oppressione fiscale nel quale le nostre aziende si trovano a lavorare".

"Un dato su tutti è quello che spaventa: oltre un italiano su due si dichiara in povertà turistica non potendosi permettere nemmeno una notte fuori casa durante le imminenti festività", commenta il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alla lettura dei risultati dell'indagine previsionale sulle vacanze di Natale e Capodanno degli italiani, realizzata con il supporto dell'istituto ACS Marketing Solutions.
"A questo punto è indispensabile - sottolinea Bocca - che governo e parlamento decidano una strategia comune per far rivedere la luce ad uno dei settori maggiormente trainanti l'economia nazionale e confidiamo che, subito dopo la pausa natalizia, veda la luce il decreto "valore turismo", per iniziare a dare risposte concrete alle imprese ed al mercato. Tra le misure che chiediamo con forza - elenca Bocca - ci sono sicuramente quelle di sostegno all'innovazione, alla riqualificazione ed alla promozione, nonché di contrasto all'abusivismo ed alla concorrenza sleale, vera piaga che sta inquinando il mercato, invaso da migliaia di camere vendute da soggetti che non applicano i contratti di lavoro, non pagano le tasse, non rispettano le leggi".

I dati in costante flessione costituiscono l'ennesimo campanello d'allarme in un settore che dovrebbe fungere da traino per l'economia di un Paese ad alta attrazione turistica e culturale, il più ricco al mondo di opere e città d'arte. Non giovano certo da richiamo sui media stranieri le notizie dei crolli a Pompei o il fatto che occorrano anni per rendere visibili al pubblico i bronzi di Riace, tanto per citare gli esempi più recenti. La costante mancanza di fondi pubblici determina un progressivo degrado di opere d'arte che farebbero invidia a molti Paesi, mentre in Italia finiscono spesso appilate negli scantinati dei musei, invisibili al pubblico. Qualcosa si è fatto, ma troppo resta ancora da fare, anche in termini di riqualificazione della recezione alberghiera e di tutela ambientale, presupposto per richiamare turismo di qualità.
Il decentramento delle aziende turistiche ha fatto venir meno una regia nazionale che sarebbe invece necessaria, sia per acquisire nuovi flussi turistici che per coordinare la iniziative regionali e locali.
Anche questo settore soffre, evidentemente, della crisi economica, ma la riduzione del turismo interno potrebbe essere compensato dalla presenza di nuovi mercati: si pensi alla Russia e all'enorme potenziale cinese.
E lo stesso mercato interno avrebbe bisogno di "promozioni", abbinate ad eventi di rilievo, fornendo una serie di reativi servizi. Tutte iniziative che richiedono una cabina di regia snella, non burocratizzata, presente sul mercato estero in modo puntuale e flessibile. Aspetti che vengono ancor oggi lasciati alla libera iniziativa di singoli imprenditori turistici, spesso in modo scoordinato.
In fondo la gestione dei flussi turistici è l'amblema del nostro Paese: si subiscono le scelte, raramente si promuovono e indirizzano.
Ci si dimentica di settori che potrebbero creare occupazione, privandoli di strumenti e risorse, salvo poi contabilizzare le immancabili perdite.
 
Di rino (del 12/12/2013 @ 13:57:21, in ATTUALITÀ, linkato 1238 volte)
di Cristofaro Sola

L’evolversi della politica interna italiana ci consente di avere un quadro molto chiaro di ciò che accadrà fra qualche tempo. Non saprei dire se l’elezione di Renzi alla segreteria del PD determini l’automatica fine dell’esperienza del governo Letta e delle sue “piccole intese”. è possibile ritenere che si vada al voto in primavera, ma non è affatto certo. Anzi, se dovessi scommettere punterei una grossa cifra sul galleggiamento di questo dicastero che, dopo la “mossa” di Berlusconi tesa a renderlo asfittico, ha assunto un profilo simile a quello dei governi balneari della “Prima Repubblica”, con l’aggravante di essere fuori stagione. In realtà, appare certo che il Paese sia entrato sì in una fase di clima pre-elettorale, ma non sarebbe per le auspicate consultazioni nazionali. Piuttosto, nel piatto c’è la disputa della partita europea. E questo, a mio parere, non deve affatto dispiacere, perché, forse per la prima volta nella storia della vicenda elettorale continentale, si presenta l’occasione di dire con chiarezza agli elettori degli altri Paesi quale Europa noi italiani vorremmo consegnare alle future generazioni. Soprattutto, i nostri concittadini hanno la possibilità di esprimersi con un tratto di penna su ciò che non vogliono più. Possono levarsi e dire a piena voce che un’Europa fatta a immagine e somiglianza delle politiche particolaristiche del “fronte Nord” dei Paesi “dell’area euro”, guidati da un’ intransigente Germania, non va bene. Possono dire che l’Austerity, voluta dalle autorità centrali per assicurare stabilità alla moneta unica funziona ed è virtuosa fin quando reca benessere e prosperità agli amministrati. Quando, invece, quelle stesse politiche filtrate attraverso l’assoluta rigidità delle regole formali provocano disagio sociale diffuso, inducono alla sfiducia per il futuro, annichilendo la naturale vocazione di ogni essere umano a progredire nella sua condizione di cittadino e di produttore, è necessario che esse vengano interrotte e si cambi strada. La storia del nostro continente ci ha insegnato che, sottoponendo le popolazioni degli Stati alla pressione di ingiuste costrizioni o di governi oppressori, esasperando le condizioni di vita della gente comune, consentendo il dilagare della miseria, si è giunti a vivere il dramma delle esplosioni rivoluzionarie, dove sangue e terrore hanno fatto da contrappeso all’arroganza dei potentati di tutti i generi. Molto si è combattuto e molto si è sofferto nelle contrade d’Europa. E il solo fatto di trovarci nella modernità dello Stato liberale-costituzionale, a impronta democratica, non basta di per sé a renderci immuni dal ritorno di un discusso passato. Parossismo? Può darsi. Enfasi letteraria? è possibile. Tuttavia questa riflessione incrocia fatti inoppugnabili.

Nell’Europa degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi di sistema indotta delle regole europee sta crescendo un sentimento autenticamente “anti”. Tale sentimento ha trovato modo di canalizzarsi verso nuove forme organizzate di offerta politica. In Grecia, il partito di “Alba Dorata” guidato da Nikólaos Michaloliákos, ha portato nelle ultime elezioni nazionali del giugno 2012 un gruppo di 18 deputati a sedere nel Parlamento greco. I cardini della politica di Alba Dorata sono la lotta alla disoccupazione, la lotta all’austerity voluta dall’Europa e la lotta all’immigrazione. In sostanza, un movimento politico a vocazione totalitarista si presenta e raccoglie voti su una piattaforma programmatica che difficilmente può esser bollata come irricevibile da quanti soffrono degli stessi problemi a cui soggiace da qualche anno il popolo greco. In Ungheria, invece, il Partito Jobbik (17% dei seggi al Parlamento nazionale), per bocca di un suo non isolato rappresentante, ha proposto di stilare liste di ebrei che rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale. Soltanto qualche giorno fa nella Slovacchia centrale è stato eletto governatore della regione Banska Bystrica, Marian Kotleba, esponente del nazionalismo estremista del partito “La nostra Slovacchia”, noto per le sue battaglie anti-rom; Kotleba è stato messo all’indice per aver definito “criminali” i rom del suo Paese. Confesso che, personalmente, ho definito molto peggio i giovani rom (l’etnia mi è stata comunicata dai Carabinieri che hanno individuato il gruppo di malviventi) che lo scorso mese, penetrando nella mia abitazione, hanno provveduto a ripulirci dei nostri averi e dei ricordi di una vita.

Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il sentimento antieuropeo si sia radicalizzato nella parte meridionale e orientale del continente. In effetti, ancor prima che l’estremismo politico incominciasse a raccogliere frutti nelle aree della crisi, movimenti xenofobi hanno consolidato la loro presenza all’interno delle rappresentanze parlamentari di quasi tutti i Paesi del progredito Nord dell’Europa. In Finlandia, un quinto dei seggi parlamentari è andato al partito dei “Veri Finlandesi”. Nella scettica Gran Bretagna ottiene consensi il partito anti-europeista Ukip guidato da Nigel Farage, che noi ricordiamo bene per il fatto che, senza mezze misure, ci ha sbattuto in faccia una verità che non ci piace ascoltare: che l’Italia negli ultimi anni è diventata una colonia della Germania. In Austria, alle ultime elezioni dello scorso settembre, il Fpoe, il partito xenofobo di Heinz-Christian Strache, successore di Joerg Haider, ha riscosso un notevole consenso elettorale. In Olanda il partito di estrema destra PVV, attraverso il suo leader, Geert Wilders, da tempo punta la sua politica sulla proposta di referendum per far uscire l’Olanda dall’area euro. Le argomentazioni a sostegno sono elementari: a fronte di benefici pari a € 800 procapite, ogni cittadino olandese subisce una perdita pari a € 2.700, causata dalla necessità di contribuire al salvataggio degli altri partner insolventi. Messa così, una causa referendaria sarebbe una passeggiata per i proponenti.

Ma il Paese dove sta montando un’onda anti-europeista significativa è certamente la Francia. I sondaggi indicano il partito patriottico di Marine Le Pen, il “Front National”, al primo posto nel gradimento degli elettori. Marine ha idee chiarissime sull’Europa. Il suo programma si fonda su quattro pilastri: la fine dello spazio di Schengen, l’addio all’euro, il patriottismo economico e la superiorità del diritto nazionale sulle direttive europee. In caso di vittoria alle elezioni nazionali sarà lei a dire alla UE: “prendere o lasciare”, perché, sostiene Marine, “la maggioranza dei miei compatrioti non vuole morire in questo magma informe chiamato Europa”. E le vuoi dare torto?

In questo scenario fluido anche in Italia qualcosa di interessante accade. A parte le scontate posizioni populiste della Lega e, oggi, del Movimento 5stelle, altri soggetti si candidano a drenare il voto di protesta che potrà uscire dalle urne europee. All’estrema destra è annunciata la presenza in campo di CasaPound, la cui performance elettorale stupirà molti osservatori e analisti politici. Sono giovani e sono attivissimi nel sociale. Sarebbe un grave errore sottovalutarli rappresentandoli in maniera caricaturale, “tutto caschi, saluto romano e manganelli”. Per queste fondate ragioni, il fatto che Berlusconi si sia liberato dei legacci che lo costringevano al sostegno forzoso all’imbelle governo dei “reduci” della Democrazia Cristiana, indica che si guarda a una campagna elettorale giocata tutta all’attacco. Sarà il momento giusto per raccontare agli italiani la verità su quello che è successo, dalla sciagura dell’ultima guerra di Libia in avanti. Se occorre, bisognerà saper fare autocritica per gli errori commessi e per le debolezze, troppe, mostrate. Ora la Destra può depurarsi di quella desinenza centrista che, con la crisi strutturale in atto, non ha alcun senso che la si continui a declinare nelle forme del moderatismo politico. L’immiserimento complessivo della società, accompagnato dal crescere di un progressivo senso di perdita e di sfiducia per il futuro, fa sì che il ceto medio riscopra un piglio radicale, e forse estremista, certamente sopito negli anni dell’illusione ottica del benessere raggiunto e consolidato per l’eternità. L’uomo della strada avverte la minaccia della concorrenza di interessi estranei che gli proviene da un mondo globalizzato, ben oltre il dominio dell’economia e dei mercati. E intende farvi muro.

Ora, se l’offerta politica della Destra ritrovata saprà essere convincente, se saranno dette cose chiare e fondate sul rapporto di forza con la Germania e con le democrazie del Nord, all’interno delle dinamiche d’indirizzo della strategia unitaria della UE, se sarà risvegliato l’orgoglio nazionale in funzione costruttiva e di recupero delle posizioni perdute, sarà reso un immenso servigio al Paese e alla causa della democrazia. Diversamente, vi è il concreto rischio che alla massa degli astensionisti si uniranno coloro che esprimeranno un voto di pura e semplice protesta. E allora cosa accadrà? Succederà che quei voti saranno posti su un binario morto. Il resto dei voti si concentrerà al centro sui due maggiori raggruppamenti, cioè sul Partito Popolare Europeo e sul Partito Socialista Europeo. Saranno queste due realtà, dirette principalmente da leader di provenienza settentrionale, a decidere sul nostro futuro. E come sempre saremo soltanto noi, popolo delle classi medie e meno abbienti, i destinatari delle nuove obbligazioni che intenderanno porre in capo ai già esangui Stati nazionali.

Se la Destra italiana intende restare nell’area politica del PPE, allora è indispensabile che vi permanga avendo però un peso decisionale di qualche rilievo. Diversamente, dirsi a tutti i costi Popolari europei per essere trattati da paria, francamente non credo abbia senso compiuto.
 
Di Admin (del 05/12/2013 @ 13:08:14, in ATTUALITÀ, linkato 756 volte)
di Riccardo Fucile

Su un giornale economico pochi giorni fa si poteva leggere che in Italia i salari sono a picco, che un milione di under 30 sono senza lavoro, che persino Spagna, Portogallo e Irlanda fanno meglio di noi e che in Europa costituiamo un'anomalia, in quanto siamo l'unico Paese che non aggancia la ripresa. Il concetto "figurato" che stiamo "perdendo il treno": in ricordo, forse, del nostro sistema ferroviario, costituito da un lato da decantate frecce rosse ad alta velocità, dall'altro da treni fatiscenti per pendolari soggetti ogni giorno a "soppressioni" misteriose.

Una delle tante contraddizioni del sistema Italia: l'a.d. delle ferrovie Moretti ci ricorda che i treni dei pendolari non sono "produttivi", quindi giusto tagliare. Siamo arrivati al concetto di "taglio sociale" dei servizi: non si investe laddove non si prevedono utili. Quindi, ci si lamenta dei trasporti pubblici locali, si parla a vanvera di privatizzazioni (trovate un folle intenzionato ad investire in una municipalizzata...) e si riesce solo a determinare uno scontro tra aziende e utenti colpiti dal disservizio.

In un Paese dove la Corte dei Conti ci rammenta che il costo della corruzione nella pubblica amministrazione è di circa 60 miliardi l'anno, l'evasione fiscale intorno ai 150 miliardi l'anno e il fatturato della malavita organizzata di 200 miliardi l'anno, i vari governi pensano bene non di incidere sul malaffare, ma di tagliare a casaccio, dai servizi sanitari alla benzina delle "volanti", dalle indicizzazioni degli stipendi statali ai servizi sociali, alle pensioni.

Siamo il Paese che si lamenta della scarsa presenza delle forze dell'ordine in aree metropolitane a rischio, salvo ridurre dal 1° gennaio di 15.000 unità l'organico; garantiamo la cassa integrazione a determinate categorie di lavoratori, ma non ad altri; trasformiamo demagogicamente una tassa sulla casa in un agglomerato di tributi dai nomi improbabili per mimetizzarla; ci lamentiamo di chi non rilascia lo scontrino, salvo protestare contro i blitz a Cortina della G.d.f.

Se non esistessero decine di migliaia di italiani dediti al volontariato, gli 8 milioni di connazionali sotto la soglia di povertà sarebbero senza assistenza, perché i Comuni, strangolati dai tagli statali, non hanno più fondi a sufficienza per sostenerli. In un quadro di questo genere, ce lo vedete il nostro Paese "afferrare la ripresa"? Se poi aggiungiamo una classe politica litigiosa e pavida, capace solo di urlare proposte spesso demagogiche e irrealizzabili, alla perenne ricerca di consenso, ma mai in grado di decidere e incidere, il quadro è completo.

Forse, ci vorrebbe il coraggio di ammettere che la prima contraddizione sta anche negli italiani, incapaci di autocritica e di un serio esame di coscienza. Vi sono Paesi in cui tutti remano nella stessa direzione, tutti sono pronti a sacrifici e a una reale solidarietà in vista di un traguardo comune. Purtroppo, da noi si è abituati a guardare le magagne nel giardino del vicino, mai nel proprio; si critica la classe dirigente, salvo poi, arrivati a quel posto, mutuarne i difetti. Forse il treno della ripresa passa proprio da noi stessi e dalla nostra volontà o meno di riscatto.

Si tratta solo di accorgersene in tempo, soprattutto quando questo sta per scadere. E sta per scoccare l'ultimo giro.
 
Di rino (del 26/11/2013 @ 15:41:10, in ATTUALITÀ, linkato 772 volte)
Di Cristofaro Sola

A quanto pare, il gruppo dei cosiddetti 5+1 è riuscito a raggiungere un primo accordo sul nucleare iraniano. Il “First Step Understandings”, è articolato in alcuni punti che servono a mettere in chiaro cosa potrà e cosa non potrà fare l’Iran in materia di corsa al nucleare. Sicuramente, l’Iran dovrà sospendere le attività di arricchimento dell’uranio oltre la soglia-limite del 5%. Ciò significa che, al di sotto della percentuale che fissa il discrimine tra energia nucleare da destinare a scopi pacifici e quella invece prodotta per finalità belliche, Teheran è libera di procedere indisturbata. Inoltre, l’Iran dovrà procedere alla neutralizzazione delle scorte già arricchite al 20%, secondo un procedimento che i locandieri disonesti conoscono bene: diluendo il prodotto fino a portarlo alla soglia consentita del 5%. Ciò vuol dire che Teheran non è costretta a rinunciare a ciò che ha, dovendosi limitare a trasformarlo. Non potrà installare nuove centrifughe. Potrà, però, continuarne la produzione per la quantità limitata alla sostituzione di quelle vetuste o danneggiate. Dovrà sospendere la ricerca sullo stock di uranio arricchito al 3,5%. In compenso non sarà costretta a neutralizzarlo potendolo convertire in ossido. Nel reattore di Arak non sarà incrementata la produzione di plutonio, ma l’impianto resterà funzionante. Agli ispettori dell’Agenzia atomica dell’ONU, AIEA, sarà consentito il diritto di visita agli impianti di Natanz e Fordow e di monitoraggio quotidiano su tutte le attività del ciclo produttivo dell’uranio arricchito: dalle visite alle miniere, ai “mulini” di lavorazione, agli impianti di assemblaggio delle centrifughe e a quelli di stoccaggio. La funzione ispettiva, però, non sarà insindacabile. Ad affiancare l’ AIEA vi sarà una commissione congiunta formata da rappresentati di tutte le parti contraenti l’accordo, Iran compreso.

In contropartita il Paese del Golfo Persico ottiene la sostanziale riduzione delle sanzioni per un primo periodo di prova di sei mesi. L’allentamento dell’embargo consentirà a Teheran di incrementare le esportazioni per un controvalore stimato di 1,5 miliardi di $. Inoltre, saranno scongelati circa 7 mld di $ di fondi bloccati presso Stati esteri. Liquidità alle casse iraniane giungerà dall’incasso di 4,2 mld di $ di proventi da transazioni su prodotti petroliferi.

L’establishment politico iraniano non ha celato la grande soddisfazione per come le cose si sono messe nella nottata ginevrina. Per il presidente di recente nomina Rohani è un successo incredibile. Già! Perché quello che si è presentato al negoziato non è certo un paese in piena vigorìa. Anni di embargo ne hanno minato, dalle fondamenta, la solidità. Tuttavia, in un quadro macroeconomico fortemente negativo, non sarebbe stato difficile, per le potenze chiamate al negoziato, chiedere all’Iran qualcosa di più di ciò che è stato chiesto in fase di trattativa. Avrebbero, ad esempio, potuto pretendere da Teheran la sospensione di ogni attività in ordine alla costruzione di missili a lungo raggio. Avrebbero potuto esigere da Rohani un’esplicita dichiarazione di rifiuto del terrorismo come arma di lotta per affermare la supremazia di una parte in danno di altri. In particolare, avrebbero potuto chiedere ai dirigenti iraniani che dicessero convintamente basta al sostegno strategico-finanziario di gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas, perpetrato allo scopo di sabotare ogni possibile iniziativa di pace nella regione mediorientale. Avrebbero potuto cogliere l’occasione per annunciare una revisione della politica interna di dura e totale repressione dei diritti umani. Avrebbero potuto spendere qualche parola a proposito del trattamento riservato alle minoranze presenti in territorio iraniano: azeri, kurdi, baluci e arabi sunniti. Appunto, avrebbero potuto. Ma non l’hanno fatto. è pur vero che i leader iraniani hanno dalla loro un potente elemento a discolpa. Possono sempre dire: “nessuno ce l’ha chiesto. Perché avremmo dovuto farlo?”. Ineccepibile argomentazione.

In effetti, ciò che non convince di questo accordo, più del contenuto, è il modo con cui si è giunti alla soluzione. L’impressione è che le potenze mondiali non cercassero altro che un punto d’appoggio per chiudere il contenzioso con Teheran. Avevano solo bisogno che i rappresentanti della repubblica islamica dichiarassero una generica disponibilità a non dotarsi di armi nucleari perché i grandi della Terra si precipitassero a concedere di tutto, e di più. Alcuni osservatori hanno paragonato l’accordo di Ginevra con quello sottoscritto nel febbraio 2007 con la Corea del Nord a seguito dei “colloqui delle sei Nazioni” per il disarmo nucleare. Si trattò di una debacle di cui conosciamo gli esiti. In realtà, attesa la portata ideologica delle affermazioni prodotte dai dirigenti iraniani, inversamente proporzionale all’arrendevolezza delle controparti, l’accostamento ad altro evento storico più simigliante sembrerebbe con Monaco del 1938. Anche in quell’occasione, riunite intorno a un tavolo vi erano delle potenze sulla carta più forti rispetto allo Stato posto sotto accusa.

Tuttavia, la risposta degli Stati interessati all’evoluzione della situazione iraniana non si è fatta attendere. Israele, attraverso le dichiarazioni del suo primo ministro Netanyahu, ha ribadito la propria assoluta contrarietà alla soluzione adottata a Ginevra definendola “un errore storico”. Il leader israeliano è tornato a riaffermare che lasciare che l’Iran arricchisca l’uranio è come “mettere nelle mani del Paese più pericoloso del mondo, l’arma più pericolosa del mondo”. Per il governo di Gerusalemme il fatto di aver abbandonato l’unica modalità di pressione internazionale alternativa allo scontro bellico: l’embargo, pone di fatto Israele, che non è vincolata all’accordo, nelle condizioni di decidere in assoluta libertà se e quando colpire l’Iran, qualora dovesse verificare attraverso proprie fonti che i contenuti dell’intesa raggiunta siano solo un bluff concepito da Teheran per aggirare l’ostilità della comunità internazionale. Ma in allarme c’è anche il regime Saudita, che corre ai ripari rispetto a una situazione di mutato equilibrio nel quadro dei rapporti di forza tra potenze regionali. è notizia recente che la monarchia di Riyad ha investito ingenti capitali per acquistare un “pacchetto” di armamento atomico già operativo dalla potenza nucleare del Pakistan. è chiaro che la mossa saudita s’inquadra nella politica che re Abd Allāh sta conducendo da tempo per fronteggiare le mire iraniane nell’ area geopolitica del Golfo  Persico.

Se, dunque, l’intento dei negoziatori di Ginevra era quello di stabilizzare la situazione sullo scacchiere mediorientale, si può ben dire che, al momento, sia stato conseguito l’obiettivo contrario. Ora sono tutti in allarme perché non si fidano delle reali intenzioni dei governanti di Teheran. Ma ciò che oggi appare come un elemento nuovo è che Egitto, Arabia Saudita e Israele non si fidano più dell’America di Obama. E questo sì, è un grosso guaio per l’immediata e futura stabilità del Medioriente.
 
Di rino (del 19/11/2013 @ 15:10:49, in ATTUALITÀ, linkato 787 volte)
di Cristofaro Sola
Un mio antico Maestro, conoscendo il tratto “fumantino” del mio carattere, mi ha insegnato che quando si riceve un’offesa da qualcuno o si ascolta qualcosa di inaccettabile, prima di passare al contrattacco, lasciandosi prendere la mano dall’irrazionalità delle passioni e degli istinti, è sempre salutare praticare un picccolo esercizio mentale: contare fino a dieci prima di rispondere, poi giunti a dieci contare fino a cento e, se alla fine della conta la rabbia non è stata ancora smaltita, contare fino a mille e oltre. Ed è così che ho lasciato trascorrere dei giorni prima di dire in assoluta franchezza ciò che penso dell’intervento alla Camera dei Deputati di una rappresentante del “Movimento 5 Stelle” la quale, nel giorno della commerazione dei nostri caduti nell’attentato alla base “Maestrale” a Nassiriya, avvenuto il 12 novembre 2003, ha inteso accomunare nel ricordo alle vittime anche i carnefici. Dunque, grazie ai giorni trascorsi sono sereno, per cui non cederò alla tentazione di rivolgere all’onorevole signorina tanti “vaffà” quanti in questi anni il suo capo ne ha rivolto a un po’ di italiani.

Non sarò volgare nell’esprimermi. Permettetemi, però, di gridare tutto il disgusto e, lo voglio dire, lo schifo che provo per un affronto del genere. Il discorso dell’onorevole “cittadina” Emanuela Corda lo giudico semplicemente delirante e non soltanto perché abbia osato mettere sullo stesso piano le vittime e i carnefici, piuttosto perché, nel suo goffo tentativo di fare la filorivoluzionaria alla maniera dei “centri sociali”, ha finito per fare torto anche agli stessi assassini.

Per comprenderci, la ricostruzione della Corda, volta a consegnare alla Storia i kamikaze iracheni come prodotti di un disagio sociale imposto dalle condizioni di uno sfruttamento prodotto dai ricchi Paesi occidentali in danno delle sventurate popolazioni mediorientali, non regge. è una sonora fesseria. è roba da 2 in Storia delle civiltà e delle religioni: studi e torni la prossima volta. Il tragico episodio di Nassiriya si inquadra in una cornice all’interno della quale si collocano ragioni politico-strategiche declinate con questioni di fede. Mi riferisco a quella fede nell’Islàm la quale permea la vita di ogni credente in Allāh, radicandolo nel convincimento estremo che tra percorso verso il Dio misericordioso e cammino individuale verso il futuro non vi sia alcuna differenza, anzi le strade si sovrappogano. Nell’orizzonte esistenziale del musulmano vi è il Jihād. Come ho avuto modo di dire altrove: "Ai muslim, che siano maschi, adulti, sani di mente e di corpo e che abbiano mezzi propri, è comandato di essere combattenti. Essi, in ossservanza di tale dovere incombente, hanno un posto d’onore nel sentiero di Dio. Valgono di più, nella considerazione dell’Altissimo, di quanto valgano i non combattenti che se ne stanno a casa. E il Jihād, tanto temuto dagli occidentali, per la legge coranica, è sì combattimento contro i kāfirūna, i nemici della vera fede, ma è prima di tutto Jihād Akbar, la grande guerra, il combattimento con se stesso, o meglio, contro i propri vizi e le debolezze che albergano in ogni essere mortale. Il Corano insegna la dignità di appartenere a una parte distinta e avversa ad un’altra. La sacra legge dell’Islàm insegna il rispetto per l’avversario, ma, allo stesso modo, infonde al credente la forza per prevalere su di esso".

"O nabī ! Infondi coraggio nel cuore dei credenti affinché sappiano combattere. Basteran venti di loro, pazienti, costanti, per sbaragliare cento nemici. Se ce ne fossero cento di loro, farebbero fuori un migliaio di kāfirūna. Quella è gente che non capisce nulla.” ( Sura VIII, Versetto 65). Questa è la parola del Dio ricco in clemenza, abbondante in misericordia. Il credente sa che se intende orientare la propria esistenza al rispetto integrale del comandamento coranico deve compiere una scelta di campo che non ammette deroghe. E se poi volesse assurgere alla maggior considerazione del suo Dio, dovrebbe aspirare a farsi shahīd, “testimone”, in vita o con la sua stessa morte, della fede di cui è portatore. L’Islàm ha bisogno di ogni suo shahīd, come il cristianesimo ha bisogno dei suoi martiri. Lo spirito fecondo, alto, nobile della testimonianza di fede di cui è pregno l’insegnamento coranico, ci aiuta a comprendere la ragione per la quale il mondo musulmano riconosce, nella propria architettura esistenziale, una centralità alla presenza di Dio che in Occidente, francamente, si è di molto offuscata a vantaggio di una condizione che pone l’uomo, non altri, al centro della sua storia.

Quindi di che va cianciando l’onorevole Corda? Parli, se ci riesce, di ciò che sa. Sostenere che il criminale assassino che ha lanciato l’autocarro-bomba contro la postazione dei nostri militari, non l’avrebbe fatto se avesse avuto una vita sociale più confortevole è una bestialità. Gli attentatori erano combattenti e ci hanno visto come nemici. Con quel vile attentato si sono guadagnati un posto nel loro paradiso. Sappia, l’onorevole Corda che ai familiari dei kamikaze gli amici e i conoscenti non fanno le condoglianze ma fanno gli auguri e porgono i complimenti. è chiaro? Quindi Nassiriya è stato principalmente un nostro problema. Gli assassini si sono limitati a fare quel che sanno fare, appunto gli assassini. Abbiamo sbagliato noi, o meglio hanno sbagliato quei vertici di comando che hanno sottovalutato il pericolo e hanno mancato di ordinare ai nostri uomini una difesa più rigida e più protetta. Non si tratta di diceria. Il 30 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva lo Stato italiano a risarcire i familiari delle vittime della strage, per la riconosciuta responsabilità in ordine alle misure di sicurezza adottate per la base “Maestrale” (luogo dell’attentato) e valutate inadeguate. Ma hanno sbagliato i nostri vertici politici a non comunicare con sufficiente credibilità, che la presenza in Iraq del contingente italiano fosse finalizzata a una missione di pace, e non di occupazione, come successivamente le popolazioni irachene hanno avuto modo di accertare. L’attentato di Nassiriya è stato un deliberato atto terroristico, compiuto da elementi dichiaratamente nostri nemici. Nemici della nostra civilità, della nostra Tradizione, delle nostre credenze, della nostra Storia. E, come tali, essi vanno giudicati. Gli italiani tutti avrebbero avuto il diritto di “mettere le mani” sugli assassini, esecutori e mandanti, che hanno progettato e realizzato la strage. Purtroppo, però, sebbene tutti i criminali siano stati individuati, la nostra giustizia non potrà fare il suo corso perché risultano tutti morti. Peccato!

Ora, dimenticando, per un momento, la squallida volgarità, imbastita di vigliaccheria, delle parole pronunciate dall’onorevole Corda che certamente avranno fatto piacere a quell’orda di delinquenti senza onore che hanno coniato lo slogan per i loro cortei “dieci, cento, mille Nassiriya”, prestiamo un attimo d’attenzione a quei poveri ragazzi caduti in una qualunque delle tante calde giornate che la desertica terra irachena regala ai suoi figli, come ai suoi visitatori. Ricordiamoli così senza dire altro. Solo la promessa di cercare di non dimenticarli. Sono italiani. Sono morti con onore.

Tenente Massimiliano Ficuciello, Luogotenente Enzo Fregosi, Aiutante Giovanni Cavallaro, Aiutante Alfonso Trincone, Maresciallo Capo Afio Ragazzi, Maresciallo Capo Massimiliano Bruno, Maresciallo Daniele Ghione, Maresciallo Filippo Merlino, Maresciallo Silvio Olla, Vice Brigadiere Giuseppe Coletta, Vice Brigadiere Ivan Ghitti, Appuntato Domenico Intravaia, Carabiniere Scelto Horatio Maiorana, Carabiniere Scelto Andrea Filippa, Caporal Maggiore Emanuele Ferraro, Caporale Alessandro Carrisi, Caporale Pietro Petrucci, Dottor Stefano Rolla, Signor Marco Beci.
 
Di rino (del 16/10/2013 @ 16:45:05, in ATTUALITÀ, linkato 609 volte)
di Cristofaro Sola

In Italia le cose proprio non vanno. Sono due anni almeno che la crisi economica continua a pesare sugli italiani, almeno sulla maggior parte di loro, in modo insostenibile. Mai conosciuto, a memoria delle generazioni cresciute nel secondo dopoguerra, tanta miseria generata dalla contrazione della liquidità finanziaria delle imprese e delle famiglie.

Le cause di questo malessere sono molteplici e sono di natura strutturale, quanto pure congiunturale. Sono antiche e, allo stesso tempo, recenti. D’altro canto, se l’intera economia di un Paese industrializzato precipita verticalmente, sebbene non vi siano eventi di natura apocalittica a giustificarne il repentino crollo, è chiaro che la responsabilità per il default di un sistema è da ricercare in un insieme di cause che restano complesse anche al solo indagarle. L’opinione pubblica, invece, è sempre alla scoperta di spiegazioni che tranquillizzino e che ridiano pace alle tremebonde coscienze dei suoi cittadini. Per questa ragione, la stagione di caccia a i maginifici colpevoli a cui addossare l’onere di ogni sciagura è sempre aperta. Il nostro ancestrale bisogno di sacro si alimenta di riti espiatori, per i quali si ha pur bisogno di approvvigionarsi di capri sacrificali. Nella presente congiuntura, dunque, la caccia agli untori è stata relativamente facile e fruttuosa. Nel carniere fa bella mostra di sé l’idea che l’attuale disgrazia sia causata dall’Europa dell’Unione, dei burocrati e, soprattutto, della Germania. Secondo la comune vulgata, gli italiani patiscono il disagio perché lo vuole un’Europa succube dell’arroganza autoritaria della nazione tedesca, perfettamente incarnata dalla più che detestabile figura del suo Cancelliere, la signora Angela Merkel. Questa conclusione “prèt à porter” certamente facilita il prender sonno, ma non riempe la pancia. Se si vuole, accontenta le menti elementari, quelle che non necessitano di tante spiegazioni per decidere come condursi innanzi nell’esistenza. Certo però non può, e non deve, soddisfare coloro che abbiano la presunzione di poter “leggere” nella cronaca quotidiana sapendo cogliere sfumature e ragioni di fondo, legate da oscuri nessi causali. Dire, quindi, che siamo con le “pezze al …” per colpa dei tedeschi è una sciocchezza buona per creduloni, non per spiriti raziocinanti. Tuttavia, resta innegabile il fatto che le istituzioni europee in primis e la classe dirigente tedesca hanno fatto di tutto per rendersi particolarmente odiose agli occhi della nostra opinione pubblica. Il tenore di certe dichiarazioni pubbliche da cui traspariva un’evidente difficoltà a mostrare equanimità verso gli italiani, come popolo, hanno fatto pesantemente dubitare che il sostrato di odio, nutrito da una comunità, quella tedesca, che in passato è stata più volte tradita dai repentini cambi di fronte degli italiani, non fosse del tutto evaporato. La sensazione che, attraverso il rigido controllo praticato dalle autorità comunitarie sulle nostre politiche di bilancio, fosse in atto un disegno politico criminale di annientamento programmato di un’economia nazionale, quella italiana, a vantaggio di un’altra, quella tedesca, non è solo chiacchiera da bar ma è argomento per più di un brillante economista. Il senso di strangolamento avvertito a causa dell’intransigente strategia deflattiva attuata dalle autorità di controllo della moneta unica europea non è un’allucinazione della mente, ma una condizione percepita nella realtà.

La voglia di andarsene dall’Europa, magari solo di sfuggire alla morsa della moneta unica, il desiderio di far saltare in aria il “Fiscal Compact”, il patto europeo di bilancio, per praticare una breccia nel muro di cinta della superfortezza continentale da cui sembra impossibile tentare la via di fuga, è qualcosa che sta crescendo nel cuore degli italiani prima ancora che nelle loro menti. Inoltre, ce l’abbiamo a morte con quelli di Bruxelles, che hanno abbandonato l’Italia al suo destino, nella gestione dei flussi migratori clandestini. Ci hanno lasciati soli a raccogliere cadaveri sparsi in lungo e in largo nel Canale di Sicilia. E quando possono, ci fanno pure la morale su come trattiamo gli immigrati clandestini, salvati dalle acque.

Allora che si fa? Buttiamo tutto a mare? Come si dice, mandiamo tutto “in vacca”? Sfasciamo quello che in anni anche noi abbiamo contribuito a costruire? Torniamo indietro a rifare la solita italietta che sta un po’ di qua e un po’ di là? Pensiamoci un momento. Per quanto ora sia impresa ardua, non sarebbe forse opportuno compiere uno sforzo supplementare verso l’unità e l’integrazione prima che tutto scappi dalle mani trascinandoci in un futuro buio e d’incertezza immensamente maggiore di quella che stiamo vivendo nel presente? E poi, siamo proprio certi che i numeri ci diano così torto come sembrerebbe? Non è che la realtà nasconda qualcosa di cui non riusciamo ad avere percezione?

In primo luogo bisogna fare chiarezza. Quindi, separiamo il problema della permanenza italiana nella zona Euro rispetto a quello dei rapporti, soprattutto economici, con la Germania. Sono due cose diverse e tali devono restare.

Il principale partner commerciale dell’Italia è la Germania. Tra i due Paesi si è realizzato, nel 2012, un interscambio per un volume in Euro pari a 105 miliardi. Con un avanzo della bilancia commerciale per i tedeschi pari a 6,5 miliardi di euro. Secondo l’ISTAT, l’entità del nostro interscambio con la Germania, anche per il 2012, è stata superiore a quella con la Francia e con la Gran Bretagna sommate insieme. La sola economia tedesca assorbe circa il 12,5% del totale del nostro export. E la crisi di quest’ultimo periodo della nostra economia l’hanno pagata anche le imprese tedesche insieme a quelle italiane. Infatti, dai dati dell’Ufficio federale tedesco di statistica (DESTASTIS), si rileva che tra l’anno 2011 e il 2012 vi sia stata una contrazione significativa (-9,8%) delle esportazioni tedesche verso l’Italia, mentre l’import dall’Italia ha segnato, rispetto al 2011, un aumento del 2,8%. Entrambi i Paesi sono potenze commerciali del manifatturiero e la corsa alla qualità per competere sui mercati globali è sostenuta dalla sinergia delle imprese italiane con quelle tedesche, in particolare nelle produzioni a più elevato contenuto tecnologico. In realtà la Germania si caratterizza per una forte componente di investimenti diretti in Italia, attualmente valutati, da stime della Banca d’Italia, in 26,5 miliardi di Euro. Molto scarso, invece, si presenta il livello d’investimento di capitali nostrani nel sistema produttivo tedesco. La risorsa strategica per eccellenza dell’economia italiana: il comparto del turismo, capta annualmente 11,7 milioni di turisti tedeschi, con un trend in ascesa (fonte: Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia).

Torniamo per un momento al dato che evidenzia l’ammontare complessivo dell’interscambio commerciale. Per apprezzarne a pieno la consistenza è opportuno fare una comparazione. Per l’Italia il mercato di prospettiva più appetito è quello russo, perché è in forte espansione e, soprattutto, perché si rappresenta altamente complementare al nostro. L’intera massa di scambio si basa sul trasferimento di materie energetiche dalla Russia contro prodotti della manifattura dall’Italia. La categoria merceologica che gode di maggiore appealè quella dell’abbigliamento, che pesa il 10,3% dell’intero export realizzato verso quello specifico mercato. Dalla Russia, invece, l’Italia compra gas e petrolio greggio. Nonostante, però, il consistente peso del controvalore economico dei prodotti importati, l’intero volume dell’interscambio si è attestato, nel 2011, a circa 27 miliardi di euro, che rappresenta meno di un quarto di quello con la Germania (110 miliardi) stimato nello stesso periodo, dove peraltro non vi è stata, ad alterare i numeri assoluti, l’incidenza delle materie energetiche.

Dall’analisi dei dati si possono trarre alcune considerazioni. In primo luogo, si può asserire che la crisi economica italiana non piaccia ai produttori tedeschi, visto che dalla stessa ne sono stati fortemente penalizzati in termini di cali delle vendite sul mercato nostrano. In secondo luogo, il ricorso nel sistema dei pagamenti alla moneta unica avvantaggia i compratori italiani rispetto ai venditori tedeschi. La bilancia commerciale pende dalla parte della Germania la quale vende all’Italia più di quanto quest’ultima non fornisca al mercato d’oltralpe. Immaginate per un momento cosa accadrebbe se, una volta usciti fuori dall’Euro, dovessimo pagare quello che compriamo dai tedeschi con una moneta più debole della loro. In terzo luogo, il trend di crescita costante registrato nella politica di investimenti tedeschi nel sistema produttivo italiano, con un riguardo che si va sempre più orientando verso le piccole e medie imprese, conferma che i due Paesi non possono ignorarsi, atteso il livello avanzato d’integrazione industriale registrato. In concreto, qualsiasi cosa accada la Germania è e resta il principale partner commerciale italiano e concorre in modo significativo al consolidamento della nostra ricchezza nazionale.

Per quanto riguarda il dilemma sulla permanenza dell’Italia nella zona Euro, bisogna sviluppare considerazioni di tipo più ampio. è indubbio che, anche su questa delicata questione, il rapporto con la Germania abbia un peso rilevante. Non fosse altro perché il sistema tedesco rappresenta nell’economia complessiva dell’Eurozona il socio di maggioranza. Quello che grazie alla forza dei suoi numeri ha maggiore voce in capitolo. Tutto ciò è sufficiente per consentirci di affermare che la strategia dell’Eurozona la detti la Germania? A nostro sommesso avviso la risposta è più che affermativa. Nessuno nell’Europa dell’Euro può pensare di camminare sulle proprie gambe senza fare prima i conti con quello che pensano i tedeschi. è legittimo asserire che la Germania abbia conquistato oggi con la forza dell’economia ciò che in passato anelava a prendere con le armi? Probabilmente sì. Anche se ragionare in termini di lotta per la supremazia sul mercato interno europeo è quanto meno anacronistico, visto che proprio la Germania già da qualche tempo si pone sulla scena internazionale come potenza economica globale. L’attenzione, a tratti ossessiva, prestata dalla leadership tedesca ai conti e agli andamenti economici dei partners europei dell’Eurozona, segnala una preoccupazione circa la tenuta della stabilità monetaria, la quale non può e non deve, a parere dei tedeschi, essere messa a rischio da comportamenti irresponsabili dei governi dei Paesi partners nelle scelte di finanza pubblica. Il macigno caduto sulla strada delle buone relazioni tra Germania e Italia riguarda proprio la consistenza, giudicata dai mercati finanziari eccessiva, del debito sovrano italiano. Questa condizione di debolezza strutturale del nostro bilancio spaventa la classe dirigente tedesca, la quale ha deciso di erigere un muro invalicabile a difesa del principio che la BCE non debba divenire prestatore di ultima istanza per i Paesi dell’area Euro. Diversamente, la Banca Centrale Europea, alimentata dai Paesi più ricchi, in primis la Germania, dovrebbe accollarsi la garanzia per la solvibilità dei singoli Stati membri a pagare i loro debiti. Su questo terreno è ipotizzabile che si possa consumare la rottura del sistema della moneta unica.

Un evento del genere sarebbe da salutare come salvifico o da temere come distruttivo? Francamente non è dato di conoscere una risposta che sia effettivamente esaustiva della questione. è vero che con l’attuale leadership tedesca è tutto più difficile. La Germania attuale non è certo quella dei tempi di Adenauer. Il grande statista aveva un’idea d’Europa molto più inclusiva e solidale nella costruzione del processo d’integrazione di quella che manifestano gli attuali governanti. La Germania di Adenauer era una nazione appena uscita sconfitta da un devastante conflitto mondiale, con un immane carico di responsabilità di fronte al mondo intero. Era un Paese umiliato che si rimboccava le maniche per ricominciare a ricostruire su nuove basi. Sentiva, questa rinata realtà, di doversi confrontare con gli altri popoli europei e con loro condividere un progetto di unità per il futuro. Con il trascorrere del tempo le cose sono cambiate. I tedeschi hanno cominciato a rispolverare le cosiddette “differenze di mentalità” che sono l’anticamera per una riclassificazione su base antropologica delle relazioni con gli altri Stati, o meglio con le comunità degli altri Stati. Da qui, quell’insopportabile senso di arroganza che le leadership recenti della Germania iniettano nella tenuta dei rapporti con alcuni partner in particolare, come la Grecia e, appunto, l’Italia. In realtà, l’europeismo freddo della Merkel sembra ispirato da una strategia politica più simile a quella della Germania guglielmina del II Reich, che non agli indirizzi di fondo di una moderna democrazia europea. Come abbiamo scritto altrove: “Alla cancelleria tedesca non si deve contestare il suo diritto alla leadership (europea), quanto il fatto che tale leadership debba essere esercitata a beneficio dell’intera comunità europea e non della sola parte tedesca. Alla signora Merkel si deve contestare la scarsa ampiezza del suo respiro politico, non il fatto che respiri”. La rigidità della politica europea tedesca rischia di trasformarsi in una corda tanto tesa da spezzarsi. E, contrariamente a ciò che pensa la signora Merkel, un crollo dei Paesi della parte meridionale dell’Eurozona finirebbe con il provocare pesanti ripercussioni sulla stessa economia tedesca, oggi così prospera. Si concretizzerebbe, per effetto di una visione miope dell’integrazione europea, il peggiore incubo che i tedeschi hanno: vedersi trascinati in una crisi dagli incontrollabili sbalzi dell’inflazione.

Sull’altro fronte, i paesi sottoposti al maggiore stress del contenimento dei conti pubblici sanno di non poter continuare a sopravvivere dovendo rispettare tempi di performance e conseguimenti di target oggettivamente insostenibili. Tra questi Paesi c’è l’Italia la cui posizione è aggravata dal persistente clima d’instabilità politica che blocca le istituzioni pubbliche da almeno due anni, cioè dal tempo del primo “commissariamento” del governo nazionale, voluto dalla Germania. Le spinte antieuropeiste stanno iniziando a fare capolino nei discorsi dei politici, che non mostrano di possedere grandi idee e progetti chiari per l’avvenire del nostro Paese.

Fondamentalmente, la politica nostrana è divisa in due fazioni. Da una parte ci sono quelli che dicono un sì incondizionato all’Europa, che neanche ci provano a contrastare i diktat delle autorità centrali ispirate dalla Germania e che paventano scenari apocalittici, in caso di nostra uscita dall’Euro, per spaventare a morte i tanti piccoli risparmiatori di cui si compone la nostra società civile. Dall’altra, sono schierati i “campanilisti”, quelli del no - costi quel che costi, quelli del meglio soli che male accompagnati, quelli che si ricordano dell’esistenza di uno straccio di unità nazionale, dopo averla denigrata in tutti i modi possibili, per sbandierarla contro le forze che puntano all’integrazione. In mezzo resta poco, o nulla. Dell’idea di una grande nazione europea, strutturata in forza di una concezione organica e non “comunitaria”, non si riscontra traccia visibile. Di un’ Europa che ritrovi il senso delle sue radici spirituali e sappia regolare, una volta per tutte, i conti con il mostro che essa stessa ha generato: l’illuminismo, non si ha notizia. Cionondimeno, pensiamo che sia del tutto legittimo continuare a sperare che il sano spirito di un conservatorismo rivoluzionario possa tornare a soffiare sulle nostre città e per le contrade del nostro vecchio continente.

Comunque, quelle che fino ad oggi sono state considerate solo ipotesi di scuola, esercizi accademici, tra non molto avranno la possibilità di una verifica con il mondo reale. Alle viste c’è la tornata elettorale di rinnovo del Parlamento Europeo. Quella sarà l’occasione più concreta per le diverse comunità statuali di dire la propria sul futuro di quest’Europa. Fra qualche mese si capirà finalmente in che direzione si desideri andare. E l’exploit nei sondaggi in Francia dell’eroina della destra, Marine Le Pen, è un segnale chiaro. A questo punto non resta che attendere la scadenza elettorale e, dopo, prepararsi ad agire cercando una volta tanto di pensare a sostenere, tutti insieme, l’interesse nazionale nel pur auspicabile completamento del processo d’integrazione. Proviamoci. è ancora possibile farlo.
 
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